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IL BISOGNO DI COUNSELING IN OSPEDALE

 

Daniele Masini

 

1. INTRODUZIONE

La proposta che si intende avanzare in questo lavoro esplicita la convinzione che la figura del counselor negli ospedali, e nei servizi sanitari in genere, possa essere di grande aiuto migliorandone la qualità complessiva.

Il mondo della salute e della malattia vive un momento di forte criticità, in cui i modi consolidati di rispondere ai bisogni degli individui sono sempre più inefficaci e sottoposti a revisione, in quanto si sono allontanati dalla loro primaria missione: fare stare bene l’individuo sofferente.

In questo clima di profondo cambiamento si vuole sostenere l’ipotesi che il counseling sia uno strumento essenziale per riavvicinare i cittadini e i loro Mondi-della-vita-quotidiana alle strutture sistemiche preposte alla gestione di questi fondamentali bisogni sociali.

Come vedremo sono molti gli ambiti della salute/malattia, interpretata da punto di vista bio-medico, psichico e sociale, in cui il counseling può incidere positivamente. Questa multi-settorialità applicativa del counselor è dovuta soprattutto alla sua formazione dai tanti versanti, primo tra tutti quello comunicativo: la preparazione comunicativa del counselor non si ferma alle teorizzazioni astratte, anzi spesso segue il percorso opposto costruendosi nella pratica per poi giungere alle generalizzazioni e alle classificazioni teoriche.

In ospedale la teoria conta poco; la comunicazione efficace è quella che si confronta con il reale e si modula alle esigenze sempre nuove della realtà dei fatti; il counselor deve essere in grado di fare questo: adattarsi continuamente alle contingenze, con uno schema di riferimento a maglie larghe che gli permetta di interpretare il reale in maniera snella e veloce, ma che non sia riduttivo, che non privi l’uomo della sua unicità, che non forzi i significati della realtà in strutture a-prioristiche e falsate. Il counselor “deve, oltrechè possedere, essere in grado di trasmettere flessibilità come unica strategia di coping[1] per l’inevitabile incertezza con cui dobbiamo ogni giorno confrontarci”[2].

“Il bisogno di counseling” in ospedale; questo titolo riprende le parole di un altro titolo quello del Convegno Nazionale[3] organizzato dallo Studio Associato “Prevenire è Possibile” in collaborazione con la F.A.I.P. (Federazione delle Associazioni Italiane di Psicoterapia) a Roma il 13 febbraio 2005, in cui si sono esaminati molti dei versanti applicativi del counseling, mettendo in evidenza la concreta esigenza di questa figura professionale, di cui negli ultimi anni si incomincia a parlare molto e si sta diffondendo in molti settori differenti, tra i quali l’ambito socio-sanitario è ovviamente quello primario, ma incomincia a diffondersi anche nelle scuole, nel mondo dell’orientamento professionale, nelle aziende. 

Il counseling è un percorso di ricerca di strade nuove, di equilibri accettabili, di vie di uscita quando un problema (qualunque problema) diventa soggettivamente insostenibile e riduce le capacità di vedere ed inventare soluzioni.

Il counseling è un processo co-istituito, in cui

 

“l’operatore è lo strumento essenziale del colloquio e l’esito del percorso è il risultato e il prodotto della dinamica, di quella dinamica specifica, instauratasi tra il cliente e l’operatore. È per questo che più che un lavoro, è un arte, un’arte che poggia su conoscenze scientifiche e su competenze esperienziali. Peraltro non si vuole dimenticare..lo specifico carattere educativo che, secondo chi scrive, deve contraddistinguere il modo di accompagnare il cliente nel suo percorso di presa di coscienza, miglioramento e/o acquisizione di nuove strategie di fronteggiamento della propria esistenza”[4]

 

il counselor affianca il suo cliente nella ricerca, senza guidarlo, senza sostituirsi a lui, senza indicargli soluzioni già pronte, ma ricostruisce ed esplicita le risorse e i limiti del soggetto da aiutare, valorizzandone le sue capacità e spronandolo ad autodeterminarsi, autonomamente.

 

«Il dialogo di sostegno non assume alcuna modulazione di tipo persuasivo, non è né convincente né insistente, non è ripetitivo o penetrante. La sua modulazione è estemporanea, apparentemente disordinata e frammentaria: è il soggetto che fa suo un filo logico sottointeso alle parole, riempiendo i vuoti ed usando la sua logica personale associa il messaggio ai vissuti empatizzati. Il sostegno richiede sensibilità ed autocontrollo»[5]

 

«..Il colloquio clinico è un incontro, uno scambio; ma non uno scambio qualunque. Nel colloquio clinico al centro è la persona, con ciò che mette in gioco di sé, con ciò che vuole migliorare della sua vita, con i suoi bisogni espliciti e quelli non detti. La persona che arriva in consulenza..ha già riconosciuto di avere un problema da risolvere e di avere la necessità di essere aiutata per trovare la propria soluzione personale alla questione. Ciò significa che di fronte allo stesso problema, ci possono essere soluzioni diverse, dipendenti dalla personalità, dalle circostanze e, soprattutto, dalle risorse interne su cui si può contare per aiutare la persona a gestire le circostanze..in alcuni casi il Counselor si troverà ad attivare un processo di cambiamento radicale delle condizioni esistenziali del richiedente; in altri casi, si potrà solo individuare il modo migliore per negoziare con una realtà non modificabile»[6]

 

La prima veste che il counselor deve imparare ad indossare è quella di “Artigiani dell’Educazione”, intendendo con questa espressione «tutti quegli uomini che, nella semplicità della vita quotidiana, agiscono con interventi educativi rivolti al loro prossimo e trasferiscono, da una generazione all’altra, la cultura dei valori costruita dall’umanità nel corso dei secoli. Il loro è un sapere artigianale…»[7], la cui prima finalità è quella di aiutare l’individuo, la coppia, la famiglia in situazione di sofferenza ad essere più liberi[8]: recidere i condizionamenti, stimolare l’autonomia, dare coraggio nella presa di decisioni, interrompere il reiterarsi di copioni appresi e automatici, elevare la consapevolezza di sé, insegnare a guardarsi a conoscersi, a “coccolarsi” o a rimproverarsi[9].  

Il counseling è un intervento breve, al termine del quale il cliente potrebbe anche non avere cambiato il suo modo di essere, ma sicuramente avrà affinato le sue personali tecniche di fronteggiare i problemi, primo tra tutti quello specifico per il quale ha chiesto l’intervento del counselor, avrà raccolto nuove informazioni, avrà ampliato le sue ipotesi, avrà scoperto nuovi punti di vista.

 

«Essere counselor significa..entrare in contatto con una persona tanto velocemente quanto intensamente, accendere una discussione importante, confrontarsi e poi lasciare che la persona faccia la sua scelta e trovi in se stessa le risorse per metterla a regime. Non risolvere il problema, ma insegnare a farlo, in poco tempo, con grande precisione. Evitando di condizionare esercitando pressioni reiterate nel tempo..ma solamente offrendo una visone alternativa»[10].

 

 

 

2. SOCIOLOGIA DEL COUNSELING: IL COUNSELING NELLA NOSTRA SOCIETA’

Nella nostra società è evidente il bisogno di counseling. Questa esigenza è esplicita nella gran parte dei settori sociali di oggi, dalla scuola alle aziende, dalla famiglia alla coppia e all’individuo singolo e solo; sarebbe impossibile enumerare ed elencare gli ambiti sociali in cui la “strana” figura del counselor potrebbe essere utile o fondamentale, in quanto sono molti gli ambiti del nostro agire sociale, compresa la sfera personale e interiore, in cui si aprono voragini di malessere. Può sembrare semplicistico, ma il counselor sta bene ovunque. La genericità di questa affermazione rende bene la dimensione crescente del malessere che pervade la nostra epoca: siamo chiamati a vivere in un periodo storico in cui mutamento e crisi non sono più accidentali e temporanei, in cui gestire un continuo divenire è la sfida a cui sono chiamati a rispondere i nostri sistemi sociali quotidianamente, pena il loro sgretolamento e la loro disfunzionalità.

C’è una verità semplice ed evidente, ma poco esplicitata, che si scopre collaborando e frequentando alcune tipologie di professionisti (insegnanti, infermieri, educatori, medici ecc.) che devono necessariamente, e non possono fare a meno, di comunicare con i loro utenti-pazienti-clienti in situazioni sempre diverse, non sempre ideali, con la consapevolezza che dalla qualità della loro comunicazione dipende gran parte del successo del loro intervento: comunicare è difficile.

Non tutti siamo in grado per indole personale a comunicare bene, e solo alcuni hanno avuto la fortuna o l’occasione di acquisire una formazione in proposito, il resto si ritrova a sperimentare fallimenti e frustrazioni nella pratica quotidiana. Spesso nello svolgimento di attività professionali come quelle elencate si scopre che ciò che si è detto è stato frainteso, che ciò che è stato detto e apparentemente capito non viene però tradotto nei comportamenti richiesti.

Le situazioni professionali in cui si manifestano maggiormente queste difficoltà comunicativo-relazionali sono i “pubblici servizi”, scuola, servizi sociali, sanità: perché i pazienti/utenti/clienti/cittadini sono spesso imprigionati in quella che ritengono una situazione insoddisfacente, ma non hanno la possibilità di abbandonare il campo e, magari, scegliere un’altra scuola, un altro ospedale, una differente equipe medica.

Il malessere di quella che può essere chiamata società post-moderna[11], post-materialista, globalizzata, relazionale complessa[12], sembra derivare principalmente da una comunicazione e una relazione tra individui sempre più improbabile: si assottigliano le probabilità che la comunicazione intersoggettiva sia vissuta come significativa per i soggetti in interazione; diminuisce la probabilità che il contesto oggettivo possa favorire una comprensione intima e simpatetica tra chi comunica; diminuisce la probabilità che si realizzino le condizioni specifiche della comunicabilità, cioè, che la comprensione comunicativa tra gli individui in interazione sia estensivamente suscettibile di ricezione da parte di altri; diminuisce, infine, la probabilità che la comunicazione abbia successo, nel senso che le selezioni operate dall’emittente siano fatte proprie dal ricevente e viceversa. Queste caratteristiche della comunicazione odierna si riflettono nell’implosione delle relazioni di sostegno, di aiuto tra persone: sia la solidarietà spontanea, di mondo vitale, tra singoli o gruppi informali sia le relazioni istituzionali come quella tra medico e paziente soffrono dell’incapacità di padroneggiare relazioni profonde e personalizzate. Le cause di questa difficoltà relazionale si possono ricondurre alla prevalenza di forme comunicative secondarie (impersonali e tipizzate) e terziarie (strategiche e informativo-performative) a discapito di quelle primarie (di “mondo vitale”, di senso comune).

Per quanto riguarda l’area dei bisogni a cui risponde la relazione d’aiuto proposta dal counseling questi sembrano interessare quell’area di malessere che ha molto spesso origine sociale e psicologica e che non può essere definibile come patologia, ma che è vissuta soggettivamente come non-salute.

Questo tipo di sofferenze investono tutti gli ambiti e gli ambienti sociali. Lo scenario che si presenta è quello di una crisi generalizzata, che manifesta una difficoltà di fondo che infetta di sé tutti gli ambiti del nostro agire quotidiano e che sembra frutto della difficoltà dei nostri sistemi sociali di gestire una complessità sociale sempre più elevata e sofisticata. L’autopoiesi dei sotto-sistemi sociali si sgretola di fronte alla complessità crescente scaturente dall’ambiente. Questa ipercomplessità si manifesta nella polverizzazione dei bisogni sociali, sempre più individuali e personalizzati, sempre più specifici e locali, di conseguenza sempre meno comprensibili e lontani dagli apparati sistemici preposti alla loro soddisfazione; i “vecchi” modi di rispondere alle esigenze della società non sono più adatti e adeguati: la scuola insegna sempre di meno, i disturbi relazionali e di personalità sono sempre più numerosi, gli emarginati sono sempre più allontanati, la medicina cura sempre di meno.

La figura del counselor appare come un tentativo di risposta a questi vuoti, è una proposta emersa spontaneamente dai mondi vitali della società civile per colmare l’assenza di nuove ed efficaci figure di aiuto: il prete è sempre meno ascoltato e seguito, il medico è sempre meno in grado di cogliere le esigenze psico-sociali dei suoi pazienti, il politico è sempre meno presente nel tessuto sociale quotidiano dei cittadini.

Osservando la nostra epoca sociale, post-moderna, ci rendiamo conto di molte manifestazioni di questa esigenza, le quali si concretizzano in fenomeni sociali nuovi, tra i quali emerge con progressiva intensità quello di una figura di aiuto ibrida, polifunzionale, elastica. Questi nuovi attori sociali presentano delle caratteristiche, dei saperi e delle competenze eterogenee che li rendono assimilabili e spesso simili alla professione del counselor: il medico olistico e alternativo, l’educatore socio-assistenziale del Terzo Settore, lo psicologo del lavoro, quello di sostegno nei consultori, nelle scuole, nelle aziende private, gli operatori di strada, gli orientatori professionali, i coachers, i tutor nella formazione universitaria, i motivatori di team di lavoro ecc.; tutte queste attività hanno delle particolari specificità che non rendono possibile l’assimilazione, però presentano dei connotati comuni di cui si può tentare una parziale elencazione:

-         formazione multi-disciplinare

-         competenza psico-relazionale

-         capacità e predisposizione empatica

-         padronanza nella gestione di tecniche di intervento di gruppo

-         approccio umanistico

-         approccio personalizzato

-         conoscenze di mondo vitale

-         brevità dell’incontro di aiuto

-         disponibilità e disposizione all’ascolto

-         effetti a breve o medio raggio

-         approccio tendente a ridurre la complessità del reale

-         utilizzazione di schemi elastici, veloci e semplici

-         ruolo di ponte tra il mondi della vita quotidiana dei soggetti e le iper-specifiche risposte dei sottosistemi sociali

-         principali riferminati teorici: S. Freud, A. Freud[13], J. Bowlby[14], E. Goffman[15], E. Stein[16], L.S. Vygotskij[17], J.S. Bruner[18], C.G. Jung[19], P. Watzlawich[20], G.H. Mead[21], J.O. Prochaska[22], C.R. Rogers[23].

 

Questa batteria di caratteristiche connota la figura professionale del councelor, figura poliedrica e multifunzionale, che richiede come prerequisito allo svolgimento della sua performance un atteggiamento di apertura mentale e una elasticità in grado di modularsi alle diverse funzioni e ai diversi bisogni degli individui. Il counselor non può affrontare le diverse situazioni con uno schema fisso e prestabilito, ma deve implementare strategie diverse in base alla reale e concreta situazione che ha di fronte; il processo d’intervento si deve plasmare alle caratteristiche dell’essere umano sofferente a cui occorre proporre una direzione per affrontare il suo malessere soggettivo; conferma di questo modus operandi sono le prassi di base della conduzione di un incontro di counseling, il quale è comunque e sempre un incontro magico con l’intimità sofferente dell’altro, la quale deve essere scoperta con delicatezza; il counselor entra in contatto con l’altro nel corso di un suo momento di difficoltà, quando qualcosa sembra non funzionare più e il counselor deve aiutare il suo interlocutore a ricercare il bandolo della matassa per tentare di districarla. Le caratteristiche di base di un incontro di counseling riguardano:

 

  • Il setting: è lo spazio e il tempo dell’incontro tra l’operatore e il cliente. Può essere stabile o cambiare; nel caso che la procedura di contatto sia quella classica della psicoterapia il setting è in genere lo stesso per tutti gli incontri, questa possibilità ha dei vantaggi in molte situazioni, infatti aiuta la creazione della bolla magica tra i due individui in relazione, placa i deliri intellettuali del creativo, il quale non può spaziare eccessivamente e viene inchiodato nella situazione reale; rassicura l’ansioso che deve sempre recarsi nello stesso posto e non è costretto ad adattarsi costantemente a nuovi scenari. In alcune situazioni il setting è accidentale, per esempio se il cliente è un ricoverato, o se non può muoversi da dove abita; in questi casi occorre fare attenzione a non disperdere l’energia perché si rischia di perdere l’attenzione dell’interlocutore. In ogni caso il counselor deve essere in grado di essere elastico e pronto al variare dei casi, il suo valore aggiunto sta proprio nella capacità di adattamento, nella sua preparazione a modulare l’intervento in casi diversi e distanti: spesso il counselor è costretto a lavorare per strada, nei bar, nelle palestre delle scuole.

 

  • Delineazione del problema: la prima fase dell’incontro deve tendere all’emersione del problema; questa prima tappa non si ottiene sempre linearmente e facilmente, infatti spesso il problema manifesto, di cui il cliente è consapevole, non è il vero problema, quello profondo da cui deriva quello esplicitato; altre volte il problema è evidente, come nei casi di patologie corporee, in questi casi occorre approfondire i problemi secondari correlati con la patologia, quindi le difficoltà nella conduzione della vita quotidiana, i timori di stigmatizzazione, l’auto-percezione, ecc. La delineazione del problema è necessaria per definire realisticamente la questione su cui si vuole e si intende lavorare.

 

  • Le tecniche a disposizione del counselor sono varie e devono essere utilizzate congruamente alla situazione e al contesto reale di interazione, non sono rigide, non sono regole, sono possibilità. Quelle acquisite seguendo l’indirizzo trans-teorico sono: il “silenzio”[24], “l’ascolto attivo”[25], “la comunicazione dinamica”[26], “la comunicazione narrativa”[27]; “la comunicazione simbolico-cognitiva”[28], l’osservazione  dei particolari, “il rimprovero”[29], “l’incoraggiamento”[30], “l’insegnamento”[31], “il coinvolgimento emotivo”[32], “la tranquillizzazione”[33], “il sostegno”[34], “la gratificazione”[35], il gruppo di incontro[36], l’accoglienza scolastica ai nuovi arrivati[37], gli homework[38], l’auto biografia

 

L’utilizzo di questi strumenti e tecniche relazionali si configura in base alle esigenze dei clienti, sia singoli che in gruppo, infatti un’altra specifica potenzialità del counseling è quella di essere adattabile e riferire sia alla singola persona che al gruppo: al giovane con problematiche socio-comportamentali, al ricoverato in ospedale, all’alunno con problemi di apprendimento, al gruppo dei bocciati di una classe o di un’intera scuola, al gruppo di tutor per un progetto di accoglienza, al gruppo di pazienti di un qualunque reparto o all’equipe sanitaria di quella unità operativa, ecc.

La possibilità del counseling di adattarsi a tante situazioni con caratteristiche differenti rende questo approccio prezioso e polivalente, infatti sono rari gli approcci-intervento oggi presenti sulla scena del sociale che dichiarano apertamente di fondarsi su una epistemologia della tolleranza[39], la quale non divide, ma unisce le varie aree del sapere, non si chiude in se stessa, ma cerca l’integrazione, il completamento, non si dichiara la migliore, ma accetta consigli e si apre agli spunti esterni, con umiltà e senza alcun pregiudizio[40]

Perché il counseling è in grado di dare risposte così differenziate? Quale è quel quid in più posseduto da questo strumento che lo rende così flessibile?

Le risposte a questi interrogativi risiedono nella formazione del counselor, la quale dovrebbe essere trans-teorica, cioè improntata al movimento, alla transizione in campi differenti del sapere umano, dalla psicologia, regina di questa professione, all’antropologia; dalla psico-somatica alla pragmatica comunicazionale; dalla criminologia alla sociologia della salute. Questo tipo di conoscenze inoltre transitano senza soluzione di continuità dal teorico alla pratica, dal generale al particolare, apprezzano sia il metodo induttivo che quello deduttivo, trovano però compimento soltanto nell’adduzione[41]; non interpretano il micro come sostanza del macro e non considerano il macro come la generalizzazione del micro, ma si muovono in continuazione tra micro e macro, non c’è spiegazione di uno senza l’altro.

L’essenza della professione del counselor sta in una capacità specifica, la quale attraversa trasversalmente tutte le aree citate: la comunicazione.

La mancanza di capacità comunicativo-relazionali sembra il grande deficit di tutte le professioni sociali odierne, a cui il counseling, invece, propone una risposta concreta:

 

«Per far fronte ai problemi e ai dissesti prodotti da questo analfabetismo comunicativo, emotivo e relazionale stanno emergendo da vari anni nuove professioni: dal counsellor relazionale al mediatore famigliare, dallo psicoterapeuta della coppia al consulente aziendale, dal formatore specializzato in comunicazione interpersonale, all’addetto alle relazioni con il pubblico. Non solo, ma anche molte professioni tradizionali si stanno accorgendo dell’importanza di integrare la propria formazione con saperi e tecniche attinenti la sfera interpersonale ed emozionale, dai manager ai formatori, dagli insegnanti ai medici»[42]

 

Il bagaglio comunicativo-relazionale del counselor gli permette di sintonizzarsi sull’unicità della persona con cui a che fare, esplorando tutte le varie componenti che strutturano quella specifica e unica personalità, ma, allo stesso tempo di riportare quella unicità in un insieme di casi simili, dai quali ci si può aspettare un comportamento e delle reazioni simili, anche se non identiche. La prassi di intervento del counselor utilizza sia metodologie tendenti alla idealtipizzazione, sia metodologie che, al contrario, puntano allo scavo profondo nel vissuto unico di quella persona. Per realizzare questa fotografia grandangolare è indispensabile una preparazione multidisciplinare, teoretica, teorica e pratica; una formazione funzionale alle diverse con-cause dei malessere: molte volte le cause di sofferenza afferiscono alla sfera personale e soggettiva e in questo caso la preparazione psicologica è fondamentale per esplorare i vissuti dei pazienti; altre ancore investono l’area relazionale dove la preparazione psico-sociale e la sociologia della salute forniscono la cassetta degli attrezzi necessaria per dipanare la matassa dei ruoli; altri disturbi ancora sono associati alla provenienza culturale o etnica e religiosa, in questa situazione l’antropologia sociale e medica, basata soprattutto sulla narrazione ottiene risultati importanti che illuminano queste occulte determinazioni.

 

3. IL COUNSELING IN SANITA’

L’intenzione di questo lavoro è quella di avanzare una proposta concreta, quella di introdurre la figura professionale del counselor all’interno del nostro sistema sanitario, nello specifico all’interno delle strutture ospedaliere. Questa idea nasce dalla frequentazione personale di questo ambiente e dai miei studi in proposito, dai quali traggo alcune concrete conferme alla tesi di fondo.

All’interno del mondo della salute e della malattia si fa spesso esperienza di una incomunicabilità profonda tra i nostri sistemi sanitari e gli operatori che li incarnano e i cittadini, la quale si manifesta nel malcontento di pazienti e familiari che, spesso provati dalle vicende della malattia, del ricovero, dal susseguirsi di speranze e delusioni, denunziano le difficoltà di coordinamento delle informazioni, le differenze di stile di intervento dei vari professionisti che producono veri e propri “casi” che, oltre a danneggiare il rapporto di fiducia nei confronti dei curanti, concentrano l’attenzione di tutti su vere o presunte scorrettezze o inefficienze dei vari professionisti. Queste ricorrenti situazioni invece di aprire la via a soluzioni possibili finiscono sempre più spesso sulle pagine dei giornali sotto il titolo “malasanità”.

L’aspetto comunicativo sembra la principale lacuna di cui soffre il mondo della salute e della malattia ed è proprio questo aspetto la principale risorsa del counselor. Sono numerosi gli esempi di questo importante gap relazionale: l’aumento esponenziale delle denuncie di malpractice; l’aumentata prassi dell’auto-cura; la consuetudine dei cittadini a cambiare spesso medico (di fiducia?), il rifugiarsi in pratiche esoteriche, ecc. Tra le principali ragioni di questi fenomeni sembra che l’insoddisfazione dovuta alla qualità dell’incontro relazionale umano tra operatori sanitari e pazienti sia la principale. Questo accade principalmente perché i “linguaggi” di queste due categorie di attori sociali appaiono sempre più distanti e incomprensibili.

Quando viene richiesto agli operatori sanitari di indicare le principali difficoltà che riscontrano nella comunicazione con i pazienti[43], la maggior parte di essi fa riferimento alla chiarezza, alla comprensibilità del messaggio inviato, difficoltà scaturente spesso da una iper-tecnologizzazione del linguaggio bio-medico, il quale sembra perdere di vista il vero referente delle sue attività, l’essere umano sofferente, il quale viene spesso ridotto all’organo malato o nei casi migliori incasellato in fredde linee guida, non viene ascoltato e non viene analizzata la sua narrazione[44] di sofferenza, perdendo così informazioni fondamentali per intervenire sulla patologia.

Le situazioni concrete in cui vengono meno chiarezza e comprensibilità sono molte e differenti tra loro[45]; alcuni esempi forniti dagli utenti di due ospedali con cui si è entrati in contatto:

 

  • Il linguaggio: sembra questo il primo ostacolo, quello più ovvio e immediato, che disturba la reciproca comprensione. Viene spesso sottolineato il rischio comunicativo connesso con l’uso e l’abuso di termini tecnici, fenomeno piuttosto frequente a detta degli pazienti intervistati:

 

«e non parliamo poi di come scrivono i medici, sembra che lo fanno a posta a non farti capire niente, ma che ci vuole a scrivere bene, in stampatello o con la macchina da scrivere ..no? secondo me lo fanno per essere ritenuti importanti..guardi questo referto, guardi!..ma è possibile, no..dico è possibile? Io non ho ancora capito che ho»[46];

 

anche i rischi di incomprensione connessi alla competenza linguistica dell’ascoltatore possono incidere pesantemente sulla riuscita della comunicazione. L’impiego di termini difficili e di uso non comune può rendere difficile la comunicazione: locuzioni come “accanimento terapeutico”, “posologia”, “cronicità”, “neoplasia”, “angiografia” non sono necessariamente presenti nel dizionario personale di chiunque; questa difficoltà viene inoltre accentuata dalla bassa scolarizzazione della maggior parte dei malati dei nostri tempi, infatti moltissime ricerche epidemiologiche indicano il massiccio aumento di patologie cronico-degenerative[47], le quali hanno come bersagli privilegiati gli anziani e gli indigenti, categorie sociali generalmente poco acculturate e scolarizzate. Il rischio di incomprensione è in questi casi accentuato dal fatto che le persone sovente si vergognano di chiedere delucidazioni nel timore di sembrare ignoranti, e il silenzio fa pensare a chi parla di essere stato capito. E’ ovvio che in una società multiculturale tale rischio possa risultare ancora più elevato; va però detto che, restando in Italia, anche il colloquio con chi si esprime in bergamasco o in napoletano può presentare notevoli difficoltà; e d’altra parte avviene che la persona possa trovare difficile tradurre in italiano ciò che è abituato a pensare in dialetto.

 

  • Il rischio di una comunicazione distorta e inefficace esiste anche quando si utilizzano termini di uso comune, poiché non è detto che il significato ad esse attribuito sia il medesimo per ambedue gli interlocutori. Il senso che uno dà a una parola è infatti frutto della sua storia personale, della cultura a cui appartiene, delle emozioni che a quei termini si collegano, del lessico familiare o amicale.
  • Ad esempio, la parola “sfogo” ha, nel linguaggio comune, una connotazione negativa, essendo spesso riferita a una manifestazione esteriore di un malessere interiore: sfogo epidermico di una alterazione interna al corpo; sfogo di pianto per un dolore interiore; ecc; ma per esempio nella teoria psicodimanica ha anche un valore positivo poiché è l’inizio di un processo di catarsi, infatti è l’indicazione di dove andare a cercare il blocco, il trauma; per il couselor uno sfogo del cliente può essere un indizio che si và nella direzione giusta nella relazione di aiuto, spesso esplicita la riuscita della connessione empatica; in una relazione amicale lo sfogo è sintomo di confidenza. Questo esempio mette in evidenza come il significato denotativo di un termine non deve essere assunto in maniera semplicistica e veloce, ma deve essere contestualizzato ed esplorato in profondità, nel tentativo di cogliere tutti gli eventuali significati connotativi, i quali possono fornire imprescindibili informazioni sulla rete semantica di riferimento dell’interlocutore. 

 

  • La distanza tra i significati è ancora più evidente quando si utilizzano figure retoriche, metafore, giochi di parole o battute di spirito: una metafora adeguata e condivisa dai partecipanti alla comunicazione è spesso fondamentale per definire concetti altrimenti complessi, che richiederebbero pesanti parafrasi verbali, ma non è sempre così e non è sempre facile riuscirci, infatti anche in questo caso la locuzione deve appartenere al campo cognitivo dell’altro, a un ambito cioè che non gli risulti estraneo; non deve inoltre risultare eccessivamente spiazzante o, peggio, essere percepita come irritante o offensiva. La possibilità di fraintendimento ed equivoco è ancora più probabile quando si formulano battute umoristiche: a volte si utilizzano per cercare di sdrammatizzare una situazione difficile, ma non di rado avviene che l’altro si senta deriso e preso in giro. La prudenza e la cautela sono in questi casi d’obbligo, tanto più se si ignora del tutto il significato che l’altro o gli altri danno alle parole e ai concetti; e del resto nulla è più imbarazzante di una battuta che suscita, anziché riso o allegria, una reazione di gelo, di chiusura o di difesa.

 

  • L’utilizzo di numeri per veicolare un’informazione: questo problema è stato ampiamente discusso, soprattutto da parte degli epidemiologi, i quali si sono interrogati sulla modalità migliore per trasmettere informazioni attraverso un confronto numerico; quindi, per esempio, è meglio quantificare le probabilità ( in 1 caso su 10, su 100, su 1000) o limitarsi a parlare di probabilità “bassa”, “alta”, “media”?; oppure nel caso si scelga di utilizzare i numeri è meglio dire: il 10% degli ipertesi sviluppa questa patologia; oppure che su 10 individui affetti da ipertensione uno svilupperà la patologia in questione? In base ad alcune ricerche parrebbe che per la comprensione sia preferibile quantificare le probabilità e utilizzare la seconda formula. Va tuttavia ricordato che è largamente diffuso quello che è stato definito “analfabetismo numerico”, che colpisce molti individui indipendentemente dalla cultura e dalla posizione sociale; in altri termini, davanti ai numeri molte persone bloccano ascolto e comprensione e tendono a dimenticare rapidamente le cifre. E’ inoltre molto difficile per un individuo, che si percepisce come una singola unità, identificarsi con una percentuale. Questo per ricordare che i numeri nella comunicazione vanno usati solo se assolutamente necessario e facendo attenzione che quanto diciamo abbia davvero senso per l’altro. L’uso eccessivamente disinvolto di numeri, percentuali, valori soglia e così via può rendere il messaggio oscuro e produrre inoltre malintesi.

 

  • Le teorie della comunicazione mettono in evidenza come i messaggi non vengano ricevuti da una mente simile ad una tabula rasa, ma che il testo ricevuto colmi i vuoti dei un tessuto di aspettative preesistente, prodotto dalla pregressa conoscenza del mondo. Questa segnalazione ci fa comprendere l’importanza che il messaggio sia adeguato alla aspettative dell’interlocutore. In un colloquio professionale, sia il professionista che il suo interlocutore hanno delle priorità: delle cose cioè che ritengono più importanti di altre, cose che vorrebbero dire o sentirsi dire, cose di cui hanno paura, cose che non ritengono importanti. Ovviamente le cose ritenute importanti non sono necessariamente le stesse per l’uno e per l’altro degli interlocutori. Se le priorità non coincidono, la comunicazione si fa difficile e succede spesso, in questi casi, che il professionista, a cui appare chiaro, evidente, scientifico che le informazioni che lui deve dare sono le più utili, le più vantaggiose per il maggior benessere dell’altro, non tenga in considerazione ciò che per l’interlocutore è invece importantissimo. Esplorare le priorità dell’altro o degli altri prima di dare informazioni o indicazioni è invece una mossa comunicativa fondamentale: se infatti l’altro avverte che ciò a che a lui sembra importante non è preso in considerazione dal professionista, semplicemente smette di ascoltare o assume un atteggiamento ostile e pregiudiziale. La possibilità di tessere una comunicazione efficace e produttiva si interrompe sul nascere e tra i due lo scambio diventa più improbabile, anche perché ricucire una divergenza creata dalla delusione è piuttosto difficile. I pericoli di questo processo relazionale fallito sono molti: il professionista può interpretarlo come accettazione e comprensione di quanto dice, e non indagare oltre, scoprendo solo troppo tardi che le sue informazioni e le sue prescrizioni sono cadute nel vuoto, quando il fenomeno della non-compliance si è ormai strutturato provocando i suoi danni.

 

  • Un’altra frequente causa di blocco della comunicazione, quindi di incomprensione e di malintesi, ha a che fare con la accettabilità e con la praticabilità delle informazioni e delle indicazioni da parte di chi le riceve. Spesso i professionisti della salute si dilungano in prescrizioni note e banali oppure impraticabili, compromettendo la sintonizzazione del paziente il quale crede di essere già informato al proposito, per cui smette di ascoltare. All’interno di queste possibilità si possono presentare i seguenti esempi:

-         “fumare fa male”

-         “mangiare i grassi animali è nocivo”

-         “vai in palestra”

-         “si prenda momenti di pausa dagli impegni quotidiani”

-         “bisogna fare movimento”

-         “un solo bicchiere di vino a pasto e non di più”

queste affermazioni, per quanto veritiere e fondamentali, vengono recepite come poco interessanti e scontate, non stimolano l’attenzione dell’ascoltatore, il quale si distrae e rischia di perdere indicazioni importanti associate a queste usuali locuzioni. Questa situazione si verifica soprattutto se la comunicazione non viene fatta in maniera congruente, cioè se non c’è coerenza tra linguaggio verbale e non verbale, tra comunicazione simbolica e narrativa, modulata in base alle caratteristiche dell’ascoltatore. Spesso l’operatore sanitario utilizza lo stesso tipo di messaggio per tutti i pazienti, dall’anziano al giovane, dal cardiopatico al dializzato:

 

«Il problema secondo me è sempre di comunicazione, i pazienti si sentono dire sempre le stesse cose, anche perché sono quelle e non ci si può fare niente, ma si sentono dei numeri e non delle persone perché insomma non viene considerata la specifica situazione di quella persona, la sua sofferenza, spesso i medici sono talmente stufi, brigativi, decicano due minuti a paziente e poi via, io li capisco ehh, perché se non hai organico non puoi metterti a spiegare, però poi il risultato è che il paziente è insoddisfatto e soprattutto non segue le indicazioni che gli dai»[48]

 

 

Un altro scoglio importante da tenere presente nella comunicazione al paziente è l’accettabilità del messaggio, essa ha a che fare con i principi dell’individuo, siano essi religiosi, culturali o etici: spesso la persona capisce perfettamente il senso del messaggio, ma non può metterlo in pratica perché non ne accetta le premesse. Se questo campo non viene esplorato, il professionista può pensare di non essersi espresso con sufficiente chiarezza oppure che l’altro si comporti in modo irragionevole. Esempi lampanti di questa situazione sono l’impossibilità di praticare trasfusioni di sangue ai testimoni di geova o le difficoltà connesse all’accesso al corpo da parte di operatori sanitari del sesso opposto a quello del paziente, situazione ricorrente con individui eccessivamente ortodossi sia di religione cristiano-cattolica che islamica. Riportiamo una testimonianza di una studentessa di medicina che rende bene l’idea di questo tipo di frattura comunicativa causata dall’appartenenza a culture differenti:

 

«Questa vecchietta, morente, aveva un dolore fortissimo a l’ano, ogni volta che capitavo nella sua stanza la vedevo piangere e lamentarsi, anche il figlio era venuto a parlare con il medico chiedendogli spiegazioni, ma il medico gli ha risposto che non gli risultava perché quando le faceva la visita addominale, con la palpazione lei non si lamentava, ma comunque questa continuava a stare malissimo e a dire che voleva morire, che non era possibile sentire questi dolori eccetera..allora ho deciso di chiedere al medico perché non gli facessero un antidolorifico e mi ha risposto, come al solito, che a lui non risultavano dolori tali da richiedere un antidolorifico, a quel punto sono stata chiara ed esplicita e gli ho detto: “guardi a me continua a dire che ha delle fitte fortissime allo sfintere anale, non lo so perché a lei non lo dice”. Insomma siamo venuti a sapere che si vergognava a dire ad un uomo che gli faceva male quella parte del corpo»[49]

 
Questo lungo preambolo è servito per rendere evidente il bisogno sociale di professionisti della comunicazione all’interno del mondo sanitario. Questa esigenza investe tutte le tipologie di comunicazione, prima tra tutte, come mostrato in precedenza, il codice linguistico verbale, ma non soltanto, infatti anche il linguaggio non verbale può essere foriero di fraintendimenti che è utile evitare, la prossemica, i movimenti degli occhi, i gesti sono tutti segni importati per orientarsi all’interno dell’universo della salute e della malattia. Questo tipo di competenze sono quelle di base del counselor, il quale si è allenato, nel corso del lungo periodo di tirocinio pratico, a prestare attenzione a questo modo di comunicare e può quindi essere di aiuto al sanitario e allo stesso paziente.

Come rilevato in Masini D.(2005) ci rendiamo conto che è la buona accoglienza la principale aspettativa di un paziente che si rivolge ad un ospedale, in quasi tutte le interviste svolte (34 su 37) si ritrova utilizzato il lemma “Accogliere”, “Accolto” e affini, il quale nel complesso di tutte le interviste semi-strutturate ricorre ben 43 volte. L’accoglienza è anche un modo di muoversi e di fare muovere il paziente negli ambienti, è anche un dialogo non verbale che si esplicita, come ci ha insegnato la psicoterapia e lo studio del setting, nelle posizioni reciproche, in quei piccoli gesti di distanza o di avvicinamento che vogliono dire qualcosa e che, se ben sfruttati, possono essere anche più efficaci di un lungo colloquio.

Ma nel concreto cosa si intende per “Accoglienza”? Come si operativizza questo concetto astratto? Come si traduce in comportamenti reali?

Si è deciso di chiedere una chiarificazione ad alcuni degli intervistati, a quelli che durante il colloquio hanno ribadito più spesso questo concetto, utilizzando questi termini e ritornando più volte sull’argomento: “accoglienza” significa gentilezza nei modi, “corrispondenza empatica tra noi e loro”; ridurre la distanza e il distacco professionale per coinvolgersi nel vissuto di malattia dell’essere umano che si ha di fronte; “accoglienza” sono i rapporti personali, gli scambi comunicativi tra persone, la buona disposizione; alcuni intervistati associano questo concetto con il “sentirsi a proprio agio”; “accoglienza” diventa perfino “percorsi personalizzati”.

Si fa esperienza tutti i giorni della necessità di figure intermedie, di ponti tra linguaggi diversi, di ruoli sfumati ispirati dalla multidisciplinarità e dalla tolleranza, che cercano l’integrazione. Anche i ruoli consolidati come il medico o l’infermiere si trovano a rendersi conto di questa necessità e chiedono aiuto. In sanità il ruolo di esperto dei differenti linguaggi umani, incarnato nel couselor, comincia ad essere necessario, ed è una esigenza avvertita anche dai diretti interessati: gli studenti di medicina, i medici, gli infermieri, i pazienti. La malattia e la salute sono universi complessi, in cui le diverse componenti si intersecano e si influenzano a vicenda. La malattia non è solo disturbo fisico, ma è anche ruolo sociale, e anche vissuto interiore; mettendo in evidenza le tre facce della malattia si desume facilmente come la figura “ibrida” del counselor possa contribuire efficacemente a favorire una visione completa e integrata dell’essere malati:

 

·        Disease (il disturbo fisico, la cui competenza spetta principalmente al medico, anche molte volte la manifestazione bio-organica altro non è che una conseguenza di un malessere psico-sociale; in casi come questo ultimo la competenza nel trattare il problema non è più solo del medico, ma anche di un esperto psico-relazionale);

·        Sickness (il ruolo sociale del malato);

·        Illness (il vissuto psicologico del malato).

 

Questi tre possibili modi di interpretare e leggere la malattia non possono essere che considerati nel loro insieme per non rischiare di perdere dettagli ed informazioni importanti per intervenire su di essa e alleviare la sofferenza che ne deriva. Questi tre aspetti della malattia sono sondabili attraverso tre diversi approcci comunicativi, all’interno dei quali la competenza del counselor èimportante e produttiva in maniera progressivamente crescente:

 

·        Approccio medico: si cerca l’origine fisio-organica (disease) della malattia/disturbo, si può definire epistemologico e finalizzato a conoscere l’altro in quanto paziente. Questo primo livello di comunicazione con il malato può essere più o meno medicalizzato e utilizzare soltanto gli strumenti scientifici del colloquio clinico, il quale costituisce lo specifico della professionalità del medico competente e aggiornato, e che sono l’anamnesi, l’esame obiettivo, le varie ricerche diagnostiche, i quali producono informazioni basate su fatti scientifici che possono essere messi in discussione solo da altri fatti scientifici, oppure aprirsi alla considerazione di altri modi di operare come l’ascolto attivo[50], la narrazione[51] o l’approccio bio-psico-sociale[52]. Questi ultimi modi di affrontare la malattia si allontanano dal paradigma bio-medico scientifico e sono spesso marginalizzati o elusi; utilizzano tecniche psico-relazionali che puntano principalmente a capire se l’origine della malattia è organica, solo organica, o anche psicologica, o un misto di entrambe; quanto il dolore esperito sia reale o quanto sia accentuato da una personale incapacità del paziente di sopportare il disagio, ecc.. In questo tipo di approccio l’intervento del counselor o conoscenze di counseling risultano importanti, infatti capire la componente psicosomatica della patologia permette di lavorare su due fronti differenti senza sprecare tempo, risorse e senza fare affrontare percorsi terapeutici inutili e spesso dannosi, come terapie farmacologiche o esami clinici invasivi e dolorosi. Un’altra caratteristica che distingue le due varianti dell’approccio medico è la partecipazione del paziente al processo terapeutico, nel primo caso le decisioni non sono negoziabili: la scientificità dell’intervento è basata sul consenso della comunità scientifica, che a sua volta deriva da esperimenti attendibili, controllati e in ogni momento riproducibili ma altresì falsificabili. Sono queste le basi della evidence based medicine (ebm), la quale rende possibile decidere ciò che è provvisoriamente giusto o sbagliato fare. Allo scopo ci si fonda su protocolli, linee guida, metaanalisi, trial controllati ecc. Nel secondo tipo di approccio le decisioni sono co-istituite, il coinvolgimento del soggetto malato del processo di cura è fondamentale. I dati e le informazioni sono co-prodotte da tutti i partecipanti alla presa in carico del paziente, lui stesso per primo.

·        Approccio socio-culturale: è un approccio pragmatico, finalizzato a incentivare il paziente a comportarsi in un certo modo, il miglior per lui, il quale deve essere co-istituito dai vari soggetti preposti e legittimati ad esprimersi e deve necessariamente adattarsi alle determinanti sociali e culturali del paziente (sickness); questo approccio è finalizzato al cambiamento di alcuni copioni di comportamento, a volte anche radicati, come ad esempio abbandonare stili di vita malsani e dannosi, o più semplicemente spronare l’individuo ad assumere un differente approccio verso se stesso, per esempio quando si tratta di dovere essere puntuali e precisi nell’assumere certi farmaci. Altri esempi concreti che mostrano l’importanza di un aiuto di counseling fondato sull’analisi delle caratteristiche socio-culturali derivano dalle storie di malattia di alcuni tipi di malati: i diabetici, i malati di tumore o i dializzati; questi individui cambiano improvvisamente ruolo sociale e non in maniera transitoria, ma definitiva e debbono necessariamente adeguarsi a questo nuovo status. Questo mutamento non è affatto lineare e semplice, ma si porta dietro traumi, disagi e logoramenti. In questo caso il lavoro del counselor diventa fondamentale per aiutare il malato ad accettare la sua nuova condizione, accettandola più serenamente possibile e esortandolo a leggerla come un messaggio, una missione da svolgere e quindi trasformarla, per quanto è possibile, in una risorsa.

·        Approccio psicologico: questo approccio utilizza gli strumenti più propriamente psicoterapeutici, primo tra tutti l’empatia, fondamentale per adattare la cura allo specifico malato, visto come singolo individuo, atomizzato. La comunicazione psicologica è fondamentale in moltissime situazione legate al mondo della salute e della malattia: a partire dalla comunicazione di eventi spiacevoli o tragici, all’informazione sui rischi di un intervento, oppure per aiutare il paziente a prendere una decisione difficile. In questo tipo di approccio in cui si entra in contatto diretto con il vissuto psico-soggettivo legato al problema di salute (illness) la figura del counselor è fondamentale, infatti conoscere la struttura della personalità del paziente, capirne le aspettative intime, i desideri e le paure è un compito affidabile solo ad una figura professionale che ha sviluppato profonde capacità di empatizzazione ed eterospezione.

 

3.1. Una figura multifunzionale in sanità

Il counselor è in grado di rispondere ad alcune esigenze trasversali in sanità, che interessano ambiti differenti, di pertinenza di discipline diverse[53], i cui confini non si escludono, ma si sovrappongono e si integrano, nel tentativo di creare un sapere uniforme e coerente. In base alla personale preparazione, formazione e predisposizione ogni counselor approfondirà maggiormente alcuni specifici ambiti e campi di azione, ma la sua visione globale e multi-disciplinare lo rende elastico ed unico nel suo genere.

All’interno di una struttura ospedaliera le possibili funzioni che questa figura professionale può svolgere sono molte:

-         Analisi dei climi relazionali di un reparto o di una unità operativa: questo tipo di analisi è  applicabile sia alle equipe di lavoro (medici, infermieri, tecnici), sia ai pazienti al fine di migliorare la loro relazione interpersonale e rendere possibili incontri significativi umanamente e utili alla cura del paziente. Questo tipo di operazioni sembrano essere, anche,  un antidoto preventivo al burn out[54] dei professionisti. Occorre precisare che il clima relazionale di un reparto muta in base alle reali persone che lo compongono, quindi in un reparto ospedaliero, ad esclusione di quei reparti di lungodegenza e per malati cronici, cambierà giorno per giorno, è però utile rintracciare la struttura di base soggiacente, quella creata dalle persone che frequentano il reparto quotidianamente, come ad esempio medici e infermieri; inoltre è da tenere in considerazione che il clima relazionale di un qualsiasi gruppo è anche determinato dall’ambiente fisico e culturale in cui si realizza l’incontro tra individui.

-         Progettista di programmi di miglioramento della qualità relazionale: il counselor può indicare delle strategie ad hoc per cercare di migliorare il rapporto tra i soggetti appartenenti ad un determinato gruppo, può promuovere e condurre un gruppo di incontro, un gruppo di lavoro o di formazione, colloqui individuali, ecc.  

-         Orientatore ai servizi; le competenze relazionali sono utili anche nel lavoro di front-office, attività socialmente disdegnata e considerata di secondo piano, ma che determina in maniera sostanziale il giudizio del paziente sulla qualità del servizio ricevuto[55].

-         Mediatore culturale e di senso: il counselor affiancato al medico permette la comunicazione tra due culture probabilmente distanti, quella dello scienziato bio-medico e quella dell’utente, la quale può essere più o meno lontana da quella scientista del medico. Le culture di provenienza dei pazienti possono essere le più disparate in una società multi-culturale e globalizzata come quella odierna: non ci si riferisce soltanto a culture ed etnie straniere (albanese, magrebina, ecc.), ma anche a sotto-culture interne alla nostra come le culture giovanili (il punk, l’hip hop) o più semplicemente la cultura operaia o contadina. In questo caso il compito del counselor è quello di gettare ponti e permettere l’incontro tra differenti modi di leggere la realtà, anche quella bio-psico-sociale. 

-         Mediatore nei conflitti: questo ruolo, spesso svolto dal personale degli U.r.p. (Ufficio Relazioni con il Pubblico) delle aziende sanitarie, si ricollega al precedente punto, infatti per mediare e risolvere situazioni di conflittualità occorre possedere più codici linguistici e culturali al fine di rendere possibile l’incontro tra diversi punti di vista, personalità e pretese, così da spegnere il fuoco del conflitto e promuovere il chiarimento.

-         Educatore sociale nelle situazioni di disturbo comportamentale o della personalità. Il supporto psico-sociale nelle situazioni di disagio è uno degli interventi classici del counseling anche all’esterno della sanità, quindi è evidente il bagaglio esperienziale che può portare all’interno di un ospedale. 

-         Progettista di strategie di soft quality ambientale: l’incontro e la confidenza di mondo vitale con utenti e operatori rende il counselor in grado di percepire i bisogni e le aspettative, esplicite e latenti, dei soggetti e quindi può fornire indicazioni preziose alla dirigenza per quanto riguarda la funzionalità, l’ergonomia e la qualità estetico-ambientale della struttura ospedaliera. Queste attenzioni determinano la qualità percepita dall’utenza e dal personale portando l’Azienda ha degli importanti risultati: maggiore fiducia e rispetto da parte dei cittadini, maggiore compliance da parte dei pazienti, maggiore accessibilità e umanizzazione delle cure, un accentuato senso di appartenenza dei dipendenti, una conoscenza relazionale diretta tra i vari operatori, un canale comunicativo e relazionale più efficace tra i “modi-della-vita” dei cittadini e gli apparati sistemici dell’Azienda[56].  

-         Sostegno individuale nelle situazioni di bisogno, counseling diretto ai pazienti e ai famigliari, finalizzato ad alleviare la sofferenza psico-relazionale connessa alla situazione di malattia, riscoperta delle risorse individuali della persona malata, incoraggiamento ad affrontare i disturbi derivanti dalla patologia, empowerment del paziente, ecc. Questa attività di sostegno può essere utile anche per il personale sanitario, infatti il counseling ottiene ottimi risultati nelle situazioni di mobbing[57] e burn out, soprattutto in ambito sanitario dove il ritrovare la motivazione e lo slancio valoriale è un percorso di rottura con le prassi consolidate, una piccola rivoluzione interna al soggetto, che deve abbandonare gli abiti consueti e ritornare in dietro di molti anni a quando aveva scelto di intraprendere questa carriera.

-         Collaborazione con esperti di ricerca sociale nella progettazione e nello svolgimento di analisi della qualità percepita e dei bisogni degli utenti, questo lavoro può andare nella direzione della valutazione sociologica, della analisi etnografica e della ricerca-intervento di stampo psicologico.

 

Il counseling in ospedale ha una possibilità di applicazioni a largo raggio, le quali possono dare frutti sorprendenti e avvicinare i mondi-della-vita degli individui che compongono il mondo della salute e della malattia alle strutture sistemiche sovra-dimensionali della sanità.

La proposta che si avanza in questo lavoro è frutto di alcune riflessioni ed esperienze concrete formulate e vissute nel corso di un periodo di volontariato svolto nei presidi ospedalieri di Narni e di Amelia, durante il quale si è entrati in contatto con molti utilizzatori delle due strutture ospedaliere di riferimento. Nel corso dello svolgimento del periodo di tirocinio volontario si sono manifestate molte situazioni e possibili applicazioni del counseling negli ospedali, delle quali si propongono alcuni esempi.

 

3.1.1. Tipologie di personalità e tipologie di malati

Seguendo gli indirizzi teorici e metodologici di intervento proposti dalla nostra scuola Prevenire è Possibile[58] si è tentata una applicazione delle tipologie di personalità ai singoli pazienti, afferenti ai differenti reparti e colpiti da diverse patologie, per rilevare se esiste una ricorrenza di caratteristiche nei pazienti dello stesso reparto o affetti dalla stessa malattia, con il fine spendibile di utilizzare queste informazioni per migliorare la qualità relazionale, infatti, come dimostrato da V. Masini[59], la differente tipologia di personalità richiede una diversa modulazione della comunicazione, un diverso approccio empatico e relazionale in modo da ottimizzare i risultati dell’incontro inter-umano tra terapeuta e bisognoso, ma non soltanto, infatti la comprensione della tipologia di personalità correlata a quella patologia può essere un’informazione utile anche per modulare lo stile estetico-ambientale dei differenti reparti ospedalieri, migliorando così la qualità percepita, la fedeltà all’azienda, la soddisfazione dell’utente, ecc[60].

Ovviamente questo tipo di rilevazione non pretende di determinare correlazioni assolute né estendibili al di fuori del contesto da cui genera, nel senso che se i pazienti ricoverati in nel reparto di medicina dell’ospedale X sono principalmente degli adesivi, la stessa conclusione non è necessario che sia valida per i ricoverati in medicina dell’ospedale Y; le informazioni ricavabili sono spendibili nel micro-contesto da cui derivano, possono essere utili per decidere come programmare i servizi e gli approcci in quella struttura ospedaliera o in quella unità operativa e non in un’altra; è di primaria importanza tenere in considerazione le affermazioni precedenti, in modo da non forzare i risultati, ma è altresì plausibile ipotizzare che i malati di patologie analoghe abbiano dei vissuti di malattia simili in quanto debbono rispondere a limitazioni similari, a bisogni analoghi ecc; la problematica sanitaria di cui soffrono tende a modulare la personalità del malato, portandolo ad assumere copioni di comportamento che si assomigliano: se prendiamo come esempio un malato nefrologico sottoposto a emodialisi è facile rendersi conto che questo tipo di malato deve imparare a convivere con questa patologia cronica, scoperta sempre in maniera improvvisa e senza preavvisi, producendo un trauma e obbligando il soggetto a cambiare stile di vita e condotta quotidiana da un giorno all’altro: il dializzato è costretto a cadenzare i tempi del suo quotidiano in base agli appuntamenti ospedalieri, inoltre passa molto del suo tempo in ospedale, steso sul lettino o, nel migliore dei casi, su una poltroncina, questo tempo stimola il rapporto con se stesso, la riflessione, l’auto-comprensione, la progettazione mentale.

Queste riflessioni sono frutto di una ricerca condotta per la Asl n. 4 di Terni sui due presidi ospedalieri di Narni e di Amelia, finalizzata alla comprensione delle aspettative relazionali ed ambientali dei pazienti dei due nosocomi. Si sono intervistati 37 utenti afferenti a differenti reparti, all’interno dei quali, oltre alle interviste in profondità svolte, si sono raccolti molti elementi e informazioni rilevati attraverso l’osservazione partecipante, la ripetuta frequentazione del reparto e le molte interviste informali raccolte nel corso del periodo di volontariato. I reparti in cui si è entrati sono i seguenti:

 

Reparto

Numero

%

Medicina

12

32,43

Dialisi

4

10,81

Ginecologia

4

10,81

Oncologia

4

10,81

Laboratorio Analisi

4

10,81

Chirurgia

3

8,1

Radiologia

2

5,4

Odontoiatria

1

2,7

Prontosoccorso

1

2,7

Riabilitazione

1

2,7

Ambulatorio trasfusioni

1

2,7

 

3.1.1.1. Reparto di Medicina

Questo reparto è stato frequentato per due settimane, nel corse delle quali si sono svolte dodici interviste; nello specifico si sono intervistati nove pazienti, due medici e un infermiere.

Le patologie per cui i soggetti intervistati erano ricoverati sono diverse tra loro: si va dalle patologie tipicamente geriatriche all’anoressia, da problematiche cardiovascolari a disturbi gastroenterici. Per questo motivo è stato difficile produrre una generalizzazione significativa che correlasse patologia e tipologia di personalità associata.

Frequentando questo reparto per un lasso di tempo abbastanza lungo si sono raccolte delle informazioni significative: nel reparto si vive una situazione di calma assoluta e di tranquillità, non si sentono voci o lamenti, l’ambiente è ordinato e pulito, ma non ossessivamente; c’è poca gente nei corridoi e il rispetto per i malati da parte del personale e dei famigliari è assoluta; i pazienti hanno manifestato una profonda stima nei confronti del personale sanitario e hanno giudicato molto buono il clima relazionale interno, nessuno si è lamentato della cortesia e del tempo dedicato loro da medici ed infermieri. Questo risultato particolare ha stupito soprattutto se confrontato con il clima effervescente, in positivo o in negativo, riscontrato in tutti gli altri reparti analizzati. Questa situazione estremamente positiva ha incuriosito e ha spinto ad intervistare anche alcuni elementi del personale sanitario (due medici e un infermiere); da queste interviste ho tratto delle informazioni che mi hanno permesso di formulare un’ipotesi plausibile sul motivo del clima relazionale armonico e costruttivo[61] rilevato: i due medici intervistati sono uno sballone[62] e un avaro[63]- adesivo[64] e mi hanno inoltre presentato alcune caratteristiche del terzo medico che lavora nel reparto, il quale è apparso come un invisibile[65]; l’infermiere è uno sballone-delirante[66], il quale ha confermato la descrizione del terzo medico non intervistato presentata dagli altri due colleghi. Questa particolare caratterizzazione dell’equipe medica, così eterogenea e composta da personalità diverse situabili in tre punti differenti del nostro grafico di interpretazione di riferimento, mi ha portato ha ipotizzare che all’interno di questo reparto ci sia una forte densità di relazioni, le quali però riescono a trovare nel rapporto con il personale medico e con gli altri ricoverati la loro completezza data dalle relazioni di affinità, infatti avendo a disposizione un medico sballone, un invisibile ed un avaro i pazienti scelgono il medico con il quale hanno una relazione positiva, riuscendo così a trovare canali comunicativi efficaci e produttivi, i quali danno come risultato il clima relazionale armonico e disteso rilevato.

 

3.1.1.2. Unità di Dialisi

Nel nostro campione di intervistati abbiamo ascoltato quattro dializzati e abbiamo riscontrato alcune caratteristiche comuni tra tutti i soggetti soprattutto per quanto riguarda l’attenzione verso il mondo circostante, verso le situazioni che si sviluppano intorno a loro, sembrano avere le antenne o un terzo occhio, sanno cosa succede nella stanza accanto e quali sono i problemi che stanno accadendo anche se sono immobili nel loro letto e la loro visuale non si estende negli altri ambienti, come se l’immobilità e la consuetudine avessero permesso loro di sviluppare altri modi per capire e percepire, diversi da quelli di una persona sana e comunque più consapevoli, caratteristiche tipiche nella nostra tipologia della personalità dell’ “avaro”, il quale si distingue per la sua attitudine alla programmazione e alla gestione.

Uno stralcio di intervista permetterà di capire cosa intendiamo per iper-controllo:

 

«perché io ce la faccio da solo a venire su in ospedale, non ho bisogno di niente, vengo su un po’ prima verso le 9 e 10, 9 e 15 al massimo perché so che a quell’ora il parcheggio si libera da alcune macchine, poi vabbè devo aspettare 20- 25 minuti, ma lo so, quindi vado al bar e mi prendo il mio caffè decaffeinato, poi vengo su con le mie cuffiette o il mio giornale comprato prima di partire, fuoriporta, e niente quindi per me insomma non è un problema raggiungere l’ospedale, però questo è il mio caso, perché comunque io faccio da solo, e non mi sento malato, ma non tutti hanno queste possibilità, chi non guida o gli anziani è un vero problema arrivare fino a qui su, anche perché insomma non sai mai quando arriva l’auto se è puntuale, se non ci sono lavori sulla strada e poi devi fare le scale io ce la faccio ma un vecchietto no»[67]

 

La struttura di personalità di questo ragazzo ha sicuramente delle tendenze avaro-ruminanti[68], è un ansioso e tenta di tenere tutto sottocontrollo, ha gia vissuto e rivissuto il percorso da casa e sa in anticipo come arginare gli ostacoli se si dovessero presentare. Conosce i suoi diritti perché ci ha ragionato sopra, sa quello che può pretendere e lo esige. Alle varie domande fatte risponde immediatamente e pertinentemente, come se avesse già pensato alla risposta, non è mai impreparato sulle domande:

 

INTERVISTATORE: Cosa si aspetta un paziente da un ospedale?

Paziente: Prima di tutto le strutture adeguate, insomma che l’ospedale sia pensato, che siano previsti prima in fase di progettazione i bisogni delle persone, no che si scoprono poi, cammin facendo, quando poi è tardi..poi l’ambiente famigliare e poi logicamente la competenza del personale, ma io dico solo una cosa che questo ospedale non è male, comunque la competenza nel lavoro c’è, i medici e il personale è preparato, lì vedo che si muovono con disinvoltura, sanno quello che fanno, poi anche quando parlano tra loro li vedi che si scambiano pareri, insomma mi sembra che da questo punto di vista vada bene, certo poi ci sono altre cose che non vanno: il parcheggio, le scale, gli ascensori, i bagni, gli spogliatoi, le sale d’attesa, la luce è poca, non è che le stanze siano troppo aerate o grandi, per me dovrebbe essere tutto uno spazio aperto dove puoi vedere quello che succede infondo alla corsia..

INTERVISTATORE: quando dice “famigliare” cosa intende?

Paziente: Che mi facciano sentire a mio agio, bene, che non mi facciano trovare in situazioni di disagio perché già uno non è contento di venire in ospedale e ci passa tanto tempo, se poi devo anche starci male o essere trattato come un animale no, devi pensarci a quello che fa, insomma alla fine lavori per me e quindi..questo: stare bene, sentire che sei preso in considerazione e questo è bello e qui io comunque l’ho trovato, il rapporto tra pazienti e infermieri..così..è buono qui

 

Questa rilevazione riscontrata in tutti e quattro i pazienti incontrati permette di elaborare una strategia di approccio e di assistenza specifica per questi utenti, la quale deve ovviamente prendere in considerazione l’unicità di quel soggetto, ma per essere più efficace può tenere presente le caratteristiche della personalità avara, attraverso la quale la relazione inter-umana ne esce migliorata, condizionando anche l’esito finale dell’azione di cura, infatti le ricadute di questa analisi si riscontrano anche nella personalizzazione dei percorsi, nella qualità percepita e nella soddisfazione dell’utente, nel miglioramento della prestazione in quanto si è preparati a reagire e a tenere sottocontrollo le situazioni critiche e si conoscono anticipatamente alcuni tratti dei pazienti con cui probabilmente si entrerà in contatto. Il probabilmente della precedente frase sta a stemperare idee assolutizzanti, infatti occorre ribadire che il risultato è provvisorio e valido solo per quello specifico ambiente, ma è anche una costruzione artificiale che lascia ampi spazi all’inedito e alla sorpresa. Comunque, avendo constatato che i pazienti del reparto di dialisi dell’ospedale di Amelia sono degli avari, la direzione d’intervento che deve guidare l’approccio relazionale deve essere diretta all’assorbimento delle sue ansie, occorre spegnere la sua frenesia e tranquillizzarlo sui pericoli; per farlo stare bene occorre trasmettergli sicurezza, farlo affidare, risolvergli i problemi; concretamente poterebbe fargli bene fare ascoltare musica e accoglierlo in una atmosfera sfumata e rilassante, permettergli di allentare le briglie, i colori più adatti potrebbero essere il blu e le tonalità fredde.

 

3.1.1.3. Reparto di Ginecologia

In questo reparto si sono intervistate tre donne e un’infermiera, la caposala; le tre signore ricoverate avevano partorito da pochi giorni senza complicanze; dal colloquio in profondità svolto con loro sulle aspettative dei pazienti e sui consigli dati su come vorrebbero un nuovo ospedale, dalle proposte fatte per migliorare la qualità estetico-ambientale della struttura ospedaliera, dai loro giudizi sulla qualità relazionale interna al reparto e all’ospedale, tra pazienti e personale, sulle impressioni sulla qualità delle relazioni tra i diversi sanitari, si è rilevata la tendenziale personalità delle pazienti e dell’infermiera; le tre neo-mamme sono apparse molto rilassate e tranquille, soddisfatte, piene, riempite; questa caratterizzazione è attribuibile in primis all’esperienza esistenziale appena vissuta, il parto, il quale se vissuta bene e con esiti favorevoli non può che riempire di gioia e felicità che una volta metabolizzate, come nei tre casi con cui siamo entrati in contatto, permettono il distendersi e la serenità; la situazione riscontrata nel reparto di ginecologia dell’ospedale di Narni è apparsa però un po’ eccessiva, cioè le donne ascoltate presentavano tratti forti di emozionalità e “sballoneria” (due delle donne) oppure tratti fortemente apatici (una delle intervistate):

 

PAZIENTE MATERNITA’: Ma a me tutto va bene così, io sono sempre venuta qui per i miei figli e mi sono trovata bene, certo non è bello come ospedale, ma che ci vuoi fare non si può avere tutto, possiamo già essere contente che qui dentro comunque si sta bene, ti controllano, ti seguono, ti chiedono, per questo io sto bene, poi se ti va un caffè o non lo so se vuoi uscire in corridoio non hai nemmeno il posto per sederti, ma nel complesso non mi lamento no, non sono mai andata nemmeno a Terni, anche perché pure da fija mia madre mi portava sempre all’ospedale di Narni e quindi come vorrei un ospedale?…mmmm, non ti so rispondere..come questo io ci sto bene, mi piace, mi rilassa, conosco tutti, ho modo di chiacchierare e non pensare a niente.

INTERVISTATORE: Non lo so, per esempio preferirebbe uno stile sobrio o un po’ allegro?

PAZIENTE MATERNITA’: Sobrio..non lo so magari..a me va bene così..

INTERVISTATORE: Nelle stanze dei bambini è d’accordo che sia più vivace?

PAZIENTE MATERNITA’: Sì quello si è fondamentale..sì certo per i bambini è meglio se è come dice lei

INTERVISTATORE: E per gli anziani?

PAZIENTE MATERNITA’: No non lo so meglio diverso no? 

 

La rilevazione di questo clima disteso forse anche all’eccesso, un po’ soporifero e sbadato delle pazienti, ha trovato una possibile spiegazione dopo avere intervistato la caposala del reparto, la quale si è scoperto essere una fortissima avara, schematica, essenziale, precisa; l’intervista è stata svolta nella medicheria del reparto, il quale era molto ordinato, pulito, la scrivania personale non aveva niente sopra se non la lampada, il portapenne e alcuni fogli meticolosamente appilati, nello svolgere l’intervista ci ha concesso pochi minuti perché “era gia in dietro sulla tabella di marcia della mattina”; nell’elencare le negatività ambientali dell’ospedale è stata molto puntuale e veloce, senza indugiare sul superfluo e sottolineando l’importanza della funzionalità:

 

INTERVISTATORE: Cosa si aspetta un paziente da un ospedale?

CAPOSALA GINECOLOGIA: Io credo che si aspetti la capacità e la competenza che possa rispondere ai propri bisogni di salute, prima di tutto.

INTERVISTATORE: date per scontate le componenti strettamente tecniche e assistenziali, quali sono secondo lei le esigenze di un paziente?

CAPOSALA GINECOLOGIA: non ha senso e non è possibile darli per scontato.

INTERVISTATORE: Ok..certo, allora i bisogni secondari secondo lei quali sono?

CAPOSALA GINECOLOGIA: Penso che si aspetti una maggiore tutela della privacy, questo sicuramente, e per tanto ecco camere non troppo affollate, sempre per quanto riguarda la tutela della privacy.. spazi predisposti con.. spazi appositamente previsti per visitare, dove il paziente può essere ascoltato senza che ci sia troppo via vai, troppe interferenze, diciamo così, di personale che entra che esce, di gente che si affaccia e compagnia bella..poi penso che si aspetti, diciamo, di avere sevizi..per quanto riguarda bagni, cose così, in camera e non esterni, la possibilità di fare delle docce, forse anche spazi un pochino più ludici, dove rilassarsi perché comunque anche qualche momento di distensione nell’arco della giornata deve essere previsto..

INTERVISTATORE: e per spazzi ludici che cosa intende?

CAPOSALA GINECOLOGIA: Spazi ludici nel senso di avere che ne so un posto dove ricevere le persone, non che debba essere personale però..spazi dove se io, magari, voglio avere delle visite, se la persona che sta vicino a me, il mio vicino di letto non sta bene, non vedo perché devo rimanere dentro la stanza con venti persone, magari allora me ne vado fuori, e ho un posto dove farli accomodare, e quello spazio magari può essere condiviso, mica voglio dire.., ci si può mettere un televisore, che ne so un videoregistratore, un play per i bambini sarebbe l’ottimo..

INTERVISTATORE: Secondo lei quali sono gli aspetti strutturali e ambientali da tenere in maggiore considerazione in vista della costruzione del nuovo ospedale?

CAPOSALA GINECOLOGIA: Beh sicuramente quello delle camere intanto, di degenza che non devo essere troppo affollate, sicuramente dei corridoi abbastanza ampi perché comunque uno deve passare con attrezzature, cose, letti, barelle e quindi ci deve girare agevolmente, e questo vale anche per le stanze che devono avere un ampiezza tale per fare delle manovre in emergenza liberamente..quindi attrezzature e cose varie, secondo me deve essere tutto molto funzionale, secondo me..poi..dunque: ascensori, anche questo è importantissimo, per diverse funzioni; percorsi..diciamo per lo sporco ed il pulito, e non lo so magari si può pensare anche a dei percorsi, a dei percorsi alternativi per il pubblico e per gli operatori, la posta pneumatica per esempio io ho visto che è molto comoda, per spedire prelievi, per risparmiare tempo, andare veloci e non sprecare passi e scarpe, anche per gli operatori, per non mandarli troppo in giro, e poi che altro diciamo deve essere funzionale..anche per quanto riguarda l’operatività..perché ovviamente di tempo quando i percorsi sono tortuosi se ne spreca tanto

 

La rilevazione di una figura di questo tipo, ultra attenta e precisa, permette di avanzare alcune ipotesi interpretative del clima di sballoneria constatato, il quale probabilmente deriva dal tipo di relazione instaurato tra le pazienti neo-mamme, con tutto il loro carico di emozionalità connessa all’evento, e la caposala, figura dirigenziale pesante nella vita di un reparto, con tendenze avaro-adesive che tende a prendersi in carico tutti i problemi delle donne, che già ha riflettuto su come agire, che imbambola e sfianca la libera volontà delle assistite. La consapevolezza della situazione può essere molto importante, infatti l’eccessiva emozionalità delle pazienti può essere pericolosa portando alla poca riflessività e all’imprudenza, caratteristiche dà evitare quando bisogna prendersi cura di un bambino appena nato. Questa situazione deve necessariamente essere modificata in quanto anche se la permanenza in ospedale è ridotta, è altrettanto determinante sull’imprinting della relazione della donna con la maternità. Il rischio è che la mamma, soprattutto se il bambino nato è il primo, confonda l’essere madre con il giocare con le bambole, invece di diventare genitore resta figlia. Come in ogni situazione soltanto futuribile e non comprovata dai fatti esistono i rischi, ma anche le possibilità positive, infatti vivere uno dei più importanti riti di passaggio dell’esistenza umana in maniera serena e rilassata, protetta, come nel reparto di ginecologia di Narni, aumenta la gratificazione e migliora le risposte corporee e psichiche della ricoverata e riduce il rischio di traumi.

 

3.1.1.4. Reparto di Oncologia

Le condizioni ambientali in cui svolgono la terapia i malati ricoverati nel reparto di oncologia dell’ospedale di Amelia determinano l’atteggiamento dei pazienti, i quali si ritrovano costretti a vivere la sofferenza e il disagio legati alla malattia in ambienti assolutamente fatiscenti e non attrezzati:

 

Medico: io mi vergogno proprio..quando li vedo lì ammucchiati ad aspettare lungo i corridoi, molti in piedi, appoggiati al muro, senza una finestra, al caldo d’estate e al freddo d’inverno, mi viene da scappare via, le giuro mi dà l’idea di un campo di concentramento e poi la cosa ancora peggiore è che la maggior parte dei pazienti è gente anziana, che nemmeno ce la fa a stare in piedi, ormai non si incavolano neanche più, sono rassegnati, stanno lì, cercano di dare meno fastidio che possono, anche perché a volte sono in trenta in cinque metri quadrati, cercano di scomparire, anche perché spesso gli infermieri sclerano, anche perché pure per noi è insostenibile lavorare in condizioni simili..non si può vedere una cosa simile, è assurdo..questa è la cosa peggiore di questo ospedale: gli oncologici e dializzati sono quelli che stanno peggio

 

Questa situazione così carente dal punto di vista ambientale e funzionale condizionerebbe anche il soggetto più ruminante[69] e rabbioso, il quale dopo i primi scatti d’ira è comunque costretto a spegnersi di fronte all’evidenza strutturale. La personalità mediana che contraddistingue questi malati è quella invisibile che spinge i soggetti ad un adattamento eccessivo alle situazioni, spegne la loro critica etero-diretta, li rende senza forma né posizione. Questo atteggiamento arrendevole e introverso conduce l’individuo a viversi internamente anche i conflitti esterni ed è evidente che per un malato questo meccanismo non è benefico. I quattro intervistati (tre utenti e un medico) afferenti a questa unità operativa confermano questa rilevazione: i tre pazienti appaiono sostanzialmente degli invisibili, con sfumature adesive o apatiche[70], mentre il medico intervistato è un ruminante, aggressivo, arrabbiato e a rischio di burn out[71] a causa delle situazioni in cui è costretto a lavorare quotidianamente. In queste condizioni l’intervento di counseling possibile è limitato al clima relazionale interno, il quale deve essere stimolato al fine di produrre idee originali per migliorarlo; in un caso simile potrebbero essere utili tecniche di relazione tra utenti e operatori dell’ospedale, condotte da un counselor e finalizzate alla produzione di idee innovative, tecniche come il brainstorming[72], il gruppo focalizzato, il metodo delphi o il nominal group tecnique. Queste metodologie possono avere un duplice esito: riattivare la coscienza e la produzione interna degli individui amorfizzati e la costruzione di linee di intervento impensate e provenienti direttamente dagli utenti. Idee che rispondono alle esigenze concrete della popolazione degli utenti e che potrebbero alleviare le loro difficoltà.  

 

4. LE CONCLUSIONI

Le situazioni e gli esempi proposti con estreme sintesi in questo lavoro vogliono essere solo degli spunti di riflessione e degli esempi concreti che partono da situazioni vissute e reali per migliorare il vissuto ospedaliero di pazienti e operatori. Questa elevazione della qualità relazionale interna all’ospedale permette di ottimizzare le risorse disponibili, a partire da quelle economiche per giungere a quelle professionali; sembra indiscussa la necessità di introdurre professionisti esperti in relazione e comunicazione all’interno del mondo della salute, se infatti il counseling comincia ad essere accettato e apprezzato all’interno dei mondi-della-vita-quotidiana delle persone, risente ancora dell’opposizione e delle resistenze di parte delle professioni consolidate internamente agli apparati sistemici del mondo della sanità, le quali vedono minacciate le loro posizioni di potere da figure strane, proprio quelle figure da cui nella storia delle professioni si sono sempre difese, quelle professioni meno strutturate, come il sociologo, lo psicologo, il mediatore culturale ed adesso il counselor; figure professionale che hanno da spendere saperi multidisciplinari e sfumati che attraversano i saperi forti trasversalmente, senza imbrigliarsi in uno solo, senza professioni di fede fondamentalista ad una sola lettura del reale, figure professionali che sfidano la rigidità mentale di tante consolidate professioni e che hanno qualcosa da dire, imparato sul campo, attraverso il contatto diretto con le persone.

La proposta avanzata nel presente lavoro non vuole arrivare a sovvertire l’ordine costituito e non ne ha neanche la presunzione, portando rispetto e stima per quelle professioni che hanno permesso l’evoluzione umana negli ultimi secoli, dal medico al politico, ma l’intenzione vuole essere quella di aprire loro gli occhi mostrando che un’azione combinata e co-relazionale può portare vantaggi concreti e importanti a tutti gli attori del sistema sociale in cui viviamo.

Nello specifico del mondo della salute e delle medicine questa esigenza si mostra con tutta evidenza e sembra una delle impostazioni risolutrici di questo lungo calvario in cui è entrato da ormai più di trenta anni il mondo della cura. Il counseling avanza solo prospettive e strategie di intervento, le quali sono improntate all’idea di fondo di migliorare l’individuo sempre, in qualsiasi contesto si trovi, dal lavoratore in fabbrica al malato in ospedale, rintracciare risorse e limiti e lavorare sulla consapevolezza di questi, cercando di innescare circoli virtuosi che portino l’uomo ad essere migliore, tenendo ovviamente in considerazione la situazione di partenza. E’ un augurio, ma anche un intento, è una speranza, ma anche la missione di fondo della nostra scuola e della nostra straordinaria professione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Note
 

[1] «Coping: strategie agite basate su processi cognitivi di adattamento all’ambiente» [Studio Associato Prevenire e Possibile (2005), Dizionario Tascabile del Counseling, Arezzo, cit. pag 4]

[2] L. Barbagli (2004), Un orientamento semplice ed efficace, in Barbagli L. – Mazzoni E. (a cura di), Prevenzione e orientamento nell’obbligo formativo, Prevenire è Possibile, Arezzo, cit. pag. 9

[3] Cfr. http://www.prepos.it/12°%20Convegno%20Counseling.htm

[4] D. Troiani (2005), Il colloquio clinico, Dispense del corso, Arezzo, cit. pag. 1

[5] V. Masini (2005), Medicina Narrativa, FrancoAngeli, Milano, cit. pag 234

[6] D. Troiani (2005), cit. pag. 2

[7] V. Masini (2000), Dalle emozioni ai sentimenti, Prevenire è Possibile, Caltagirone, cit. pag. 19  

[8] Cfr. V. Masini (2000)

[9] « In psicologia del cambiamento si passa da una fase di immobilità, ad una di reperimento delle risorse, a quella di attivazione delle energie, infine alla presa decisionale. Per innescare tale processo ed arrivare alla decisione c’è bisogno dell’innesco… il counselor fa il fiammifero, cercando di fare luce sopra l’apparente confusione, aumenta la consapevolezza e poi scompare per lasciare libera la persona » [E. Mazzoni (2005), Essere un counselor, in M. Martelli (2005) (a cura di), Orientare perché, “I quaderni della Valtiberina”, Toscana n.15, Sansepolcro

[10] Ibidem (2005), cit. pag. 55

[11] Cfr. R. Inglehart (1983), La rivoluzione silenziosa, Rizzoli, Milano

[12] Cfr. P. P. Donati (1984a), “Famiglia, consultorio e comunicazione in una "società relazionale" complessa”, in Ucipem (a cura di), Consultorio familiare e famiglia, FrancoAngeli, Milano; P.P. Donati (1984b), “La trasformazione del rapporto comunicativo nella relazione interpersonale medico-paziente”, Rassegna Italiana di Sociologia, XXV, n.4, pp. 547-57; P.P. Donati (1986), “Le trasformazioni del rapporto comunicativo nella relazione medico-paziente”, Crescita, n. 21, pp. 33-40

[13] Cfr. A. Freud (1980), Psicopatologia della vita quotidiana, Astrolabio, Roma

[14] Cfr. J. Bowlby (1976), Attaccamento e perdita, VOL. I, L’attaccamento alla madre, Boringhieri, Torino; J. Bowlby (1978), Attaccamento e perdita, VOL. II, La separazione dalla madre, Boringhieri, Torino; J. Bowlby (1983), Attaccamento e perdita, VOL. III, La perdita della madre, Boringhieri, Torino

[15] Cfr. E. Goffman (1969), La vita quotidiana come rappresentazione, Il Mulino, Bologna; E. Goffman (1971), Modelli di interazione, Il Mulino, Bologna; E. Goffman (1981), Relazioni in pubblico, Bompiani, Milano; E. Goffman (1983), Stigma, Giuffrè, Milano; E. Goffman (1987), Forme del parlare, Il Mulino, Bologna; E. Goffman (2001), Asylum, Edizioni di Comunità, Torino

[16] E. Stein (1986), L’empatia, FrancoAngeli, Milano

[17] L.S. Vygotskij (1980), Il processo cognitivo, Boringhieri, Torino

[18] J.S. Bruner (1984), L’interazione madre-bambino: oltre la teoria dell’attaccamento, FrancoAngeli, Milano

[19] C.G. Jung (1969), Tipologia psicologica, in Tipi psicologici, Opere, VOL. VI, Boringhieri, Torino; C.G. Jung (1980), La sincronicità, Boringhieri, Torino

[20] P. Watzlawich – J. Beavin – D.D. Jackson (1971), Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma; P. Watzlawich  - J.H. Weakland (1978) (a cura di), La prospettiva relazionale, Astrolabio, Roma

[21] G.H. Mead (1972), Mente, sé e società, Giunti Brbera, Firenze

[22] J.O. Prochaska – C. Di Clemente (1982), Transteoretical Therapy: Toward a More Integrative Model of Change, in “Psychotherapy: Theory, Research and Practice”, n. 19;  J.O. Prochaska – J.C. Norcross (1999), Systems of psychotherapy: a transteoretical analysis, Brooks/Cole P.C., Pacific Grove, CA;

[23] C.R. Rogers (1975), Emphatic: An unapperciated way of being, in “The Counseling Psychologist”, 5; C.R. Rogers (1970), La terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze; C.R. Rogers (1976), Gruppi di incontro, Astrolabio, Roma

[24] «Prima tecnica da applicare nel colloquio clinico..significa mettere tra parentesi, transitoriamente, il proprio Sé e i propri bisogni narcisistici per dare spazio all’altro. Solo in questo modo è possibile entrare nel contesto in cui si muove l’altro, comprendere le sue difficoltà all’interno di quel contesto e ipotizzare una soluzione, o un miglioramento situazionale, che siano realistici rispetto alla personalità del cliente e al mondo in cui è inserito» [D. Troiani (2005)]

[25] «ascolto attivo: sintonizzazione sul contenuto emozionale e fattuale di quanto viene detto dal cliente» [Studio Associato Prevenire e Possibile (2005), cit. pag. 2]

[26] Comunicazione centrata sui ruoli, in questo caso sul ruolo del counselor e su quella del cliente, utilizza prevalentemente atti comunicativi illocutori, proposti affinché l’altro agisca [Cfr. V. Masini (2005); D. Masini – V. Masini (2005), Narrative medicine e medicine complementari nella percezione degli studenti di medicina, in Medicina/Medicine. Le cure "altre" in una società che cambia, “Salute e Società”, FrancoAngeli, Milano] 

[27] La comunicazione narrativa e relazionale si fonda sulla sensibilità alle sofferenze altrui anche a seguito di loro personali, o famigliari, vissuti di sofferenza. Il counselor empatizza affettivamente le emozioni e le sofferenze del cliente, riuscendo ad anticipare le risposte dell’altro, il quale si trova immediatamente a suo agio, gli atti linguistici esercitati in questo tipo di comunicazione sono quelli locatori, cioè atti che utilizzano parole dotate di significato, come negli atti di descrizione e di constatazione [Cfr. V. Masini (2005); D. Masini – V. Masini (2005)]

[28] La comunicazione simbolico-cognitiva si differenzia dai precedenti perché richiede un continuo sforzo di intuizione e di elaborazione delle problematiche dell’altro. Il counselor, attraverso il processo empatico-cognitivo, entra nello schema mentale del cliente, si fa prossimo a lui mediante l’oggettivazione esplicativa dei sui vissuti e, successivamente, della appropriazione percettiva del suo punto di vista. Questo tipo di approccio comunicativo utilizza soprattutto atti perlocutori, i quali tendono a produrre un preciso effetto nel ricettore. [Cfr. V. Masini (2005); D. Masini – V. Masini (2005)]

[29] «Modalità della comunicazione educativa atta a impedire un’azione o a bloccarne una già iniziata. Prescrizione»  [Studio Associato Prevenire e Possibile (2005), cit. pag. 15].

[30] «Comunicazione necessaria quando è necessario arginare gli effetti della demotivazione e del timore dell’ignoto» [Troiani (2005), cit. pag.6]

[31] «..Far prendere coscienza di contenuti, far ragionare e far riflettere..contempla sia forme di comunicazione euristica..sia l’ostensione di modelli, e di rappresentazioni, di cui l’educando si appropria.. “Apprendere ad apprendere” è un processo descritto come acquisizione di forme mentali che consentono di elaborare le informazioni.. L’insegnamento, nell’artigianato educativo, è un modello di comunicazione finalizzato a porre l’educando alla giusta distanza dal sé, dalle relazioni, dal mondo, a liberarsi dai pregiudizi e a mettere in discussione le precedenti impressioni, convinzioni o condizionamenti..Il soggetto selettivamente più affine a questo tipo di comunicazione e il delirante, nella sua versione di creativo portatore di libertà e di autostima ed i personaggi, che hanno maggiore bisogno dell’insegnamento educativo, sono l’adesivo e l’invisibile» [V. Masini (2000), cit. pag. 171]

[32] «..È l’obiettivo della comunicazione espressiva ed artistica ed ha lo scopo di aprire l’altro alla percezione di sensazioni ed allo sperimentare emozioni..è il luogo specifico dell’emersione di carismi: se la vibrazione emotiva è attiva nel comunicatore, ed egli è particolarmente trasparente, gli altri possono immedesimarsi nel suo vissuto e far proprio il suo stato emotivo..il soggetto che meglio coinvolge emotivamente è lo sballone..è efficace nei confronti degli adesivi e degli avari. Nei primi sposta l’emozione di attaccamento verso la sensibilità protettiva, nei secondi sposta l’ansia di controllo verso l’impegno» [Ibidem (2000), cit. pag. 173-174]

[33] «..significa spegnere le tensioni e chiudere i processi che alimentano la produzione di energie..è una spugna che assorbe ogni tipo di feed-back, senza restituire alcun segnale e senza modificare il tono ed il ritmo circolare del tono comunicativo..chi riesce efficacemente in una comunicazione tranquillizzante è l’apatico. Non si accende, e non si eccita, ma si esprime trasmettendo pace. Destinatari di tal comunicazione sono l’avaro per spegnere la sua ansia e il ruminante per calmare la sua tensione» [Idem (2000), cit. pag. 175]  

[34] «Per sollevare gli altri è necessaria l’umiltà. Sostenere non significa “dar carica”..è un rapporto fondato sulla discrezione e sulla disponibilità a sacrificare qualcosa di sé per favorire un’altra persona. Chi sostiene non è mai in vista, sta alle spalle del soggetto da sostenere..comunicare sostegno significa saper sorreggere le difficoltà altrui, le sofferenze altrui ed anche la disperazione. Sostenere impedisce il cedimento della vita mentale altrui..sostenere una persona in difficoltà..è offerenza alla persona di fiducia nel suo successo» [Idem (2000), cit. pag. 177]

[35] «I complimenti sono la forma più semplice e diffusa di comunicazione gratificante..porta il soggetto al consolidamento nelle scelte..ha la proprietà di far entrare in contatto le persone con quella parte positiva di sé,di cui non sono mai del tutto certe..gli adesivi sono i più efficaci nel complimentarsi e nel gratificare..non si tratta di dire ciò che uno vorrebbe sentirsi dire, si tratta di individuare qualcosa di più che l’altro non vede di sé» [Idem (2000), cit. pag. 179]

[36] «Il gruppo di incontro è un metodo di relazione tra persone che, in sé, fornisce strumenti per mettere in contatto esperienze umane anche lontane e aiuta a comprendere come sia possibile superare il disagio..vive con al centro il concetto di empatia..all’interno del gruppo di incontro vengono alla luce sia i sentimenti nella loro forma attuale che le persone nella loro identità di coscienza..è un luogo relazionale dove le persone si possono riaprire alla possibilità di coglimento empatico» [Idem (2000), cit. pp. 5-19]

[38] Compiti a casa: «utili, in taluni casi, per consentire alla persona di mantenere l’attenzione sulla questione da risolvere, anche tra un incontro e l’altro. Gli homework, solitamente, prevedono la redazione di diari per l’automonitoraggio di comprortamenti, pensieri o entità dei sintomi; oppure, prevedono la messa in atto di strategie comportamentali nuove, l’esito delle quali dovrà essere comunicato al Counselor nella seduta successiva» [D. Troiani (2005), cit. pag. 6]

[39] C. Cipolla, G. Giarelli, L. Altieri (2002) (a cura di), Valutare la qualità in sanità, FrancoAngeli, Milano; C. Cipolla (1997), Epistemologia della tolleranza, 5 voll., FrancoAngeli, Milano

[40] Dimostrazione empirica di questo paradigma è l’origine professionale e la formazione dei docenti che hanno fatto lezione nella nostra scuola transteorica: psicologi, sociologi, esperti di orientamento, medici, esperti in manipolazione shatzu, ecc.

[41] Cfr. Cipolla…………

[42] Cfr. E. Cheli, Relazioni in armonia, FrancoAngeli, Milano, 2004

[43] Cfr. D. Masini (2005), Soft quality e qualità percepita per il nuovo ospedale di zona di Narni-Amelia, Tesi di Master, Valutazione della qualità dei servizi socio-sanitari, Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna

[44] Cfr. A. Kleinman (1977), “Depression, somatization and the ‘New Cross-cultural Psychatry’ ”, Social Science and Medicine; A. Kleinman (1978), “Clinical relevance of Anthropogical and Cross-cultural Research: Concepts and Strategies”, American Journal of Psychiatry; A. Kleinman (1980), Patient and healer in the context of culture. An exploration of the borderland between Antrhropology, Medicine and Psychiatry, University of California Press, Berkeley; A. Kleinman (1988), The illness naratives: Suffering, healing, and the human condition, Basic Books, New York; A. Kleinman (1995), Writing at the marging: Discourse between Anthropology and Medicine, University of California Press, Berkeley; A. Kleinman – L. Eisenberg – B. Good (1978), “Culture, illness and care: Clinical lessons from anthropological and cross-cultural research”, Annals of Internal Medicine; A. Kleinman – E. Mendelsohn (1978), “Systems of medical Knowledge: A comparative approch”, Journal of Medicine and Philosophy; A. Kleinman – L.H. Sung (1979), “Why do indigenous practitioner successfully heal?”, Social science and Medicine; B.J. Good (1977), “The heart of what’s matters: The semantic of illness in Iran”, Culture, Medicine and Psychiatry; B.J. Good (1999), Narrare la medicina. Lo sguardo antropologoco sul rapporto medico-paziente, Edizione di Comunità, Milano; G. Giarelli (2005), Medicine non convenzionali e pluralismo sanitario. Prospettive e ambivalenze della medicina integrata, FrancoAngeli, Milano; G. Giarelli (2005), Storie di cura. Medicina narrativa e medicina delle evidenze: l’integrazione possibile, FrancoAngeli, Milano; V. Masini (2005)

[45] Cfr. D. Masini (2005); D. Masini (2004), La sociologia della salute. Il rapporto umano tra medico e paziente, le medicine alternative nella percezione dello studente di medicina, Tesi di Laurea in Scienze della Comunicazione, Università degli Studi di Perugia; D. Masini – V. Masini (2005)

[46] Stralcio di intervista ad un paziente estrapolato da D. Masini (2005)

[47] Cfr. A. Ardigò (1997), Società e salute. Lineamenti di sociologia sanitaria, FrancoAngeli, Milano; G. Giarelli (2003), Il malessere della medicina. Un confronto internazionale, FrancoAngeli, Milano

[48] Stralcio di intervista ad un medico di laboratorio [D. Masini (2005)]

[49] Stralcio di intervista tratto da D. Masini (2004)

[50] Vedi nota n. 25

[51] Vedi nota n. 44

[52] La scoperta ottocentesca della correlazione tra determinate malattie e condizioni di vita disagiate, prodotte dall’incalzante rivoluzione industriale, ha messo in crisi l’approccio bio-medico scientista, aprendo la strada alla medicina sociale. La medicina sociale si presenta primariamente come epidemiologia: si passa dall’attenzione al singolo malato alla diagnosi e alla ricerca di cure per interi gruppi sociali. Primario interesse dei medici sociali è scoprire e rimuovere le con-cause sociali delle patologie. I medici sociali contestano al paradigma bio-medico scientista la concezione cartesiana che divide nettamente anima e corpo. Questo paradigma intende occuparsi delle percezioni soggettive degli individui. Secondo la medicina sociale la bio-medicina «si è allontanata dal paziente come persona totale […] anziché chiedersi perché si verifica una malattia, e tentare di rimuovere le condizioni che conducono ad essa, i ricercatori medici tentano di capire i meccanismi biologici attraverso i quali la malattia opera» [F. Capra (1984), Il punto di svolta. Scienza, società e cultura emergente, Feltrinelli, Milano, cit. pag. 127]. Negli anni settanta, nell’occidente sviluppato, scoppia una forte contestazione contro il potere bio-medico e clinico, contro il paradigma bio-medico scientista, l’ospedalocentrismo e la burocratizzazione della medicina socializzata. Le critiche si focalizzano sulla progressiva espansione dei sistemi ospedalieri, sui loro effetti iatrogeni e disumanizzanti, sul primato della specializzazione e sul declino del medico di famiglia. Una delle opere più rappresentative del periodo è senza dubbio Nemesi medica di Ivan Illich, studioso appartenente all’approccio sociologico radicale. L’Autore sostiene che la “medicalizzazione” della vita oltre un certo limite «equivale a una negazione sistematica della salute» [I. Illich (1977), Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Mondadori, Milano, cit. pag. 288] e che quest’ultima raggiunge i livelli ottimali quando l’ambiente genera capacità personale, autonoma e responsabile di gestione. Intorno agli anni settanta, la medicina sociale acquista valore e credito in ambito scientifico grazie ai contributi di una nuova disciplina: la bio-etica. Il movimento per la bio-etica prende le mosse negli Usa nel 1970 ad opera di un oncologo nord-americano, V. R. Potter, il quale denuncia come minaccia alla sopravvivenza dell’ecosistema la divaricazione tra universo scientifico, incentrato solo sui fatti fisici e universo umanistico, interessato ai valori morali. Potter propone la bio-etica come la disciplina ponte tra queste due culture, in grado di integrarne i paradigmi. Sulla base di queste proposte, si è sviluppato un filone di pensiero interessato ad argomenti tipo: la manipolazione genetica, la riproduzione artificiale della vita, la diagnostica pre-natale, l’interruzione volontaria di gravidanza (i.v.g.), l’accanimento terapeutico e l’eutanasia. Un altro contributo fondamentale allo sviluppo del paradigma medico-sociale proviene da G.I. Engel [Cfr. G.I. Engel (1980), “The Clinical Application of the Biopsychosocial Mode”, American Journal of Psychiatry, n. 137, pp. 535-544; G.I. Engel (1977), “The Need for a New Medical Model: A Challenge for Biomedicine, Science, n. 126, pp. 129-136]. Questo medico, intorno alla fine degli anni settanta, propone un modello integrato di conoscenza e di prassi medica definito “bio-psico-sociale”. Engel vuole che la medicina adotti un modello diagnostico sistemico, comprendente vari livelli disciplinari organizzati in modo gerarchico, così da poter affrontare tutte le componenti che compongono il complesso e multidimensionale fenomeno della salute. L’ampliamento disciplinare del paradigma scientista, secondo Engel, dovrebbe permettere al medico clinico di raggiungere una maggiore comprensione dell’autonomia del paziente, quindi, un nuovo rapporto medico-paziente, più umanizzato. Il modello bio-psico-sociale prevede di eliminare gli effetti perversi provocati dalla medicina tradizionale: per esempio l’ospedalizzazione non necessaria, l’abuso di medicinali e l’eccessivo ricorso alla chirurgia. Limiti espliciti di questo modello, secondo il parere di Ardirò [Cfr. Ardigò (1997)], sono la concezione passiva del paziente e la poco chiara epistemologia dell’integrazione dei diversi contributi disciplinari. Un altro recente contributo alla medicina sociale proviene da un altro medico: il prof. Th. Inui. L’attenzione di questo studioso si orienta sulla dimensione micro-sociale interpersonale e si rivolge, in particolare, alla conoscenza delle connessioni tra situazioni di stress psicologico e malattie fisiche, tra stato d’animo personale e funzionamento del sistema immunitario e, in fine, agli effetti di farmaci-placebo. Inui  avanza la proposta di una cura sociale delle malattie. All’interno del paradigma medico-sociale è rintracciabile il modello ad orientamento olistico, il quale considera il paziente come un tutto, mix di componenti fisiche e soggettive che si concretano il un soggetto unico, considerato come eccedente la somma delle parti. L’approccio olistico prospetta un nuovo rapporto tra medico e paziente, distante da quello praticato dal bio-medico scientista. La relazione tra medico olistico e malato si sostanzia di un’osservazione prolungata e attenta del paziente, prima di qualunque diagnosi o intervento terapeutico; il medico olistico sostiene forme di diagnosi e terapia di gruppo tra pazienti, al fine di accrescere il consenso informato e la competenza nella scelta della cura. Sintetizzando drasticamente il paradigma medico-sociale, si manifestano tre principali linee d’interesse: 1) Umanizzazione e personalizzazione delle cure con particolare attenzione alle relazioni di “mondo vitale” del malato; 2) Organizzazione societaria e dei servizi socio-sanitari tendenti all’assistenza sanitaria primaria e alla prevenzione; 3) Recupero della famiglia e delle reti informali di volontariato in funzione preventiva, terapeutica e riabilitativa.

[53] Cfr. P.M. Fiocco (2004), Sociologia della salute e discipline affini, in C. Cipolla, Manuale di sociologia della salute I. Teoria, FrancoAngeli, Milano

[54] La sindrome del Burn Out o dell’Uomo Bruciato si sviluppa soprattutto in ambito sociale e sanitario ovvero in tutti quegli ambienti lavorativi caratterizzati da alta mission, ma anche da condizioni pratiche e concrete non sufficienti a garantire il conseguimento delle ambiziose finalità del servizio. Nello specifico, si tratta di una particolare forma di depressiva: uno stato di esaurimento fisico ed emotivo che si manifesta con un senso di affaticamento, svuotamento e totale demotivazione al lavoro. Il Burn Out non è mai frutto di un singolo evento traumatico, è piuttosto un lento logoramento interiore che si sviluppa lungo un percorso caratterizzato da quattro fasi principali: un primo momento di forte motivazione al lavoro ed entusiasmo idealistico, un secondo di “stagnazione”, un terzo di “frustrazione” ed un ultimo momento di passaggio dalla empatia alla apatia, che costituisce la quarta fase, durante la quale spesso si assiste a una vera e propria morte professionale.

[55] Cfr D. Masini (2005a)

[56] Cfr. D. Masini (2005a)

[57] Per Mobbing si intende una strategia finalizzata all’emarginazione, all’offesa ed all’isolamento di un lavoratore. L’estrema conseguenza di questo processo non è solamente il licenziamento ma anche l’annientamento del soggetto a tutti i livelli, sia professionali che personali. Le conseguenze hanno un notevole peso per il lavoratore a livello psicofisico ma anche per l’azienda che ne vede gravemente compromessa la produttività. Anche i costi sociali risultano assai consistenti ed il reinserimento proficuo al lavoro dei soggetti colpiti è assai problematico. Le patologie più frequentemente correlate al processo di Mobbing sono il disturbo dell’adattamento, il disturbo acuto da stress ed il ben più grave disturbo post-traumatico da stress.

[58] www.prepos.it/www.prepos.com

[59] Cfr. V.Masini (2005); D. Masini e V. Masini (2005)

[60] Cfr. D.Masini (2005a)

[61] «..Frutto raro della positiva congiunzione tra le qualità personali.., l’equilibrio della personalità collettiva di gruppo in grado di modellarsi» [V. Masini (2001), La qualità educativa, relazionale e dell’apprendimento nella scuola, Prevenire è Possibile, Isernia, cit. pag. 135]

[62] «Lo sballone vive una forte attrazione verso il piacere che sa gustare con sensibilità emozionale intensa; cerca di sperimentare le sensazioni più forti nei confronti di tutto ciò che vive, per saziarsi con un sapore finalmente appagante…ama la sorpresa e insegue la fantasia. Quando la sensazione di piacere si attenua ..cade nella malinconia…lo sballone non sa costruire strategie…lo sballone ha bisogno di costruirsi un concreto percorso di responsabilità per pervenire a quella pienezza emozionale che cerca. La responsabilità ..è l’antidoto allo sballo all’inconsistenza» [V. Masini (2000), cit pp. 88-89]

[63] «Con il termine avaro s’intende una persona circondata da difese costruite affinché nulla dall’esterno possa penetrare dentro la persona, ferendola…l’avaro costruisce le difese in ragione della sua vulnerabilità…è centrato sul controllo come forma di difesa principale nei confronti dei pericoli e delle perturbazioni esterne..l’avaro dà grande importanza a se stesso ed è costantemente impegnato a difendersi ed a progettare il proprio personale miglioramento delle condizioni di vita…l’avaro non tollera l’indecisione, il disordine e il dubbio: ogni cosa deve trovare la sua collocazione, senza indugi o scrupoli che diano inquietudine, fuori e dentro di lui» [V. Masini (2004), L’avaro, in L. Barbagli - E. Mazzoni (a cura di), cit. pp. 76-77]

[64] «il disagio:..il bisogno di accettazione..l’attaccamento, l’insaziabilità affettiva..la disposizione al condizionamento..le virtù: la tensione affiliativa, il desiderio di coesione, la capacità relazionale» [V. Masini (2004), L’adesivo, cit. pp 99-103]. La potenza dell’adesivo sta nel creare «attaccamento: processo di affettività primaria verso qualcuno. Ove il processo non sia completo e non sia stato riequilibrato dal distacco del soggetto determina affanno affettivo e dipendenza» [Studio Associato Prevenire e Possibile (2005), cit. pag. 2]

[65] «Le personalità invisibili sono prese dal desiderio di scomparire, di sprofondare, di nascondersi e di diventare invisibili…si curva su di sé, non avanza alcun movimento di difesa e subisce il peso della vergogna..l’invisibile prova un profondo. Percepisce ciò che vive, né è partecipe e lo oggettiva immediatamente. Ciò che sente è oggettivo per sé e per l’altro ed egli è assolutamente trasparente allo sguardo estraneo. Il soggetto si sente nudo, disarmato e vulnerabile» [V. Masini (2001), cit. pag. 99]

[66] «I soggetti che fanno uso di sostanze per potenziare la loro vita mentale o per coprire i disagi..il punkabbestia che è sfuggito ad una madre avvolgente ed ansiosa e vive di elemosina randagio per strada, può essere il trentenne appassionato di videopoker che mette sul lastrico la famiglia..la giovane anoressica che frequenta locali “cult”..la sua caratteristica specifica è la volontà di potenza e della autorappresentazione ambedue ottenibili attraverso la superiorità e il distacco dalla relazione con gli altri» [V. Masini (2001), cit. pag. 176]. Il delirante crede in qualunque cosa fa, ci mette tutto se stesso o nemmeno comincia, si intestardisce fine a che non risolve il problema e tende all’allucinazione per lo sforzo; quando non riesce, se si rende conto di non essere riuscito, si sente sconfitto, ha perso, sembra che tutto vada male, si sente ai margini e lo fa notare di stare male, può anche arrivare ad una catena di comportamenti auto-distruttivi pur di non muoversi e subire, solo un altro stimolo e un altro obiettivo lo ridesta e ricomincia a carburare, sempre più forte. 

[67] Stralcio di intervista ad un paziente in emodialisi dell’ospedale di Amelia, tratto da D. Masini (2005a)

[68] «Il disagio: lo sdegno, la reattività, l’autocaricamento, l’irritazione, la rabbia, la collera, l’ira, le anfetamine, l’aggressività verso gli altri, la violenza, la mentalità paranoide, l’aggressività verso se stessi, la depressione. Il comportamento delinquenziale, la ribellione, il pregiudizio razziale, il conflitto sociale, le tifoserie sportive, la cultura del conflitto. Le risorse: il senso di protezione, il desiderio di giustizia, la carica interiore, l’impegno, la motivazione al lavoro» [V. Masini (2004), cit. pp. 79-82]

 

[70] «L’apatico evoluto si presenta..come un soggetto che possiede una delle più grandi doti: è un portatore di pace. La sua capacità di fare calma, di non lasciarsi coinvolgere dalle emozioni e dai conflitti, lo rende in grado di insegnare a spegnere le tensioni e di indicare la via per raggiungere la quiete» [Ibidem (2004), cit. pp. 90-94]. Il versante negativo dell’apatico è l’inattività, «manca di motivazione, volontà e desideri, e non esprime giudizi sugli eventi del mondo come buoni e cattivi, desiderabili o indesiderabili..sembra una persona umile perché non attrae nessuna attenzione su di sé; dà l’impressione di essere assente, annebbiato e stordito» [Idem]

[71] «Malattia che si verifica nelle organizzazioni che induce nella persona un crollo della motivazione al lavoro» [Studio Associato Prevenire e Possibile (2005), cit. pag. 3]

[72] «Brainstorming: (let. “tempesta di cervelli”) tecnica che si basa sulla possibilità di concepire ed esprimere liberamente quante più idee creative possibili senza fare attenzione alla loro appropriatezza. Utile per la produzione creativa di nuove soluzioni ai problemi del gruppo» [Ibidem]