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In pubblicazione su Sociologia e politiche sociali

 

RELAZIONI DI PERSONALITA’ COLLETTIVA, EQUILIBRIO, EMPATIA SOCIOSISTEMICA E GOVERNANCE

 

                                                                           Vincenzo Masini

 

Empatia e dinamica nelle relazioni gruppali

La distinzione tra processi empatici e dinamici all’interno dei gruppi, un importante tema della ricerca psicosociologica struttural-funzionalista rimasto aperto, può essere rivisitato con i moderni strumenti dell’analisi dei reticoli sociali. L’empatia riguarda il primario e naturale coglimento del vissuto altrui (pur se moderato nella distinzione psicologica tra empatia affettiva ed empatia cognitiva o distribuito nella sua fenomenologia nei suoi diversi gradi di percezione, immedesimazione riempiente ed oggettivazione); la dinamica descrive la processualità degli scambi sulla base di schemi o di copioni, intrapsichici o relazionali[1].

La dinamica si attua nelle articolazioni dei ruoli sociali nel gruppo, ma la configurazione e funzionale culturale dei ruoli, anche più strutturati è contaminata da simpatie, antipatie ed apatie (le tre essenziali configurazioni relazionali di base in cui si declina l’empatizzazione); di contro ogni coglimento empatico del vissuto altrui s’implementa attraverso frames conversazionali fino ad assumere una specifica tipizzazione dinamica.

Nella tradizionale distinzione tra dimensione empatica e dimensione dinamica possono essere lette come empatiche le tipologie di gruppo fusionale (un gruppo molto poco strutturato, con poche norme interne e senza ruoli definiti: la folla, la comitiva, ecc.), di gruppo affiliativo (accettazione incondizionata in un’esperienza d’amore che soddisfa i bisogni individuali). Il gruppo centrato sul controllo e sull’istituzione è, invece, un gruppo fortemente dinamico per la forte direttività e l’importanza dell’aspetto normativo. Il gruppo confliggente si configura come gruppo dinamico coalizzato internamente in ragione di interessi comuni e chiuso dentro un rigido confine. Ha caratteristiche dinamiche anche il gruppo centrato sulla differenziazione: un gruppo rarefatto con legami deboli in cui il sistema di relazione è fondato sulla conferma vicendevole nella differenziazione individuale.

Il richiamo al tema dell’empatia e della dinamica per discutere di processi gruppali è necessario per basare la discussione sulla struttura equilibrata dei gruppi, dei loro sistemi di relazione e sull’interconnesione tra questi. Ciò che si vuole sostenere, infatti, è che un sistema di relazioni in equilibrio favorisce l’empatia e, di contro, l’empatia favorisce lo sviluppo equilibrato del sistema di relazioni. Anche attraverso i processi dinamici si perviene all’equilibrio, ma la loro proprietà è quella di elicitarsi in relazioni più strutturate; la loro minor duttilità rende più fragile il sistema di relazioni gruppali di fronte alle perturbazioni intervenienti. In condizioni di rigidità dinamica i membri del gruppo hanno minori possibilità di cocostruire la personalità collettiva del gruppo e di condividerne il significato.

Per guardare da un’altra angolatura il problema (che è una delle diverse sfaccettature di fondamentali questioni sociologiche come gruppo primario e secondario, comunità e società, mondi vitali e sistemi, gruppo nascente e istituzioni) mi sono impegnato a cercare di costruire un ventaglio idealtipico di relazioni, dal cui incrocio (con le relative diverse prevalenze) si potesse desumere la qualità della personalità collettiva di un gruppo.

L’obiettivo del modello delle personalità collettive è quello di leggere le diverse modulazioni dei gruppi attraverso la loro riduzione in 14 relazioni interpersonali, qualitativamente diverse, tutte coprensenti, ma intervenienti in diversa misura a seconda dell’identità del gruppo e delle relazioni tra i membri. L’identità, cui le persone debbono necessariamente conformarsi attraverso processi dinamici, concerne il tipo di gruppo; il coglimento empatico innesca le disposizioni relazionali in doppia contingenza che forniscono specifica personalità collettiva del gruppo.

Empatia e dinamica non sono, comunque, appannaggio esclusivo della dimensione dell’identità o della personalità collettiva di un gruppo; il fatto di averli, in passato, considerati come due qualità ben distinte e polarizzate (ad esempio processi di effervescenza collettiva di movimento e processi dinamici di organizzazione e di istituzionalizzazione) ha diminuito la loro funzionalità euristica perché non ha consentito la coniugazione dei due processi sia all’interno dell’attrazione sociosolidale sia della repulsione socioantagonista.

Ciò che viaggia nelle relazioni sociosolidali eleva il grado di empatia, fa crescere le persone nell’orientamento della loro apertura emozionale e, a catena, anche nella loro cognizione e disposizione socioaffettiva. La cocostruzione della personalità di gruppo è un percorso, nel ciclo di vita del gruppo, cui concorrono diverse modulazioni relazionali: sia il riconoscimento dell’alterità, l’incontro tra aspettative reciproche, la crescita dell’affettività e la dialogicità, sia i processi di mediazione, di complementarità e di integrazione. Questi ultimi tre sono già afferenti ai processi cosiddetti dinamici.

I processi dinamici s’intendono assoggettati a schemi reattivi ripetuti nei frame comunicativi e relazionali: le simmetrie antagoniste dell’insofferenza, che interpreta in chiave egocentrica le azioni altrui, sono prive d’empatia, parimenti l’incomprensione o l’equivoco o il logoramento, mentre l’evitamento implica qualche processo d’empatizzazione. La delusione, in molte occasioni frutto d’illusioni proiettive, ed anche il fastidio, più immediato ed epidermico, mettono in gioco la protomodulazione empatica dell’antipatia.

 

La sociabilità

Il fatto che oggi possa essere ripresa un’analisi dei sistemi di relazioni, produzione di legami e di beni relazionali si deve alla possibilità di misurazione della sociabilità, (Simmel, 1917; Gurvitch, 1957; Gemelli, Malatesta, 1980; Maccarini, 1966) attraverso il calcolo dei reticoli sociali proposto dalla network analysis. Distanza intersoggettiva, pressione, attrazione, cointeressenza e interdipendenza possono diventare fattori della morfogenesi della diversità delle reti gruppali. Se per sociabilità s’intende “la proprietà relazionale delle reti che costituiscono una forma associativa, in base alle quale esse sono capaci di generare determinati beni sociali” (Maccarini, 1996, p. 100), il suo studio richiede livelli d’analisi plurimi. La riflessione sui fattori di sociabilità, amplificata alla luce dell’empatia e della dinamica, non può più condurre ad una semplicistica disposizione dei gruppi in qualche punto del continuum tra il polo dei gruppi primari e il polo dei gruppi secondari o della Gemeinshaft e Gesellshaft, ma impegna in una loro dislocazione spaziale per le differenziazioni delle disposizioni relazionali intersoggettive (la forma “spaziale” del gruppo), dei cicli di vita gruppali funzionali alla sua dinamica, (la finalizzazione temporale del gruppo) e nelle disposizioni di personalità dei suoi membri.

La dimensione della sociabilità non può dunque prescindere dall’analisi multilivello del gruppo: non solo gli indicatori di quantità delle qualità di relazioni (distanza e la densità) ma anche l’area di sovrapposizione dei campi psicologici dei suoi membri. Tale area, che denota in modo visibile il gruppo nascente, rimane presente nel gruppo latente, ed è distintiva della tipologia di un gruppo nel suo configurarsi come focus attrattore delle diverse personalità individuali, o, meglio, degli aspetti di personalità che sono messi in gioco in quello specifico gruppo. Gli individui sono attratti da un tipo di relazione gruppale, piuttosto che un’altra, per bisogni relazionali non saturati in altri gruppi cui appartengono.

Gli elementi da prendere in considerazione, in un modello d’analisi multivello di tal tipo, sarebbero così numerosi da invogliare a desistere dalla sfida, a meno di non scegliere la scorciatoia praticata, e ben frequentata, dai maestri della sociologia: fondare l’analisi su idealtipi. In pratica costruire una modellistica idealtipica multilivello in grado di comparare tipi di disposizioni di personalità, tipi di relazione intersoggettiva, tipi di “personalità collettiva di gruppo” e tipi di “identità collettiva di gruppo”. La successiva difficoltà sarà di pervenire ad una comparazione tra i diversi livelli che richiede un procedimento di ricerca qualitativa a base dati per quantificare le diverse qualità idealtipiche presenti in ciascun oggetto concreto d’analisi.

La riflessione svolta in quest’articolo tende ad ipotizzare il modo in cui tal sistema d’analisi potrebbe essere applicato al Terzo Settore. Tale ambito è particolarmente affascinante alla luce degli argomenti di Donati: le proprietà “sociali” delle formazioni di privato sociale[2] possono essere considerate la “matrice generativa delle altre dimensioni (politiche, giuridiche, culturali, economiche)”[Donati, 1996:15]. “Sociale, continua Donati, è ciò da cui si origina un fenomeno di sociabilità (relazionalità), prima che esso assuma una specifica connotazione economica, culturale, giuridica o politica. Il contesto delle relazioni, le loro dinamiche, la loro emergenza, le loro interazioni proprie fanno nascere qualcosa che innova l’agire economico, i modelli culturali, le regole giuridiche e l’assetto politico in cui il fenomeno avviene” [Donati, 1996:15]. Leggo in Donati una sostanziale convergenza intorno al fatto che i processi d’empatia siano l’innesco della trama di relazioni e che da loro sorgano le altre dinamiche di strutturazione gruppale.  

La ricerca multilivello si può applicare a tutte le formazioni sociali ma, proprio perché il terzo settore ha una natura esplicitamente relazionale, si offre come un oggetto, arduo ma coinvolgente, per esporre alcune tesi sulle identità e sulle personalità collettive. L’uso del termine collettivo non deve, però,  far pensare a riferimenti politici o economici ma alla sua cruda etimologia, da colligere, e cioè raccolto insieme; le personalità individuali sono espressione delle modulazioni d’orientamento all’azione, alla percezione e alla conoscenza da parte della singola persona, la personalità collettiva “raccoglie l’insieme” delle disposizioni individuali, che si esprimono attraverso relazioni, in un orientamento qualitativo gruppale complessivo. 

 

Le personalità e identità di gruppo

Con il concetto di personalità collettiva si intende la specifica forma di un gruppo prodotta dall’incrocio tra le relazioni dei diversi membri, la sua stabilizzazione in una particolare modulazione relazionale e i suoi esiti organizzativi. Le variabili influenti sul comportamento organizzativo della personalità collettiva sono: 1) la soggettività degli attori, data dai copioni di personalità (inclusi interessi e valori), 2) le pressioni tendenti a conformare i soggetti al loro ruolo per dare al gruppo la struttura più idonea per il raggiungimento dei fini. Il concetto di personalità collettiva è limitato, per così dire, in “basso” dalle personalità individuali ed, in “alto”, dalla pressione culturale e funzionale sistemica.

La forma è sovradeterminata dal contesto specifico di norme, rappresentazioni collettive ed autocomprensioni del significato del gruppo da parte dei suoi membri che scolpiscono l’identità singolare del gruppo in un blocco di “identità tipologiche”: famiglia, gruppo di lavoro, pattuglia, classe scolastica, ecc. anch’esse, a loro volta, determinate dall’implementazione di un particolare modello relazionale che le ha storicamente costituite.

Se il livello relazionale “basso”, è influenzato dagli atteggiamenti individuali in affinità (o in opposizione), il livello “alto” si determina dalla relazione tra “identità gruppale socialmente costituita” e “personalità gruppale relazionalmente cocostruita”.

La dinamica tra personalità gruppale e identità gruppale può ancora essere efficacemente rappresentata con le parole di Bales e della Klein[3]: “Quando l’articolazione di uno qualsiasi di questi aspetti (adattamento, decisione o espressività, nel modello di Bales, n.d.a) non è più sufficiente, per qualsiasi motivo, a conservare o sostenere il flusso totale del processo in corso, oppure quando vi sia un movimento affettivo abbastanza forte, si ha una modificazione del flusso, o processo, cognitivo-affettivo-conativo, nel senso di un restauro o ulteriore sviluppo degli aspetti insufficienti, o dell’espressione dell’eccesso d’affetti. Corretta quella deficienza, o tolto quell’eccesso, il processo si modifica per correggere un altro difetto o superare un’altra barriera che sia di ostacolo al suo fluire” [Bales, 1952: 51]. I termini utilizzati da Bales “cognitivo”, “affettivo” e “conativo”[4] designano le forze relazionali che imprimono alle relazioni, potenziali e latenti, quel particolare tipi di forma al gruppo e lo conducono verso fasi adattative, di decisione o espressive . Quando una di queste “categorie di attività …tende al massimo…il gruppo percepisce il bisogno di passare ad una diversa categoria di interazione. Se il gruppo non si accorge della necessità di cambiare il tipo di interazione si trova di fronte al problema della sopravvivenza: con cui si deve intendere, o la sopravvivenza di quel gruppo particolare, o la sopravvivenza di quel tipo di gruppo” [Klein, 1956: 193].

Attraverso la somministrazione di un test è possibile individuare l’articolazione delle relazioni dà una forma singolare ad ogni gruppo[5]; il modello viene rappresentato in un grafo a radar con sette assi graduati a seconda del punteggio che il gruppo ottiene nell’espressione delle sue caratteristiche di personalità collettiva. L’emersione del modello latente di soggettività sta nello scarto tra le linee delle disposizioni medie di personalità individuale dei membri e quelle delle relazioni. Il test sulle relazione gruppali può estendersi ad ogni tipo di gruppo, purché si ottenga la media del più alto numero possibile di gruppi dello stesso tipo a cui rapportare i dati del gruppo in esame.

La struttura delle linee obbedisce a criteri posti su due diversi livelli epistemologici:

1° Livello: le formazioni gruppali codificate (ovvero definite nella loro storia come raggruppamenti con norme, fini e rappresentazione sociale condivisa) hanno strutture, funzioni, cornici di definizione e significato e privilegiano certi tipi di relazione interpersonale piuttosto che altre in ragione dei loro fini[6]. Queste formazioni hanno nomi di senso comune che esprimono la loro identità di funzioni (famiglia, squadra, pubblico, gruppo di lavoro, ecc., alla quale si fa corrispondere uno stato emozionale originario condiviso che le contraddistingue.

2° Livello: all’interno delle tipologie di famiglia, pattuglia, gruppo di lavoro, ecc. c’è una ampia oscillazione di stili di relazione che modellano i gruppi nelle illimitate possibili sfumature di esistenza. Esistono tanti modi di essere famiglia, gruppo di lavoro ecc. nei quali si manifestano modulazioni relazionali diversamente orientate. Ed ecco che: “Quel padre è così autoritario che ha trasformato la sua famiglia in una caserma!”, “E’ un imprenditore così aperto e generoso che la sua azienda è una famiglia!”, ecc.

-  Nel 1° livello epistemologico si può collocare quell’ampio spazio d’attributi la cui riduzione, in lessico corrente, designa le tipologie “pure” delle formazioni sociali[7]. La riflessione di Simmel sulla determinatezza quantitativa del gruppo è qui rovesciata in senso qualitativo. A designare la personalità collettiva del gruppo, nel senso della forma storicizzata che i modelli di gruppo hanno assunto, sono gli specifici fini cui si è conformata la struttura di relazioni tra i membri. All’interno degli idealtipi ci sono differenze quantitative nel numero dei membri del gruppo ma ciascun tipo manifesta, al suo interno, funzioni di controllo, d’attivazione, di rappresentatività, di fusionalità, d’indifferenza, di passività e d’attaccamento[8]. In tabella 1 sono compendiate, in verticale, tali propensioni mentre, al centro di ogni riga, vi sono uno o più termini pertinenti al nucleo del campo di significato della propensione. In alcuni casi si utilizzano termini che designano il luogo, o la struttura fisica dove le persone concrete si riuniscono per dar vita a tal tipo di formazione:

 

Tabella 1

1.       ordinamento-costituzione -organizzazione-gruppo di lavoro-ufficio-squadra-collegio-carcere-

2.       esercito-plotone-ciurma-squadriglia-commando-pattuglia-cellula-sindacato (advocacy)-

3.       assemblea-riunione-consulto-comitato -consiglio-commissione-sinodo-adunanza-

4.       meeting-spettacolo-festa-comitiva-compagnia-gruppo di amici-incontro-coppia-

5.       crocchio-capannello-assembramento-agglomerazione-folla-aggregazione-gente-insieme-

6.       common people-maggioranza silenziosa-seduta-pubblico-condominio-ricovero-mutua-parentela-

7.      domestico-corte-famiglia-comunità-confraternita-sodalizio-unione-associazione-

 

56 espressioni linguistiche, tra le tante rintracciabili nel nostro lessico, che designano categorie di raggruppamenti sociali disposte, con beneficio di inventario, in sette tipi[9]. Si può notare anche un percorso che lega questi termini, in un progressivo cambiamento di tipo logico, con il cambiamento delle caratteristiche delle funzioni e dei rapporti conseguenti.

I termini presentati corrispondono agli orientamenti delle identità collettive che sono esercitati sottoforma di ruoli sociali prevalenti in quel tipo di raggruppamento. Il ruolo sociale principale di un sistema tecnico di ruoli è il controllo, della famiglia è affiliativo, di una squadra è la competizione, di un Consiglio è “tener insieme nella differenziazione”, di una comitiva è la fusionalità, di un “insieme” è l’assenza di legami, di un pubblico è la recettività[10].

L’identità collettiva di un raggruppamento è qui vista come il prodotto dello stabilizzarsi di una personalità collettiva storicamente costruita e culturalmente trasmessa; essa si è determinata dall’instaurarsi di un certo tipo di relazioni di affinità, o di opposizione, referenti di taluni raggruppamenti umani.

Le relazioni di affinità, o opposizione, scaturiscono dagli atteggiamenti delle personalità individuali, afferenti al raggruppamento, espressive delle emozioni caratterizzanti vissute. Le relazioni assumono diversa conformazione in funzione dei copioni, in affinità, in opposizione o di rinforzo, che qui assumiamo riduzionisticamente incentrati su sette emozioni di base[11];  contemporaneamente  le relazioni attivate inducono per socializzazione il mutamento nei copioni.

Può essere utile, a questo punto, elencare le propensioni emozionale delle personalità collettive, per interpretare la chiave di lettura del precedente elenco di identità collettive:

1. Personalità collettiva tipologica di gruppo orientata al controllo versus oppressione. Il gruppo si unisce intorno alle norme, produce norme stabili. Nei suoi eccessi il gruppo è rigido e rallenta ogni cambiamento attraverso controllo e autocontrollo.

2. Personalità collettiva tipologica di gruppo di attivazione strumentale versus competizione e confliggenza. Il gruppo è energico ed intraprendente, portatore di grande motivazione. Nei suoi eccessi sfocia nell’aggressività verso coloro che impediscono la realizzazione dei suoi obiettivi. Il punto d’arrivo è il bisogno di nemici esterni per non spostare il conflitto al suo interno.

3. Personalità collettiva tipologica di differenziazione versus individualismo. Si tratta di raggruppamenti con poca unità interna; ciascun membro tende a sottolineare la sua specifica identità. La garanzia della continuità del gruppo è data dalla cornice che lo contiene. Può essere una cornice proiettata dai membri che consente loro di definirsi sulla base di un’appartenenza ad una élite. Oppure concertata socialmente ed istituzionalizzata come nei gruppi di rappresentanza elettorale dove i membri, pur essendo uniti dalla stessa condizione di eletti, sono portatori di identità e di interessi differenti.

4. Personalità collettiva tipologica di gruppo fusionale versus simbioticità. Il gruppo può essere una sola coppia o diventare molto numeroso. I membri sono alla ricerca di un contatto personale per rispondere al desiderio di provare le emozioni dell’occasionale fusionalità e dell’incorporazione.

5. Personalità collettiva tipologica centrata sull’apatia versus indifferenza. Si presenta come un insieme di persone con una struttura inesistente o debole; a seconda dei rapporti che si innescano, può evolvere in direzioni molteplici.

6. Personalità collettiva tipologica dissolvente versus sottomissione. Gruppi poco visibili, formati da soggetti con rapporti anche intensi ma non attivi per eccesso di inibizione o per scelta o per mancanza di iniziativa. Pur se maggioranze possono rimanere sempre silenziose e invisibili

7. Personalità collettiva tipologica affiliativa versus dipendenza. Richiede una forte adesione al gruppo e un processo di duraturo attaccamento. Il legame tra le persone tende alla dipendenza reciproca e consente poca differenziazione.

- Nel 2° livello epistemologico si collocano le risultanti tra le relazioni in atto e le disposizioni di personalità che compongono quel singolare gruppo famigliare, di lavoro, ecc. La trasmissione culturale, l’accomodamento e la pressione normativa si costituiscono in identità collettive, ma tali identità assumono molte forme particolari in funzione delle relazioni in atto in ciascun specifico gruppo.

Questo è il luogo dove è appropriato il termine di personalità collettiva; l’identità precede la coscienza e di essa si ottiene l’autocomprensione attraverso processi di riflessività, possibili solo se la personalità giunge a particolari livelli di equilibrio. Le personalità collettive, nel senso descritto in questo secondo livello epistemologico, sono l’oggetto proprio di questa ricerca relazionale qualitativa tendente a descriverne le caratterizzazioni particolari e, attraverso esse, ad individuare le ulteriori sottocategorie che possano funzionare come modelli per lo studio della comunicazione e dell’azione. Sul piano metodologico è utile indicare alcuni prolegomeni. Le ricognizioni possibili per un’indagine sulle personalità collettive sono: l’analisi delle personalità individuali e dei ricorrenti copioni di comportamento dei singoli, l’analisi della qualità dei reticoli relazioni, la quantificazione dei prevalenti e dei più rari, l’analisi organizzativa sulla struttura dei gruppi. Quest’ultima non è però funzionale alla comparazione con i precedenti livelli, se non nello studio delle relazioni intergruppi. Il processo di lavoro, per la costruzione di comparazioni tra l’identità gruppale e la sua personalità collettiva specifica, ha comportato la raccolta di dati per alcune formazioni gruppali[12].

La raccolta di tali dati è servita all’analisi di qualità delle relazioni. La diagnosi sull’equilibrio interno di una singolare personalità collettiva porta, infatti, a riconoscere i punti critici ed i possibili correttivi delle relazioni per condurre il gruppo a maggior armonia con beneficio di tutti i suoi membri. Le personalità collettive sono, infatti, il luogo specifico della socioterapia e della sociologia clinica.

In sintesi la personalità collettiva di un gruppo si può disegnare su un grafo formato da alcune linee: la prima rappresenta la media delle propensioni di atteggiamento dei membri del gruppo, la seconda è la risultante tra le relazioni presenti in quello specifico gruppo, moderata attraverso l’inverso della media delle relazioni proprie di quello specifico tipo di gruppi. L’identità della formazione gruppale è rappresentata dalla linea delle medie, il gruppo latente dalla linea della media degli atteggiamenti, il gruppo concreto sta nella linea delle relazioni in atto in quel gruppo, moderato dall’inverso delle linee della media. La personalità collettiva sta nello scarto tra le due ultime linee.

La citazione della Klein (la sopravvivenza di quel gruppo particolare, o la sopravvivenza di quel tipo di gruppo) ha ora due contesti chiari a cui riferirsi. Infatti, a seconda del tipo di gruppo, la sua identità collettiva “tipologica” presenta valori ben differenti. Se una pattuglia di assaltatori manifesta tratti di personalità collettiva configgente non fa altro che obbedire al suo compito, ben diverso se ciò accade in una famiglia, dove sono mediante più alti i valori dell’affiliazione, la quale ha valori medi più bassi in un gruppo di lavoro, che, invece, ha valori più elevati nell’asse del controllo, e così via. In quest’ottica anche il concetto di frame non si presenta più come una nicchia e può arricchirsi di varie modulazioni nelle sequenze conversazionali: esso non è, infatti, equivalente in tutti i raggruppamenti ma esistono entro certi range dei frame al di sotto, o oltre i quali, la personalità collettiva si frantuma e il gruppo perde il suo significato, si contamina con relazioni improprie, modifica i suoi scopi o si scioglie.

 

Link tra micro e macro

Il privato sociale è un importante luogo di ricognizione sociologica per verificare il significato delle relazioni intersoggettive nella personalità collettiva. Prima di tutto perché è laboratorio di nuovi equilibri relazioni, in secondo luogo perché in esso sono più evidenti le connessioni tra microrelazionale e macrosistemico[13].

La ricerca “La cultura civile in Italia: fra stato, mercato e privato sociale” di Ivo Colozzi e Pierpaolo Donati [2002] propone una distribuzione equilibrata delle diverse modulazioni simboliche di “società civile” polarizzate o verso i valori istituzionalizzati dalla evoluzione della società politica, o verso quelli scambiati nello sviluppo attuale del mercato, o verso quelli della relazionalità interpersonale migliorata in senso sociosolidale.

 “Coloro che identificano il civile con la cultura del privato sociale sono circa il 35% dei soggetti intervistati...l’altro 65% si divide tra le altre grandi culture: quella della società civile intesa come realtà politica che si invera nello Stato (che prende all’incirca il 30%) e quella della società civile intesa come mercato (che prende all’incirca il 25% essendo il rimanente – grossomodo 10% - totalmente incerto o non rispondente)” [Donati, 2002: 31].

Gli atteggiamenti delle persone intervistate appaiano random, distribuiti indipendentemente dalle loro appartenenze o non appartenenze; ed è suggestivo osservare che gli orientamenti culturali si distribuiscano così emblematicamente in modo equilibrato nel campione.

Nell’infanzia delle ricerche sul terzo settore, quando G. Myrdal [1960] lo definiva per esclusione come una porzione di società non coperta né dallo stato né dal mercato, la teoria evolutiva del welfare state disegnava il mix tra le sue tre componenti, con un bilanciamento tra le oscillazioni – modello di Burton Weisbord [1980] – descritto come l’incrociarsi, in fasi alterne di sviluppo, di tre sinusoidi. Nell’adolescenza delle ricerche sul terzo settore, Bauer suggerisce una lettura della società in cui i tre ambiti di azione (mondo vitale, stato e mercato) presentano una zona di sovrapposizione in cui si combinano gli scopi sociali delle singole aree. La tesi di Bauer è riduzionistica poiché, nella sua visione morfogenetica, il terzo settore non è rappresentabile teoricamente come un sottosistema specifico, ma solo come esito della sovrapposizione dei precedenti ambiti, ma presenta un modello interessante sotto il risvolto della relativa attrazione subita dal sottosistema delle relazioni verso uno o più poli sistemici. Nell’attuale fase di maturità degli studi del terzo settore compare sempre più spesso il tentativo di trovare link concreti tra modelli e realtà empirica e link tra macrosistemi e microsistemi.

Ciccare su un link significa però cambiare la focalizzazione. Mi sia permessa la seguente metafora: quando il critico d’arte accorcia la distanza dal quadro che vuole analizzare, la sua immagine sfuoca e ciò che da lontano appare come uno splendido paesaggio, diventa un insieme disordinato di macchie di colore. In altre parole la specificità del sottosistema scompare per far posto ai singoli attori. Il link tra micro e macro non è diretto, ma richiede salti logici: non è detto che la specificità delle caratteristiche, individuabili come componenti essenziali di quel sottosistema, non ci sia, ma essa non può essere letta come una componente esplicita.

Il passaggio logico tra livelli di analisi suggerisce di affinare le intuizioni delle teorie dell’equilibrio considerando le azioni sociali come processi concorrenti alla costruzione della cultura, la quale però si realizza, con un altro livello di equilibrio, nelle concrete relazioni e non negli atteggiamenti individuali.

Il citato concetto di “gruppo latente” di Bales [1952], quasi un fantasma che sta alle spalle del gruppo reale e che ne determina le possibilità d’esistenza, aiuta a comprendere il processo di equilibrio tra le personalità collettive e le identità collettive. Se un gruppo fosse formato da individui con gli stessi tipi personalità, e le stesse propensioni, perderebbe la sua dinamica possibilità di plasmarsi diversamente a seconda delle perturbazioni, ridisegnando i ruoli e rimodellandoli.

Affinché in un gruppo si realizzi un armonico equilibrio è necessario che al potenziamento di un atteggiamento corrisponda l’aumento di un atteggiamento antidotico. All’aumento della tensione aggressiva di alcuni membri deve, ad esempio, crescere l’aumento della capacità di mediazione in altri; altrimenti il gruppo cessa di esistere come “quel tipo di gruppo” o cessa di esistere in assoluto. L’equilibrio interno del gruppo aumenta la differenziazione degli atteggiamenti dei suoi membri, che debbono disporsi in posizioni di articolata e complessa corrispondenza[14] reciproca. Attraverso la teoria delle emozioni di base e delle propensioni delle personalità collettive il concetto di equilibrio si disegna come una distribuzione armonica delle propensioni nel gruppo. Maggiore è l’equilibrio interno in un gruppo, attraverso la copresenza di tutte le sue diverse disposizioni, maggiore sarà la sua elasticità e la sua duttilità nell’assumere la conformazione più idonea agli eventi che accadono o agli obiettivi che vuole raggiungere.

 

Sistemi in equilibrio e miglioramento

Con il concetto di governance si intende un modello di governo con un’equilibrata cooperazione tra soggetti che aumenta il consenso sulle decisioni attraverso uno stile partecipativo. Con governance si intende un’evoluzione verso la democrazia matura, aperta alla circolazione delle informazioni, responsabile, coerente, negoziata, efficace e partecipata attraverso il coinvolgimento nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche. In ragione di queste sue diverse componenti la  governance è un modello efficace per discutere di miglioramento in condizioni di equilibrio. Pur essendo il “miglioramento” un concetto vago, ove non sia dichiaratamente connesso ad alcuni specifici valori condivisi, e pur essendo un tipo di mutamento sociale verificabile solo a posteriori del suo avvenire nella storia, esso è logicamente connesso all’equilibrio.

Se, infatti, il mutamento sociale induce un particolare squilibrio tra le parti del sistema, che altre parti tendono a riequilibrare, il miglioramento, per essere riconosciuto come tale, richiede come esito un nuovo equilibrio, più complesso e raffinato di quello iniziale.

L’attivazione di miglioramento relazionale, come parte del processo di produzione di società civile, è stato attribuito alla specificità sub-sistemica delle formazioni di privato sociale ipotizzandole come il luogo elettivo per il miglioramento relazionale e per la produzione di nuovi valori. In linea teorica (ovvero sul piano della descrizione modellistica dei sottosistemi) questo processo è possibile, ma, sul piano empirico, è impossibile in ragione delle interpenetrazioni tra i sottosistemi, tra le formazioni sociali che formano i sottosistemi, tra i singoli raggruppamenti e i singoli individui. Il passaggio tra government e governance, il “miglioramento”, ha il suo luogo teorico ideale nella I di AGIL, ma la sua realizzazione pratica stempera, in tutto il sistema societario, la diffusione di valori, di atteggiamenti e di cultura civile in senso relazionale.

Se è vero che il terzo settore come sottosistema ha dato equilibrio alle dinamiche tra stato e mercato, contenendo i conflitti tra la G e la A di AGIL ed equilibrando il sistema, se è vero che svolto un ruolo specifico di sussidiarietà nella risposta ai bisogni, se è vero che lo si può presumibilmente individuare nelle formazioni di privato sociale, non è però necessariamente vero che i singoli aderenti, a queste formazioni, presentino tratti di personalità con spiccati atteggiamenti di cultura solidaristica e comunitaria, ascrivibili alla cultura di privato sociale e non anche allo stato e al mercato. Se così fosse all’interno del gruppo non ci sarebbe equilibrio poiché il gruppo latente sarebbe fortemente spostato nella direzione affettivo-affiliativa. L’equilibrio tra le personalità consente uno scarto limitato tra gruppo latente e personalità collettiva. Lo spostamento possibile dall’equilibrio intragruppale è minimo altrimenti l’equilibrio del gruppo latente si rompe. Ed è l’equilibrio che consente la flessibilità delle relazioni tra i membri ed il conseguente manifestarsi del gruppo in modo congruente all’identità collettiva di formazione di privato sociale. Tra ciascuno di questi livelli c’è però un salto logico; l’equilibrio di ogni livello consente la cocostruzione relazionale del livello più alto, ma non è possibile trovare, nel grado superiore di lettura, le caratteristiche che ne determinano socialmente l’esistenza. Se si analizza la personalità collettiva non si può trovare l’equilibrio delle personalità che formano il gruppo latente che, a sua volta, rende possibile la personalità collettiva stessa. 

Rispetto al modello AGIL, applicato nella ricerca empirica, ciò significa che all’interno dei sottosistemi non può rendersi evidente la singola specificità autoriflessiva del sottosistema: non è possibile analizzare I cercando al suo interno le componenti di I medesimo. Se così fosse questo sottosistema acquisirebbe, per una sua troppo marcata specializzazione funzionale, anche una sua visibilità strutturale incompatibile con la sua funzione[15].

All’interno di I possono essere trovate singole tensioni verso A, verso G e verso L oppure miscele combinate di tali tensioni[16].

Concettualmente il problema è quello della riflessività[17] dei sottosistemi: il sistema culturale è funzionalmente autonomo ma questo non significa che sappia di esserlo. Può darsi che una parte di una società riesca a trascendere dalle strutture orientate condizionalmente ed impegnarsi nel cambiamento, può darsi che il criterio di universalismo, per esempio, crei una differenziazione e sviluppi il volontarismo sostanziale che induce cambiamento, ma questo processo non ha comunque a che vedere con la riflessività, semmai con la “riflessione” sul funzionamento complessivo del sistema. 

“La cultura può essere concepita analiticamente come esistente fuori dalla mente individuale, ma il suo status superindividuale dipende da prestazioni mentali degli individui” [Alexander, 1990: 197].

Non c’è sede esterna alla coscienza dell’uomo per la metacognizione coscienziale (la coscienza di essere coscienti) né nelle applicazioni di Intelligenza Artificiale, né nei reticoli sociali.[18]

Due considerazioni:

- Un sistema, la cui tensione verso il miglioramento relazionale è teoricamente attribuibile alle funzioni del sottosistema relazionale “comunitario”, nella parte che gli compete all’interno del sottosistema culturale, è tenuto in equilibrio dall’interpenetrazione delle parti. Conseguenza attesa di tale equilibrio è che la consapevolezza riflessiva sui valori sociosolidali, sempre veicolati dalle relazioni interpersonali, sia disseminata in singoli individui qua e la, nei gruppi e nelle strutture e non marcatamente distribuita in specifiche formazioni.

- La via teorica che porta a coniugare “non riflessività” e “modello latente” appare idonea a salvaguardare l’impianto dei sistemi sociali dalle critiche di blindatura antisoggettiva lanciate su Parsons. Le teorie micro e le teorie macro sono in posizioni di relatività reciproca le une con le altre: ciò che conta è il punto di partenza e la consapevolezza che, nel momento della saldatura, qualcosa cambia. Nello scendere si perde il senso del contesto che non è più meccanicamente ritrovabile come porzione del significato complessivo. Nel salire, dall’individuo al contesto, si perde quell’impronta soggettiva ed intersoggettiva che rimane alle spalle delle configurazioni relazionali e cioè il gruppo latente. La soggettività, invisibile nel sottosistema, è lo sforzo del gruppo latente che spinge una porzione di sottosistema verso il suo esterno, verso le interpenetrazioni generate dalla tensione ad “andare verso” un’altra parte, un altro sottosistema. L’insieme di questo articolato reticolo di tensioni – che nell’andare verso inverano la loro esistenza - è un sottosistema che si invera quando “va verso” altri sottosistemi. All’interno del privato sociale la cultura delle relazioni solidaristiche “va verso” lo stato, il mercato e le famiglie. Il polimorfismo dipende dal mix di contaminazioni e conduce allo schema di sette modelli.

La governance, nella sua accezione di governo più democratico che indirizza il miglioramento verso un nuovo equilibrio del sistema societario, attraverso una maggiore articolazione dei processi messi in gioco (di controllo, di efficacia, di libertà, di coinvolgimento, di pace, di consenso e di partecipazione), necessità del contributo specifico del terzo settore, il quale possiede, nella sua struttura di relazioni, quel quantum  di specificità che migliora l’equilibrio del sistema complessivo. Tale quantum è nelle relazioni e non necessariamente negli individui.

   

Formazioni gruppali e relazioni intergruppali nel privato sociale

La riflessione sul modello delle personalità collettive ha avuto lo scopo di mobilitare alla comprensione del rapporto tra personalità individuali e strutture di gruppo, introducendo nella lettura delle formazione gruppali un passaggio logico intermedio: la personalità individuali costruiscono relazioni diverse tra di loro a seconda delle affinità e delle opposizioni scaturite dai loro copioni di comportamento; le relazioni producono la personalità collettiva di un gruppo (risonanza intragruppale). In ragione del tipo di formazione gruppale vi è una diversa pressione relazionale sui singoli affinché si conformino; l’identità di significato di un gruppo lo colloca in zone più o meno prossime ai diversi poli di AGIL; le relazioni tra i gruppi (attribuzione intergruppo), viste nella loro forma concreta di relazioni tra membri dei diversi gruppi, costituiscono il luogo specifico della costruzione di cultura all’interno di un sottosistema. Così come le relazioni tra i membri di un singolo gruppo determinano il clima gruppale complessivo di quello specifico gruppo, le relazioni tra membri di diversi gruppi vanno a costituire la cultura condivisa di un sottosistema sociale.

Per cogliere lo specifico del privato sociale nel suo processo di costruzione di cultura di società civile è dunque necessario portare il campo dell’analisi al di là dello studio dell’atteggiamento dei singoli, verso l’analisi delle relazioni.

L’ipotesi è che la tipologia delle relazioni possa indicare, in modo più pertinente dell’analisi degli atteggiamenti individuali, la struttura della “identità di personalità collettiva” delle formazioni di privato sociale[19]. In assenza di dati circa la qualità delle relazioni interpersonali tra attori del privato sociale, specie di diverse formazioni, ho utilizzato i dati della ricerca di L. Tronca [2003] per valutare se possa emergere uno specifico relazionale nel privato sociale.

Tronca discute il processo di networking nelle associazioni partecipanti al Forum delle Associazioni Famigliari come forma di cooperazione orizzontale fra i membri che costituisce reti pluricentriche, formate da partecipanti autonomi, e si pone l’obiettivo di analizzare la governance di un’associazione di associazioni. Nella discussione sugli stili decisionali partecipativi Tronca osserva che “ben il 42.86% degli intervistati si colloca nello stile della decisione con consultazione informale e ratifica formale, il 32.14% in quello della decisione con consultazione formale, il 10.71% nello stile della decisione attraverso delega, un altro 10.71% in quello della decisione con-divisa ed il 3.57% (un solo caso) nello stile della decisione co-ordinata. In buona sostanza, lo stile decisionale che gli intervistati giudicano implementato all’interno del Forum è collocabile, nel continuum centralizzazione/partecipazione, in una zona centrale tendente però verso una maggiore centralizzazione della decisione. Ciò dimostra certamente l’altissimo livello di fiducia di cui godono gli organi direttivi del Forum, …Dallo stile partecipativo della decisione con-divisa, delineato nelle fonti scritte e che richiederebbe un elevato grado di accordo e di partecipazione a tutti i processi decisionali, si è infatti passati, nella prassi, a uno stile decisionale piuttosto centralista, che vede l’Assemblea del Forum intervenire nell’individuazione degli obiettivi generali e nella ratifica delle deliberazioni di vertice. Questo fenomeno è spiegabile, dal punto di vista normativo, con la previsione di decisioni assunte attraverso procedimenti d’urgenza; molti intervistati dichiarano poi che il Forum ha necessità di agire velocemente, al fine di rispondere in maniera efficace alle sollecitazioni e/o alle problematiche sollevate dal sistema politico. Tale procedura non è però mai giudicata, dai membri del Forum intervistati, come non democratica, poiché è sempre data notizia delle decisioni da prendere e si tiene sempre conto della volontà di tutti, anche se non attraverso una discussione assembleare approfondita” [Tronca, 2003: 11].

In ordine al principio di legittimazione Tronca riferisce che: “il 50% si riconosce nel principio della funzionalità, il 25% in quello del progetto , il 14.29% in quello della volontà generale, il 7.14% nel principio della competizione corporata e il 3.57% in quello dell’ispirazione. Complessivamente, l’82.14% (percentuale aggregata relativa ai principi prevalentemente partecipativi) degli intervistati ritiene opportuno che nel Forum tutti i membri abbiano la possibilità di ritagliarsi un proprio spazio nell’assunzione di decisioni” [Tronca, 2003: 12].

Lo stile fiduciario e centralista e i principi della funzionalità, del progetto e della volontà generale indicano una democrazia non formalista ed uno stile decisionale rivolto alla produzione di senso. Solo in contesti in cui si abbia una forte condivisione del fine ultimo delle azioni collettive è possibile un “centralismo democratico” tipico delle formazioni sociali di “movimento collettivo”. Al di fuori di una dinamica relazionale coinvolgente e partecipata il processo decisionale e le forme di legittimazione debbono fondarsi elusivamente su processi normativi definiti e standardizzati. L’insorgenza di questi ultimi farebbe scivolare verso la burocrazia i modelli organizzativi di privato sociale, cancellando la snellezza e l’elasticità funzionali agli scopi di sussidiarietà che sono caratterizzanti questi gruppi.

Questi processi decisionali debbono, però, vivere in un ambiente reso fiduciario da frequenti contatti interpersonali, da forti scambi e da un’elevata conoscenza tra gli attori. In luogo di una nuova piramide burocratica sembra possa descriversi un modello di associazioni in costante ascolto di se stesse con numerosi flussi comunicativi, orientati verso il centro ma anche diagonali e trasversali, tra organizzazioni diverse e tra territori diversi. Comunicazioni e relazioni, si suppone, di diverso tenore e connesse a molteplici forme e occasioni di incontro, non solo e necessariamente all’interno dei ruoli rivestiti nei gruppi.

In effetti, per quanto non sia differenziata per tipo di contatti, la densità della struttura reticolare analizzata da Tronca fa emergere significative osservazioni, che riporto per intero: “La densità della rete, (tra le diverse associazioni partecipanti al Forum, nota mia)… è uguale a 0.84 ed è, quindi, piuttosto elevata. L’elevata densità del grafo è testimone del buon livello di partecipazione e della volontà di auto-coinvolgimento, nella vita associativa del Forum, proprio delle formazioni sociali che lo compongono. Se, infatti, si dà uno sguardo al grado di ogni nodo, ossia alla sua centralità locale, notiamo che ogni punto del grafo ha avuto l’opportunità di condividere un evento associativo con la quasi totalità degli altri attori della rete… si nota che la maggioranza dei membri del Forum ha avuto l’opportunità di porsi in interazione diretta con oltre il 60% dei nodi che formano la rete” (Tronca: 2003,14). Applicando poi alla rete uno scaling multidimensionale e “osservando la distribuzione complessiva dei casi ottenuta per mezzo dello scaling, si nota che essa dà luogo ad una figura ellittica. Questa particolare conformazione del network induce ad escludere l’ipotesi che, nel Forum, si siano creati dei clusters (grappoli) con elevati livelli di connettività: i nodi della rete tendono ad aggregarsi, al contrario, intorno ad un nucleo centrale di attori con esperienze associative molto simili fra loro” [Tronca, 2003:15].

Il dato è molto elevato e propone due significati:

1) la conferma del modello di democraticità partecipativa ci spiega una della precondizioni della governance e cioè la qualità relazionale che si attua tra i partecipanti. Forse suggerisce, però, che il modello di governance possa essere solo applicato solo a processi aggregativi all’interno dei quali sia possibile un buon equilibrio della qualità delle relazioni: dalla collaborazione sul lavoro, alla frequentazione informale fino alla condivisione di momenti significativi dell’esperienza di vita. Persone che s’incontrano non solo per lavorare ma anche per divertirsi, condividere un pranzo, assistere ad uno spettacolo, una conferenza, ecc. ma anche persone che hanno un elevato numero di conoscenze ed una aperta disposizione alle relazioni interpersonali (non sono imprigionate in copioni di intimismo o solitudine o di eccesso di controllo). O, comunque, formazioni gruppali a connessione lasca che consentono di recitare al loro interno una molteplicità di ruoli senza forti barriere tra la realtà delle reti famigliari dei partecipanti e la realtà del luogo di lavoro. Il che presuppone una qualche forma di ricomposizione della pluralizzazione dei mondi della vita.

2) Il processo comunicativo e relazionale non crea ristagni in coalizioni tra gruppi pur associando persone con esperienze similari tra di loro. Non ci sono dati per spiegare come avvenga questo processo. Si potrebbe ipotizzare che lo spazio relazionale sia uno “spazio di vita” riempito con spontaneità e naturalezza dai membri delle associazioni; se così fosse si dovrebbero poter trovare elevati valori nelle relazioni di riconoscimento, di dialogicità e di disponibilità, e bassi valori di relazioni oppositive di equivoco, di evitamento e di insofferenza. Se così fosse e se, dunque, il clima sociale fosse caratterizzato da una naturale socievolezza potrebbe anche risolversi il risultato paradossale indicato da Donati nella ricerca sulla società civile: “Ciò che colpisce, scrive Donati, è il fatto che, mentre gli associati si affidano allo stato ed alle sue garanzie, i non associati considerano il civile come più legato alla capacità delle persone ed ai loro scambi e relazioni…ci si sarebbe potuti attendere il contrario, in base all’idea che siano gli associati coloro che mettono l’enfasi sul civile come contributo di persone attive e responsabili. Invece non è così” [Colozzi e Donati, 2002: 304]. Le spiegazioni psicologiche di questi atteggiamenti valutativi sono molteplici: gli associati probabilmente considerano la creatività della loro dimensione relazionale un naturale mare di relazioni nel quale vivono e, in ragione della loro forza associativa, riescono a dialogare con pezzi dello stato al quale chiedono maggior rispetto, partecipazione e coinvolgimento. I non associati, al contrario, sentono forte la distanza dallo stato e percepiscono, con chiarezza, il significato dello stile di vita e di lavoro di chi ha scelto di lavorare, e magari vivere, all’interno di formazioni di privato sociale, anche se è probabile che siano trattenuti, dall’operare scelte di vita in tale direzione, per molti motivi, a partire da quello della bassa retribuzione in tali formazioni.

Un altro elemento emerge significativamente dalla ricerca di Tronca. Lo studio dei reticoli nei Gruppi di Lavoro “mostra un Forum in cui le associazioni non riescono ancora a collaborare molto all’interno dei Gruppi di Lavoro e, quando lo fanno, si limitano a concentrare il proprio impegno solo in alcuni di loro… Come mostrano gli indici di betweenness, alcuni nodi sono riusciti ad occupare delle “posizioni strategiche” nella rete-Forum limitata ai Gruppi di Lavoro. Quattro attori, infatti, fanno registrare indici d’interposizione puntuale che vanno da 38.61 a 73.85, mentre i restanti membri dei Gruppi di Lavoro, pur essendo dotati di livelli di centralità locale e relativa non trascurabili, occupano delle posizioni sostanzialmente marginali all’interno della rete (hanno, cioè, livelli di betwenness sensibilmente più bassi). ..Escludendo dalla rete parziale i quattro attori meglio connessi (e, conseguentemente, le loro relazioni) si riescono a calcolare delle densità, cosiddette, “ego-centriche”… privata di tutti e quattro i nodi contemporaneamente, la densità (della rete parziale) è quasi dimezzata” [Tronca, 2003: 17]. L’analisi di Tronca verte poi sulle aree di alta coesione individuando in esse una ulteriore significatività dei 4 nodi già menzionati che fanno “registrare livelli di presenza che superano di gran lunga quelli degli altri membri del network: i quattro fanno parte, mediamente, di 13.25 cliques, contro le 2.90 dei restanti punti (facendo apparire alta) l’importanza, per il grado di connessione della rete, dei quattro nodi più volte menzionati…Senza le connessioni garantite dai questi attori, in sostanza, i membri dei Gruppi di Lavoro subirebbero una sorta di “allontanamento” reciproco.

Il tipo di relazione sociale che si attua nei Gruppi di Lavoro è di qualità diversa rispetto a quella della cultura associativa letta nelle relazioni allargate delle formazioni. La struttura del gruppo di lavoro non è, infatti, specifica del privato sociale ma è mutuata dal contesto dell’impresa, si fonda sulla divisione dei compiti, sui ruoli, sulla motivazione anche competitiva, sulla produzione di risultati, sulla analisi dei costi e benefici (anche in ordine all’impiego del tempo). Inoltre il gruppo di lavoro è il luogo dove si elicitano le ambizioni personali, di carriera, la selezione dei migliori fino alle contese ed al mobbing[20]. All’interno dei gruppi di lavoro sono più forti le relazioni di integrazione e di complementarità e le opposizioni di incomprensione e di insofferenza, legate, queste ultime, ai processi competitivi innescati dalla cultura del profitto, degli obiettivi concreti da raggiungere, delle risorse da investire. Chi vive nella pratica della produzione di beni relazionali generalmente si ritrae da tali procedure solitamente delegando a qualcuno, più competente o intraprendente, tali compiti. Il fatto che il privato sociale si estranei alla cultura del “gruppo di lavoro” è confermato anche dalla scarsa importanza attribuita alla cultura organizzativa da parte degli intervistati appartenenti al privato sociale, nella citata ricerca di Colozzi e Donati sulla cultura del civile. “Rispetto al prospetto generale delle risorse, sia gli associati che i non associati mostrano di attribuire più importanza alle motivazioni, e poi in misura alquanto inferiore al denaro ed alle abilità organizzative, ma mentre per gli associati la capacità di gestire una organizzazione è più significativa rispetto al denaro, per i non associati il denaro ha la precedenza sulle competenze e sulle abilità organizzative” scrive Cevolini [Cevolini, 2002: 135] nel capitolo sui mezzi e le risorse della ricerca sulla cultura civile.

 

Qualità relazionali, empatia ed equilibrio

I due diversi modi relazionali all’interno del Forum sono aspetti delle modulazioni di personalità collettiva del sistema relazionale complessivo del Forum; le diverse articolazioni relazionali, funzionali agli scopi, s’incarnano nei rapporti concreti tra alcuni individui e alcuni gruppi, piuttosto che in altri. Se si possedessero dati su tutte le articolazioni relazionali implicate nella personalità collettiva complessiva, diverrebbe evidente la prevalenza di qualche particolare propensione dell’intero Forum verso alcuni stili relazionali prevalenti.

Nel modello delle sette personalità collettive, frutto d’incroci tra 14 tipi di relazioni, l’ipotesi di articolazione relazionale all’interno di un Forum la mosterà inequivocabilmente diversa da quella che si può riscontare tra addetti di diverse filiali di un’azienda, per esempio, tra i militari che formano una divisione, tra gli studenti di diverse classi di un’istituzione scolastica, tra i membri di diverse famiglie che costituiscono un condominio, ecc. E’ abbastanza evidente che la qualità dei reticoli relazionali, ben più esplicativa rispetto agli atteggiamenti individuali, si modelli diversamente a seconda dell’identità gruppale.

La necessità di mettere in atto un percorso di analisi e di ricerca all’interno delle formazioni di privato sociale, attraverso la modulazione delle relazioni[21], scaturisce da una doppia necessità. La prima è mettere a punto una organizzazione metodologica multilivello che colleghi atteggiamenti individuali, personalità collettive dei gruppi e identità collettiva delle formazioni.

La seconda riguarda la teoria dell’equilibrio gruppale e ci riconduce ad ultima riflessione sul rapporto tra empatia e dinamica.

Pur nella sovrapposizione di due processi basici di relazione individuati attraverso questi due concetti, ciò che si conosce della correlazione tra empatia e superamento dell’egocentrismo [Gladstein, 1986; Goldstein, 1985;   Feshbach, 1982] porta alla valutazione che l’apertura al coglimento empatico sia una disposizione naturale che può inibirsi, o svilupparsi, a seconda dei processi educativi e relazionali vissuti dalla persona. La possibilità di sviluppo del coglimento empatico, di tipo affettivo o di tipo cognitivo, caratterizza le relazioni e le difende dal precipitare o verso eccessi di fusionalità o di affiliazione, o di controllo o di dinamicità, o di differenziazione [Masini, 1996]. Il modo in cui è stata descritta la personalità collettiva di un gruppo ed un possibile modello teorico di realizzazione dell’empatia in gruppo, hanno in comune lo stesso concetto di equilibrio richiamato per la discussioni sui sistemi.

Il concetto di equilibrio relazionale è anche sottolineato da ricercatori [Bonino, Lo Coco, Tani, 1998] che hanno messo in guardia da un’eccessiva enfatizzazione sul ruolo positivo dell’empatia; vi è una empatia negativa nei casi di eccesso di fusione, di dipendenza, di imbroglio, di contagio. A ben vedere E. Stein [1985] operazionalizza il processo empatico in tre fasi, senza l’ultima delle quali – l’oggettivazione[22], che sancisce il distacco dall’esperienza – il processo non è da considerarsi pieno coglimento del vissuto altrui e, dunque, le precedenti discussioni sull’empatia negativa non avrebbero fondamento dal punto di vista fenomenologico. In ogni caso l’oggettivazione apre alla dinamica e, cioè, alla formulazione di schemi d’azione, di ripetizioni per raggiungere scopi, definire norme e produrre adattamenti. 

Nella direzione di comprendere il significato dell’"empatia sociosistemica", ipotizzata da Ardigò [1988], non è possibile prescindere dall’empatia cognitiva discussa dagli psicologi.

A seconda della struttura emozionale di base della persona si possono sviluppare, o meno, diverse modalità di comprensione empatica, le quali pongono il soggetto di fronte a diversi snodi delle sue possibilità di comprensione e di rapporto con gli altri. Lo sviluppo della capacità empatica muove dalle forme più semplici (la somiglianza del vissuto con quello altrui e l’immedesimazione conseguente) fino alla generalizzazione del coglimento empatico verso tutti i copioni. I fenomeni di empatia rivolti ai gruppi sociali si fondano su un processo inverso che parte dall’oggettivazione del vissuto altrui, passa attraverso l’immedesimazione e perviene al coglimento: l’empatia è, in questa prospettiva, un esplicito atto intenzionale che muta il punto di vista autoreferenziale e si sforza di rendere intellegibile l’azione altrui anche laddove essa possa apparire, in un primo momento, priva di senso. Solo se si accetta l’idea che i processi dinamici siano la ripetizione di schemi di vissuto stabilizzati, alla cui base si è verificato un innesco di empatizzazioni e controempatizzazioni, può essere esercitato uno sforzo cognitivo, verso percezioni incomprensibili di vissuto altrui, che le categorizzi come esiti di schemi con radici emozionali simili alle proprie[23], ma costituitesi con connotazioni molto diverse.

Tale tipo d’empatia cognitiva non è apertura volontaristica ma frutto dell’esperienza relazionale di una gruppalità equilibrata. La rete relazionale gruppale (che è tanto più complessa quanto più è equilibrata, giacché senza equilibrio la complessità dissolverebbe la personalità collettiva del gruppo per le pressioni divergenti del gruppo latente), è una potente antenna in grado di ricevere segnali con le bande più diverse. Fino alla possibilità di comprensione interpersonale assoluta: quella dell’uguaglianza tra esseri umani sulla base della possibilità di sperimentare le stesse emozioni e gli stessi sentimenti, purché posti nella condizione di comunicare il proprio vissuto ed aprirsi al vissuto altrui.

Ciò che vale nell’esperienza personale all’interno di raggruppamenti equilibrati, vale anche all’interno dei sistemi: il sapere ingenuo sui “sistemi”, ovvero sull’organizzazione logico-concettuale del mondo sociale in cui stiamo vivendo, nasce attraverso “narrazioni” di altri o “discorsività simboliche” interiori. Le narrazioni della cultura presentano congruenze o dissonanze cognitive; quanto più le narrazioni sono congruenti ed equilibrate, tanto maggiore è la complessità che possono contenere. Solo quando un sistema culturale è in equilibrio può aprirsi alla comprensione di altri sistemi culturali. E’ innegabile il relativismo culturale ma non è relativo il grado di equilibrio interno di una cultura più o meno capace di empatizzare, nel concreto dei suoi singoli rappresentanti, per via sociosistemica, la cultura altrui. Anche un sistema culturale può essere letto nella stessa prospettiva delle personalità collettive, anche se non è possibile affrontare qui tale discussione.

La personalità collettiva di un gruppo, che vive in equilibrio le proprio relazioni in affinità possiede anche la proprietà di proteggere i suoi membri da scariche emozionali nevrotizzanti. Tali scariche sono frutto di relazioni di opposizione che si potenziano in funzione dello sbilanciamento delle relazioni di affinità verso una, o poche, modulazioni. Ad esempio un eccesso di attaccamento porta un gruppo verso l’invischiamento interno ed una conseguente diminuzione dell’identità: tale gruppo trova un riequilibrio mediante sviluppo di opposizioni, attraverso processi d’identità per differenziazione ed aumento di tratti confliggenti con l’esterno. Un gruppo demotivato produce relazioni oppositive di insofferenza conseguenti alla astenica necessità di riequilibrarsi; un gruppo estremamente differenziato, incapace di trovare complementarità o integrazione tra gli atteggiamenti, soffre il logoramento e il fastidio; un gruppo conflittuale, incapace di disponibilità, vive nella delusione e nell’equivoco; ecc.

Se il controbilanciamento nell’assetto delle relazioni gruppali non avviene attraverso nuove relazioni di affinità, si sviluppano relazioni di opposizione le quali garantiscono la sopravvivenza del gruppo o la continuazione di quel tipo di gruppo. Naturalmente un gruppo riequilibrato dalle opposizioni non sarà in grado di afferrare empaticamente le strutture relazioni di altri gruppi perché impedito dalle giustificazioni culturali prodotte per difendere le opposizioni relazioni interne. L’equilibrio mediante conflitti è regressivo per l’empatia sociosistemica.

Sul piano dei processi di società civile lo sviluppo di  governance è dunque indispensabile per comprendere le altre culture ed individuare le vie non autoritarie per la diffusione delle democrazie nel mondo, condizione questa indispensabile per ulteriori sviluppi della stessa governance.

Relazioni, empatia sociosistemica, equilibrio e governance sono i termini che descrivono, in questa prospettiva di ricerca, le componenti indispensabili per il miglioramento.

  

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[1] Con il concetto di  «dinamica» si intende l’orientamento del gruppo verso un compito da realizzare attraverso processi di strutturazione e destrutturazione dei ruoli. Il carattere dinamico si esplica nei cambiamenti e riequilibramenti strutturali necessari al raggiungimento degli obiettivi, come spiega K. Lewin che lo prese in prestito dalla meccanica: “il termine «dinamico» si riferisce qui al concetto dynamis=forza, a una interpretazione cioè del cambiamento come risultato delle forze psicologiche” (Lewin, 1972: 88).

[2] La denominazione terzo settore è qui usata quando si pone l’accento su una prospettiva più economica o politica (in senso corrente) del ruolo delle formazioni di privato sociale; quest’ultimo termine è invece utilizzato laddove è più marcato il significato relazionale di tali formazioni.

[3] Il motivo del ricorso alla originale teoria struttural-funzionalista (con qualche contaminazione) è dovuto al tentativo di riprendere un filo di discussione interrotto anche per la mancanza di strumenti di elaborazione dati capaci di fronteggiarne la complessità interna. Ciò non significa che il modello delle personalità collettive non possa essere letto in chiave costruzionista o soggettivista. 

[4] Le linee di azione conativo, espressiva e affettiva, ove disposte sul grafo, agiscono settorialmente su gruppi di lati adiacenti e descrivono l’azione dei tre principali strumenti di lavoro sui gruppi: le tecniche del gruppo di lavoro, del gruppo di formazione e del gruppo di incontro. Nella analisi dei gruppi non sembra però possibile ricondurre a sole tre dimensioni lo studio. Il richiamo alle tre figure di Parsons e Bales è però importante ai fini dell’intervento pratico sui gruppi giacché, in linea di massima, le strutture di intervento poste in essere dai diversi tipi di leadership si riconducono a tali tre categorie ed a miscele tra le suddette. Nel modello delle p.c. la leadership è considerata solo nei suoi risvolti di funzionalità per l’adattamento del gruppo potenziale verso le caratteristiche della configurazione gruppale richiesta. Il leader, che ha la sua personalità computata tra le linee delle disposizioni, colloca il suo ruolo nello scarto tra le linee delle disposizioni e delle relazioni.

[5] La costruzione di questo modello è passata attraverso l’elaborazione di due strumenti: il primo è un test di atteggiamenti da cui si ricava in punteggio del singolo in sette copioni (ricavati dalle emozioni di base), il secondo è un test che studia 14 tipi di relazione in reciprocità, di affinità e di opposizione. (I sette copioni hanno tra loro 42 relazioni univoche e cioè 21 biunivoche, escludendo le 7 relazioni di ciascun tipo con i tipi adiacenti nel perimetro del grafo, che funzionano da rinforzo e conferma dei copioni per le somiglianze, restano 14 modelli di relazione. I due tipi di test possono essere comparati tra di loro attraverso due grafi (il modello è discusso in V. Masini [2000].

[6] Per comprendere l’ottica in cui porsi nello studio delle personalità collettive occorre l’atteggiamento del ricercatore che analizza ciascun gruppo con lo stesso atteggiamento di un marziano che, caduto sulla Terra, osservasse gruppi di 5, 6, 8, 10 persone e dovesse trovare i criteri per riconoscere in essi: una famiglia?, un insieme di persone che aspetta un autobus?, una pattuglia militare?, un gruppo di lavoro? una comitiva di amici? una giunta comunale? un consiglio di amministrazione?. Quali indicatori per capire il tipo di relazioni e la dinamica gruppale interna? E, nella fattispecie dell’analisi di personalità collettiva di un gruppo di lavoro, qualora quel marziano avesse scelto che quel gruppo è “un gruppo di lavoro”, come individuare le proprietà organizzative e relazionali di quello specifico gruppo in quel momento della sua storia. Quale il suo equilibrio interno? e quali caratteristiche mancano (o eccedono) in quel di gruppo e come fare per migliorarlo? deve essere più “famiglia-comunità”?, deve aumentare le relazioni amicali vivendo qualche momento come comitiva? deve aumentare la differenziazione interna perché tutti i membri hanno gli stessi atteggiamenti e impediscono la crescita? o, al contrario, deve mitigare la differenziazione per far crescere l’identità di gruppo, l’unità, la motivazione finalizzandosi al raggiungimento degli obiettivi prefissati?

[7] G. Simmel, discute della determinatezza quantitativa del gruppo proponendo una riflessione, senz’altro attuale, sulle grandezze numeriche che agiscono come forma di organizzazione. “A ogni numero determinato di elementi corrisponde, secondo lo scopo e il senso della loro unificazione, una forma sociologica, un’organizzazione, una stabilità, un rapporto del tutto con le parti ecc.. Poiché noi non possediamo un’espressione particolare per designare ognuno di questi stati sociologici infinitamente numerosi, anche quando esso è osservabile nel suo carattere, spesso non rimane altro da fare che concepirlo come composto da due stati, il primo che ci dice, per così dire, di più e l’altro di meno… Dove i concetti coniati per designare le unità sociali – come quelli di incontro e società, compagnia e esercito, cricca e partito, coppia e banda, seguito personale e scuola, gruppetto e assembramento di massa – non trovano un’applicazione sicura perché il materiale umano sembra essere troppo scarso per l’uno ed eccessivo per l’altro, esiste tuttavia una formazione sociologica altrettanto unitaria, altrettanto corrispondente in maniera specifica alla condizione numerica come in quei casi più netti. Soltanto la mancanza di un concetto particolare per queste innumerevoli sfumature ci costringe a designare le loro qualità come una mescolanza delle forme che corrispondono alle formazioni numericamente più esigue a quelle numericamente più cospicue” [Simmel, 1998: 66].

[8] Queste funzioni corrispondono alle propensione di azione connesse ai copioni di comportamento che gravitano sulle emozioni di base: paura, rabbia, distacco, piacere, apatia, vergogna, attaccamento. Le emozioni, a loro volta, sono miscele dei controlli valutativi dello stimolo studiati dalla neuropsicologia: arousal, attivazione e controllo che presentano una stimolante analogia con l’azione espressiva, di attaccamento e strumentale di Parsons.

[9] Può essere efficace leggere le analogie delle formazioni gruppali, indicate come luoghi oggettivati in cui prende forma la direzione dell’”andare verso” o del movimento psicologico che sta alle spalle della azione o dello “sforzo”, nella terminologia di Parsons, con la tabella di classificazione dei tipi di fusione e separazione delle componenti paradigmatiche (tabella 1 in Il Sistema Sociale di Parsons a pagina 94 dell’edizione citata). Nell’elenco si trovano le corrispondenze tra il mix dei processi di azione e le personalità collettive (PC) oggettivate nei raggruppamenti sociali in buona sintonia con le indicazioni di Parsons: 

1)       La separazione di interessi catetico-espressivi da attaccamenti e aspettative strumentali corrisponde alla PC6, il pubblico.

2)       La fusione di interessi catetico-espessivi in attaccamento diffuso corrisponde alla PC4, la coppia.

3)       Interesse catetico-espressivo da parte di una prestazione strumentale asimmetrica, può essere visto nella partecipazione individualizzata ad un contesto di tipo rappresentativo e corrisponde alla PC3, il consiglio.

4)       Fusione di attaccamento con prestazioni strumentali corrisponde alla PC7, la parentela.

5)       La separazione di prestazioni strumentali da orientamenti catetico-espressivi e di attaccamento, tipica dei ruoli tecnici, corrisponde ala PC1, l’ufficio.

6)       La fusione di funzioni strumentali con compensi specificamente appropriati corrispondente ai ruoli esecutivi o artigianali, corrisponde alla PC2, la squadra.

7)       La fusione di interessi espressi in attaccamento diffuso verso un oggetto culturale astratto, l’amore universale corrisponde alla PC5, ovvero ad un insieme senza legami relazionali specifici.

[10] Nella teorizzazione di Fichter [1957] ho ritrovato una tassonomia dei raggruppamenti sociali in forma organizzativa, economica, politica, ricreativa, educativa, religiosa, famigliare che, nel dettaglio della descrizione, ha numerosi punti di contatto con la proposta delle personalità collettive.

[11] E cioé: paura (che conduce al controllo), attivazione (che ha la sua radice della rabbia), distacco, piacere fusionale, quiete e vergogna (che è sensibilità recettiva passiva), attaccamento, cfr. Masini [2000].

[12] Si tratta di individuare i principali tipi di modelli relazionali che possono intercorrere nelle relazioni di affinità in una personalità collettiva (integrazione, incontro, riconoscimento, disponibilità, complementarità, mediazione, dialogicità) e nelle relazioni di opposizione (fastidio, incomprensione, equivoco, evitamento, delusione, logoramento, insofferenza). Queste tensioni relazionali sono state investigate dallo scrivente all’interno di gruppi di lavoro dei servizi [Masini, 2003], all’interno delle classi scolastiche [Masini, 1996, 2002], all’interno di comunità di recupero [Masini, 1994], all’interno dei condomini [Masini, 2003]. Tali relazioni possono essere quantificate attraverso item relazionali che investigano, oltre alla qualità del contatto, anche il tipo di contatto e di conoscenza. Nello studio sui servizi sono stati item come: Quanti sono i membri del suo gruppo che ritiene professionalmente più competenti di lei? Di quanti è stato a casa? Quanti sono riusciti a capirla fino in fondo? Con quanti ha litigato (almeno una volta ed anche molto tempo fa)? Con quanti non vorrebbe collaborare gomito a gomito? Con quanti lavora bene e volentieri? Di quanti conosce almeno un familiare? Con quanti si è incontrato qualche volta al di fuori dell’orario di lavoro? Di quanti ha il numero di telefono o telefonino? ecc. Item di questo tipo, scelti da un paniere di atteggiamenti relazionali (ricavati dall’analisi delle storie di vita) che ne contiene un centinaio, servono a quantificare ben 14 tipi di relazione di affinità o di opposizione.

[13] Basti pensare all’innovazione istituzionale che sta dietro il concetto di governance.

[14] Con il termine corrispondenza s’intende il modo in cui gli individui si relazionano gli uni agli altri, a volte in reciprocità, a volte mediante scambio anche simbolico, a volte per dono, a volte per affinità, a volte per opposizione. “Il concetto di reciprocità non significa do ut des, ma scambio simbolico, in cui si dà all’altro nell’aspettativa che l’altro, quando, se e come potrà, darà ciò che può, in termini d’equivalenza simbolica, non materiale o di prezzo monetario” [Donati, 1996:33]. La molteplicità delle corrispondenze richiede la comprensione delle modulazioni della reciprocità. L’aggressività non si spegne solo con la pace ma anche nella sensibilità, l’attaccamento affettivo non si spegne solo con la sazietà emozionale ma si supera con la libertà dalla dipendenza, l’indipendenza orgogliosa trova il suo limite nell’umiltà e nell’unione, l’emozionalità desiderante si stabilizza attraverso il controllo responsabile e la fedeltà, la responsabilità ansiosa si rasserena con la tolleranza e l’ottimismo, la mancanza di autostima e il senso d’inferiorità scompaiono attraverso l’impegno e la dignità.

[15] E’ lo stato ad aver bisogno di bandiere e simboli per sostenere il suo codice normativo. Se poi è vero che il mercato ha bisogno di pubblicità per potenziare lo scambio, la cultura relazionale ha bisogno di potenziare la sua narratività per testimoniarsi e implementarsi nelle relazioni interpersonali.

[16] Le soggettività concrete di I possono essere rappresentate solo attraverso il concetto di “modello latente” a cui si perviene attraverso un ragionamento opposto (top down) rispetto a quello utilizzato dallo strutturalismo (che è bottom up). All’interno di I si possono dunque trovare 7 diverse configurazioni, a seconda della loro propensione verso: A, G, L, AG, GL, LA, AGL = il mercato, lo stato, le reti primarie famigliari, il mix tra lo stato e il mercato, mix tra stato e reti, mix tra reti e mercato, mix tra mercato e reti e stato, con la società civile come sfera di privato sociale sullo sfondo.

[17] La riflessività ha a sempre a che fare con la coscienza. L’azione sociale concreta del singolo individuo si elicita con una distanza più o meno grande dalla coscienza, la relazione sociale con altri socializza la coscienza ed orienta i percorsi dei reticoli sociali costruendo nodi e connessioni, permeandoli di comunicazioni espressive, di attaccamento o strumentali ma non rende, ovviamente, tali reticoli dotati di coscienza. Ai fini del lavoro sociologico, possiamo usare espressioni che li descrivono come soggetti collettivi, ma, anche se immersi nella più densa capacità di empatizzazione, interindividuale o sociosistemica, ed anche se le loro azioni sono coordinate all’unisono, non vi è il luogo concreto in cui possono diventare autoriflessivi. Manca loro l’unitarietà sostanziale mente-corpo psicologicamente e spazialmente definita.

[18] Problemi connessi alla riflessività sono presenti anche in molti passaggi di Parsons quando, ad esempio, nell’analizzare la struttura del contesto relazionale degli orientamenti valutativi in vista dell’azione, realizza “alcune fonti di tensione tra i modelli culturali e le condizioni reali di funzionamento di un sistema sociale” [Parsons, 1951: 92]. Le tensioni riguardano l’analisi (delle obbligazioni strumentali, gli interessi catettico-espressivi e le tensioni di attaccamento) inserita in una delle ripetute tabelle a otto riquadri divisa tra particolarismo e universalismo, neutralità e affettività, specificità e diffusione, seguita da una classificazione a sette dei ruoli concreti che derivano dagli incroci tra espressività, strumentalità e attaccamento; oppure in tabelle, sistematicamente corrette, ma tautologiche in una casella (ad es. quella della classificazione dei tipi di attaccamento). Sul piano teorico la classificazione parsonsiana non è mai problematica, lo diventa quando scende nell’analisi empirica.

[19] Assunto che le personalità collettive presentino al loro interno orientamenti che sono frutto delle “propensioni verso” ne discende che, una volta applicato lo schema alle formazioni di privato sociale, la prima PC sia quella in cui v’è una tensione verso lo statalismo, la seconda PC si manifesti più vicina all’intraprendenza del mercato, la terza PC contenga in ugual misura tensione verso la stato e verso il mercato, la quarta sia tutta protesa verso le reti primarie, la quinta sia in equilibrio tra stato, mercato e reti e non manifesti  una sua specificità tensionale caratterizzante, la sesta verso le reti e lo stato, la settima verso le reti e il mercato. In un precedente lavoro di ricerca [Masini, 1998] avevo individuato nelle tipologie organizzative del privato sociale un riscontro possibile tra queste sette combinazioni: cooperative di solidarietà sociale, cooperative sociali, associazionismo sociale, self-help spontaneo e associato, volontariato singolo o associato che opera nei servizi pubblici, volontariato associato non registrato, volontariato associato registrato. Non è però possibile individuare, in forma chiara, la specificità culturale e valoriale sulla base della attestazione formale della struttura organizzativa;  un riscontro culturale concreto può essere trovato solo nel momento della costituzione delle diverse formazioni che ha fatto propendere verso l’una o l’altra forma associativa.

[20] E’ utile osservare come il disagio del singolo operatore dia luogo al suo burn out e che il mobbing sia il corrispettivo relazionale intragruppale del burn out.

[21] Nella logica delle personalità collettive i dati necessari dovrebbero tenere in considerazione i seguenti orientamenti relazionali: 1) le relazioni organizzative, centrate sui ruoli, sulle comunicazioni ufficiali, sulla quantità dei contatti tra i membri dei gruppi che rivestono cariche; 2) le relazioni centrate sui compiti operativi, sull’articolazione dei gruppi di lavoro e sui contatti funzionali all’intraprendenza, sulla progettazione e sulla realizzazione delle attività; 3) le relazioni mirate alla discussione, alla creatività, alla crescita ed al cambiamento; 4) le relazioni di condivisione fusionale, assembleari, di festa, di manifestazione; 5) le relazioni interpersonali di tipo convenzionale, non partecipative e coinvolgenti, gli scambi di auguri; 6) le relazioni centrate sull’ascolto, sul sostegno, sull’aiuto, nel senso più comune di relazione solidale tra la gente; 7) le relazioni associative, l’appartenza ai gruppi, l’unione tra persone.

[22] L'analisi più chiara ed efficace dei tre gradi del processo di empatia la abbiamo trovata in Edith Stein: emersione del vissuto altrui, esplicazione riempiente e oggettivizzazione comprensiva., Ma questi tre gradi presentano modulazione in ordine alle età, allo sviluppo o alla regressione della capacità empatica o al copione di personalità che è più o meno aperto alla comprensione empatica di un vissuto o di un altro.

Hoffman, Feshbach, Strauyer, Davis, Hogan hanno studiato le proprietà di tale sviluppo attribuendo gradi diversi di complessità e di evoluzione affettivo - cognitiva alla empatia a partire da: contagio emotivo, empatia per condivisione parallela, empatia per condivisione partecipatoria, empatia per condizioni generali. La processualità di sviluppo dell'empatia sembra che muova dal contagio emotivo (chi empatizza esprime l'adesione immediata al vissuto altrui), alla rappresentazione dell'evento (chi empatizza riesce caratterizzare la situazione dell'evento), alla rappresentazione del vissuto (chi empatizza partecipa allo stato emotivo dell'altro e sa descrivere lo stato interiore dell'altro), alla emersione delle risposte di aiuto (chi empatizza mette immediatamente in atto atteggiamenti di aiuto o proposte per risolvere le situazioni critiche), all’indifferenza (chi empatizza non è coinvolto più di tanto ), alla presa di distanza dalla situazione (chi empatizza cerca di spegnere le emozioni che ha sentito e si tira indietro per difesa), alle risposte convenzionali (chi empatizza non ha coinvolgimento emotivo e risponde al vissuto altrui con frasi fatte) [Bonino et alii, 1988:146].

[23] Ho discusso, in “Idealtipi di religiosità e dialogo interreligioso”, in Berti A. e De Vita R. [2003], alcuni possibili schemi per comprendere le forme di religiosità di diverse religioni comparati all’interno di modelli di atteggiamenti equivalenti.

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