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                                          SCUOLA TRANSTEORICA DI COUNSELING

    PREVENIRE è POSSIBILE

 

Sede di  BERGAMO

ASPETTI NON VERBALI NEL COUNSELING

             Un aiuto nel primo colloquio

 Vanali Rossana

 

 

INDICE

 

Capitolo primo:  Introduzione                   

§  La scelta del titolo                                                                     Pag.   3

§  Definizione di comunicazione                                                   Pag.   4           

§  I canali non verbali della comunicazione                                   Pag.   7           

 

Capitolo secondo:  Lo studio del carattere

§  Modello “Prevenire è Possibile”                                                Pag. 11

§  Dagli antichi ad oggi                                                                 Pag. 16

§  Carl Gustav Jung                                                                                   Pag. 18                      

§  La bioenergetica                                                                        Pag. 20

 

Capitolo terzo:  I canali non verbali della comunicazione

§  Sistema prossemico                                                                   Pag. 26

        • Spazio personale                                           Pag. 26
        • Distanza (vicino/lontano)                             Pag. 29
        • Orientamento                                                           Pag. 32

§  Sistema cinesico                                                                         Pag. 33

        • Postura                                                          Pag. 33
        • Mimica facciale                                            Pag. 35           
        • Gesti                                                             Pag. 37           

§  Sistema aptico                                                                           Pag. 39

        • I movimenti di contatto                                Pag. 40

§  Sistema paralinguistico                                                              Pag. 42

        • La formazione della voce                             Pag. 42
        • Caratteristiche della voce                             Pag. 43

§  Sistema cronemico                                                                     Pag. 45

        • Ritmo                                                            Pag. 45
        • Pausa                                                            Pag. 46

§  Sistema vestemico                                                                     Pag. 48

        • Riferimenti socio – culturali                         Pag. 48
        • Abbigliamento                                              Pag. 50                      
        • Capelli, barba e baffi                                                Pag. 52
        • Oggetti                                                         Pag. 52

§  Riepilogo delle tipologie                                                           Pag. 53

 

Capitolo quarto:  Lo studio del volto

§  Auto – definizione                                                                    Pag. 56

§  Legame tra fisico e personalità                                                  Pag. 57           

§  Tratti di bellezza                                                                        Pag. 58

§  Tratti infantili                                                                            Pag. 59           

§  La divisione del viso                                                                 Pag. 60

 

Capitolo quinto:  Grafici e Conclusioni

§ Tabella delle caratteristiche delle tipologie                                  Pag. 62

§ Analisi dei grafici                                                                         Pag. 63

§ Conclusioni finali                                                                         Pag. 80           

 

 

 

1 -  INTRODUZIONE

 

LA SCELTA DEL TITOLO

 

 

“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita....”(1). In questi versi Dante narrava il suo viaggio immaginario iniziato per soddisfare l’esigenza di intraprendere una crescita personale.

La stessa spinta mi ha portato alla conoscenza di me stessa attraverso “il counseling” come strumento di aiuto nelle relazioni. Questo “iter” mi ha permesso di capire le ragioni che mi portavano ad essere una persona timida ed insicura, scoprendo allo stesso tempo le mie risorse e qualità ed il modo per sfruttarle al meglio. Ho individuato, di conseguenza, le mie carenze e gli aspetti da migliorare, arrivando oggi, a distanza di tempo, a non essere più così introversa ma sicuramente più capace di usare quelle che sono le mie potenzialità.

Grande era la mia capacità di ascolto delle persone, di percepire i climi e le situazioni,  ma al contempo mi era molto difficile osservare ed intuire chi mi trovavo davanti, non prestavo attenzione ai particolari e mi affidavo molto di più al sentire che al vedere.

 

Il counseling si dà sul serio quando una persona ricerca l’aiuto di un’altra persona per gestire più efficacemente un problema o più problemi che l’assillano in un certo momento della sua vita(2) ed ancora lo scopo principale del couseling consiste nell’aiutare i clienti ad individuare e prestare fiducia alle proprie capacità e punti di forza…”  e “ di porli in grado di identificare di che cosa essi stessi hanno bisogno…”(3).

 

Questa tesi nasce da questo mio bisogno di approfondimento: chi è la persona che incontro per la prima volta? quali sono i suoi punti di forza?  quali i punti da sviluppare?  come posso aiutarla in modo efficace? 

 

Ogni individuo è diverso dall’altro, siamo unici ed è questo che ci rende affascinanti, ma proprio per questa diversità è impossibile in una relazione d’aiuto comunicare secondo un modello uguale per tutti: è necessario capire chi abbiamo di fronte ed utilizzare il suo canale comunicativo per sintonizzarci con lui ed è indispensabile farlo nel più breve tempo possibile. E’ utile poi, nel corso della relazione, variare il canale stesso per aprire la persona al cambiamento ed alla sua evoluzione.

La mia tesi avrà come scopo lo studio di quegli elementi che, nel più breve tempo possibile, siano in grado di fornirci almeno un’idea iniziale del carattere della persona che si presenta a noi, e che sono:

 

§  lo studio del carattere, per evidenziare le principali tipologie a cui fare riferimento;         

 

§  lo studio della comunicazione non verbale, perché anche il corpo parla;

 

§  lo studio del volto, nella funzione di portatore inconsapevole di tratti caratteriali.

 

In questo periodo di preparazione l’obiettivo è quello di iniziare a mettere in pratica ciò che enuncerò per iscritto e di migliorare dunque anche questo aspetto.

 

 

 

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(1)Dante Alighieri, La divina commedia, Umberto Bosco e Giovanni Reggio, Le Monnier, Firenze, 1983, pag. 5.

(2)Margaret Hougt, Abilità di counseling ,Erickson, 1999, pag 8.

(3)Margaret Hougt, Abilità di counseling ,Erickson, 1999, pag 8, 25.

 

DEFINIZIONE DI COMUNICAZIONE

 

La comunicazione è la relazione che intercorre tra due individui che condividono emozioni diverse, simili o uguali vissute nel momento in cui si incontrano.

Comunicare è incontrare qualcuno, costruire relazioni, trasferire informazioni, condividere  emozioni e sentimenti, confrontarsi; non significa solo "mandare messaggi", ma è un atto sociale e reciproco di partecipazione, un atto mediato dall'uso di simboli significativi tra individui e gruppi diversi.(4)

Comunicare significa, dal latino comunico, condividere ed assolve principalmente alle seguenti due funzioni: (5)

 

Comunicazione come trasmissione, passaggio di informazioni:

 

 

Comunicazione come relazione, mettere in comune, comprensione:

 

 Gli elementi fondamentali di ogni processo comunicativo sono:

 

§  l'emittente: è il soggetto (o i soggetti) che comunica il messaggio;

 

§  il ricevente: è il soggetto (o i soggetti) che riceve il messaggio;

 

§  il messaggio: è il contenuto di ciò che si comunica. Può essere una informazione, un dato, una notizia o più semplicemente una sensazione;

 

§  il codice: è il sistema di segni che si usa quando si comunica e senza il quale non avviene la trasmissione del messaggio. Può essere sia una lingua, che un gesto, un grafico, un disegno;

 

§  il canale: può essere inteso sia come il mezzo tecnico esterno al soggetto con cui il messaggio arriva (telefono, fax, posta ecc.) sia come il mezzo sensoriale coinvolto nella comunicazione (principalmente udito e vista);

 

§  la codifica: è l'attività che svolge l'emittente per trasformare idee, concetti e immagini mentali in un messaggio comunicabile attraverso il codice;

 

 

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(4)Prevenire è Possibile, psicologia comunicazione, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag.1.

(5)Università degli studi di Udine, Che cosa è la comunicazione, articolo internet: 

    http://users.uniud.it/melchior/coselacomunicazione.htm

§  la decodifica: è il percorso contrario svolto dal ricevente che trasforma il messaggio da codice in idee, concetti e immagini mentali;

 

§  il feed-back: è l'interscambio che avviene tra ricevente ed emittente quando l'informazione di ritorno permette all'emittente di percepire se il messaggio è stato ricevuto, capito ecc.;

 

§  il contesto o ambiente: è il "luogo", fisico o sociale, dove avviene lo scambio comunicativo,  può incentivare o al contrario disincentivare la comunicazione.

La comunicazione può essere: (6)

Comunicazione verbale: utilizza le parole; è la comunicazione che si attua attraverso uno scambio di atti linguistici tra due o più interlocutori. L’atto linguistico è un messaggio verbale o scritto codificato da un mittente e decodificato da un destinatario attraverso l’uso della lingua, cioè di un sistema condiviso di segni.

Comunicazione non verbale: è una comunicazione extra linguistica che accompagna e sostituisce a volte il parlato. Essa comprende una molteplicità di processi comunicativi che coinvolgono la voce, la mimica facciale, lo sguardo, i gesti, la postura, il contatto e la distanza interpersonale, l’abbigliamento, il trucco e gli oggetti di cui ci circondiamo. La comunicazione non verbale è meno facilmente sottoponibile a "censura" e quindi tradisce gli effettivi sentimenti, stati d'animo, opinioni; infatti, nelle sue diverse manifestazioni, è caratterizzata da meccanismi automatici che implicano una certa dose di inconsapevolezza. E’ tuttavia sempre presente un grado variabile di consapevolezza meta comunicativa: tale consapevolezza è una variabile interiore culturale ed individuale che non può prescindere da alcun tipo di manifestazione comunicativa.

La comunicazione non verbale è ritenuta più spontanea e naturale di quella verbale, più rivelatrice degli stati d’animo dell’individuo, in quanto lascerebbe trapelare in modo inconsapevole le sue intenzioni, anche in contrasto con quanto si sta dicendo. Inoltre rappresenta una sorta di linguaggio del corpo e, in quanto tale, universale, esito dell’evoluzione e regolato da precisi processi meccanici e nervosi. 

Esistono diverse concezioni sull’origine della comunicazione non verbale:

 

§  Concezione innatistica e la teoria neuro-culturale. Fa riferimento alla prospettiva di Darwin secondo cui le espressioni facciali sono il risultato dell’evoluzione della specie umana ed hanno un carattere di universalità. Esse sono “inutili vestigia di abitudini ancestrali”, in quanto i movimenti che all’origine servivano a qualche scopo e che svolgevano una data funzione nelle esperienze emotive (attacco, difesa ecc..) sono stati mantenuti come abitudini che si svolgono in modo automatico anche se non è più necessario. Queste abitudini acquisiscono, di conseguenza, lo status di quelle emozioni e hanno lo scopo di comunicarle agli altri. Tale concezione fu ripresa da alcuni allievi di Darwin fra cui Ekman che ha elaborato la “teoria neuro-culturale” secondo cui esiste un programma nervoso specifico per ogni emozione, in grado di attivare attraverso un insieme di istruzioni l’azione coordinata di determinati muscoli facciali. Tale programma assicura l’invariabilità e l’universalità delle espressioni facciali associate a ciascuna emozione. Rispetto a questo programma i processi cognitivi di valutazione possono intervenire secondo le circostanze e sono in grado di indurre delle interferenze o modificazioni, definite da Ekman “regole di esibizione”.

 

 

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 (6)Anolli L. (a c.di), Psicologia della comunicazione, Mulino, Bologna 2002, pag. 207-212

 

Queste ultime sono culturalmente apprese e possono modificare la trasmissione dell’emozione della comunicazione non verbale attraverso: intensificazione, attenuazione, inibizione o soppressione, mascheramento o simulazione. La prospettiva innatista è quindi una prospettiva biologica che enfatizza la rilevanza determinante dal corredo genetico e dei processi legati all’ereditarietà per spiegare i processi della comunicazione non verbale ed in particolare delle espressioni facciali.

 

§  La prospettiva culturalistica. Secondo questa teoria ciò che il volto mostra è prodotto dalla cultura. La comunicazione non verbale è appresa nel corso dell’infanzia al pari della lingua e presenta variazioni sistematiche da cultura a cultura, dal sistema dei gesti alle espressioni facciali. In questa prospettiva l’enfasi è posta sui processi di differenziazione che portano a forme non verbali uniche ed esclusive.

 

§  La prospettiva dell’interdipendenza fra natura e cultura. Oggi questa prospettiva è diventata la prevalente. Le strutture nervose ed i processi neurofisiologici condivisi in modo universale a livello di specie sono organizzati in configurazioni differenti secondo le culture di appartenenza.

A supporto di queste considerazioni si evidenzia l’importanza della teoria dei gesti nello scenario dell’evoluzione del linguaggio che afferma che l’atto verbale si sia sviluppato dai  gesti che venivano usati per la semplice comunicazione (7).  Due tipi di prove supportano questa teoria:

§  il linguaggio dei gesti e quello vocale dipendono da sistemi neurali simili. Le regioni della corteccia cerebrale che sono responsabili dei movimenti della bocca e di quelli delle mani si trovano a stretto contatto;

  • i primati usano gesti o simboli per una forma primitiva di comunicazione ed alcuni di questi gesti assomigliano a quelli umani come la "posizione di richiesta", con le mani allungate in fuori, che gli esseri umani hanno in comune con gli scimpanzé.

La ricerca ha trovato un considerevole supporto all’idea che il linguaggio verbale e quello dei segni dipendano da strutture neurali simili. E’ stato dimostrato che la stessa regione sinistra del cervello è attiva durante la produzione di una lingua dei segni sia durante l'uso di un linguaggio vocale o scritto.

La questione più importante per la teoria dei gesti è la ragione per cui ci fu un passaggio allo strumento vocale. Ci sono tre possibili spiegazioni:

  • i primi esseri umani cominciarono ad utilizzare sempre più strumenti che tenevano loro le mani occupate senza poterle usare per gesticolare;
  • la gesticolazione richiede che gli individui si debbano vedere tra di loro. Ci sono molte situazioni in cui gli individui hanno bisogno di comunicare senza contatto visivo;  
  • il bisogno di cooperare effettivamente con gli altri per sopravvivere. Un comando dato da un leader di una tribù avrebbe creato un gruppo di lavoro e una risposta più potente e coordinata e che lascia meno spazio ai fraintendimenti; e’ infatti noto che la sintassi degli ordini in ambienti militari è fatto di poche parole chiare e non interpretabili.

 

 

 

 

 

 

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 (7)Da Wikipedia L’enciclopedia libera, L’origine del linguaggio, http://it.wikipedia.org/wiki/Origine_del_linguaggio.

E’ interessante sottolineare che  il messaggio verbale, inviato dall’emittente, viene recepito solo in minima parte dal ricevente; ciò che l’emittente vorrebbe dire, ciò che ha chiaro di dire, ciò che ricorda di dire e ciò che dice, da una parte, e ciò che il ricevente sente, ciò che ascolta, ciò che capisce, ciò che ricorda, dall’altra, porta a questa perdita di significato comunicativo. 

Nell’evento comunicativo il sistema di codifica linguistica interagisce con uno o più sistemi di comunicazione extra linguistica, automaticamente o involontariamente messi in atto, dunque la decodifica del messaggio è un atto interpretativo dei significati verbali e non verbali; alla comunicazione verbale è affidata l’efficacia del significato ed alla comunicazione non verbale è affidata l’efficacia relazionale.

E molto importante sottolineare a questo punto che tutto è comunicazione, la non comunicazione non esiste(8). Il non voler esprimersi è in realtà comunicazione; l’attività o l’inattività, le parole o il silenzio hanno tutte un valore di messaggio: influenzano gli altri e gli altri, a loro volta, non possono non rispondere a queste comunicazioni ed in tal modo comunicano anche loro. Da ciò si capisce quanto è importante saper decodificare i segnali che non rientrano nella comunicazione verbale.  

Gli esseri umani utilizzano ancora i gesti manuali e facciali quando parlano, specialmente quando le persone che comunicano non usano la stessa lingua. Basti pensare alla barzelletta che dice “Come si fa a far star zitto un italiano?....Basta fermargli le mani”

In sintesi: il solo parlare rappresenta una parte della comunicazione, ci sono poi tutta una serie di comportamenti che ne completano, cambiano, specificano, modellano, migliorano il significato. E’ mia intenzione , nel corso della tesi, cercare di trovare quelli che oltre ad essere importanti per la comunicazione possono anche essere rilevanti nel dare una qualsiasi possibile indicazione  sul tipo di persona che li utilizza e dunque rivelatrici del suo carattere.

 

I CANALI NON VERBALI DELLA COMUNICAZIONE

Abbiamo definito che il processo comunicativo è osservabile attraverso i segnali verbali e non verbali che gli interlocutori scambiano fra di loro.

I segnali verbali e non verbali esprimo il repertorio di comportamenti comunicativi, a disposizione di ciascuno, che si è formato negli anni durante le evoluzioni delle varie culture di appartenenza. Così come le note musicali si prestano a creare un’ infinità di insiemi possibili, anche i segnali verbali e non verbali possono essere organizzati in sistemi di segnalazioni che esprimono i vari modelli comportamentali, propri di ogni cultura.

I segnali verbali e non verbali, come le note musicali, acquistano senso non per loro stessi, ma per il rapporto che tra loro si crea ed è sull’insieme di questi rapporti che si può fare una interpretazione, un singolo segno da solo non è rivelatore.

Se il linguaggio verbale è il veicolo privilegiato del pensiero, il linguaggio non verbale lo è del corpo ed ha come sorgente le emozioni.(9)

Come sopra citato, secondo alcuni studiosi la comunicazione non verbale è innata nell’individuo, secondo altri essa deriva invece dall’ambiente. Attualmente la teoria dominante è una via di mezzo, perché si ritiene che alla comunicazione non verbale siano legati sia fattori genetici che fattori culturali. 

L’abbondanza delle diverse osservazioni ed esperienze ha portato all’individuazione di molti segnali e successivamente a vari tipi di classificazioni.

 

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(8)P.Watzlawick, J.Helmick Beavin, Don D.Jackson, Pragmatica della comunicazione Umana, Astrolabio, Roma 1997,  

   pag.  40 – 43.

(9)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 21-22.

I canali non verbali sono classificabili principalmente in 6 sistemi: (10)

 

Il sistema prossemico             la distanza

Il sistema cinesico                  i movimenti

Il sistema aptico                     il contatto fisico

Il sistema paralinguistico        la voce e le sue caratteristiche

Il sistema cronemico              il tempo della comunicazione

Il sistema vestemico               abbigliamento, trucco, oggetti di cui ci circondiamo

 

Sistema prossemico

E’ il sistema di percezione, organizzazione ed uso dello spazio e della distanza interpersonale.

Nella mutua regolazione della distanza spaziale tra gli interlocutori si individuano delle zone in base al tipo di relazione interpersonale: zona intima, zona personale, zona sociale, zona pubblica.

Il rispetto o il venir meno della distanza spaziale assume pertanto importanti significati a livello comunicativo.

 

Sistema cinesico

E’ la gamma dei movimenti del corpo, del volto e degli occhi e sono: mimica facciale, sguardo, sorriso, la postura del corpo, gesti.

I movimenti del volto costituiscono un sistema privilegiato di segnalazioni di situazioni cognitive, emotive ed interattive. Le ricerche sui muscoli facciali hanno messo in evidenza un flusso continuativo di informazioni nervose in condizioni emotivamente e cognitivamente attivate (basti pensare che si sono identificate oltre 7000 espressioni facciali diverse).

Il sorriso è uno dei segnali fondamentali della specie umana: gli studi ne classificano ben 19 configurazioni diverse, legate alla manifestazione volontaria o involontaria delle emozioni, così, come lo sguardo, permette l’instaurarsi di qualsiasi tipo di rapporto interpersonale positivo o negativo, ed ha  la funzione di feedback sulla situazione relazionale in atto.

I gesti, infine, sono parte integrante del discorso: esiste una continuità funzionale tra gesto e parola in quanto i gesti integrano e specificano il significato trasmesso dal linguaggio.

      

Sistema aptico

Si verifica con il contatto fisico tra i soggetti coinvolti nella comunicazione e definisce inequivocabilmente il loro grado intimità. E’ dunque il sistema di contatto corporeo cioè l’insieme delle azioni di contatto che possono intervenire tra gli interlocutori in un atto comunicativo ( mano sulla spalla, schiaffetto, carezza).

 

Sistema paralinguistico

Riguarda tutti gli aspetti paralinguistici del parlare e dunque: intonazione, intensità, ritmo, tono, velocità, altezza, sono definite come “unità prosodiche” della catena parlata nel suo insieme e determinano l’andamento e la dinamica del flusso fonatorio. Tali componenti sono quelli che consentono il riconoscimento di una voce familiare, una voce sconosciuta, giovane o anziana, un tono arrabbiato o un tono benevolo (una stessa frase può quindi dare diversi effetti a seconda degli elementi paralinguistici utilizzati, inoltre un sistema paralinguistico può essere caratterizzante di una persona).  

 

 

 

 

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 (10)Anolli L. (a c.di), Psicologia della comunicazione, Mulino, Bologna 2002, pag 207-241.

     Articolo internet, la comunicazione non verbale,

     http://www.studiamo.it/dispense/varie/comunicazione-non-verbale.php

Sistema cronemico

È il modo di concepire ed organizzare il tempo soggettivo della discussione; nel discorso le pause, il ritmo, l’alternanza dei turni tra chi parla e chi ascolta, rispecchiano il tempo soggettivo della conversazione e ci possono dire molto della persona che abbiamo di fronte. E’ dunque il sistema di percezione, organizzazione e uso del tempo della comunicazione da parte della singola persona, che dipende, a sua volta, dal suo specifico ritmo personale, fisiologico e psicologico. 

 

Sistema vestemico

E’ il sistema semantico dell’apparenza fisica in relazione all’abbigliamento ed agli ornamenti.

Tale sistema concorre alla creazione dell’immagine di sé in funzione dei rapporti interpersonali, da quelli intimi a quelli pubblici. Nella comunicazione parte dell’efficacia relazionale è affidata alla vestemica (molta importanza riveste in relazioni di dominanza e di persuasione).

 

Ci sono però altre classificazione importanti da tenere in considerazione che sono da ricercare nella struttura e superficie della persona che incontriamo e sono:

 

Persistenza

La persistenza(11) riguarda la lettura del corpo statico, e cioè la forma che ogni parte del corpo ha, tenendo presente che l’attribuzione fatta risale al momento della nostra vita in cui una data forma raggiunge il massimo delle sue possibilità e dunque tale rimane. Questo vuol dire che qualunque attribuzione si faccia risale “a quel momento” sia collegata a situazioni passate e quindi datate.

Se gli studi su quella parte della fisiognomica, che si basa su elementi anatomici fissi ed indipendenti dalla volontà, consentono di leggere gli stati d’animo prolungati, è evidente che lo stato d’animo a cui si è adeguato il corpo attraverso quella forma non è più attuale anche se indicativo di probabili tratti caratteriali: questo anche perché, nel provare uno stato d’animo, l’uomo adatta il corpo ad esso e un prolungato stato d’animo fissa nel corpo la corrispettiva espressione.

Per esempio: se per un attimo le sopracciglia si abbassano, lo sguardo diventa duro, le labbra diventano compresse, la bocca diventa squadrata, possiamo leggere che una persona prova rabbia, ma se questi elementi persistono nel senso che la bocca non si atteggia mai ad un sorriso, lo sguardo non è mai dolce e accogliente, attribuiremo a questo stato d’animo la rabbia, ma provata in passato, risalente a quel momento in cui il prolungarsi di quello stato d’animo si è fissato attraverso quella espressione.

 

Inerzia

Questa attenzione riguarda la lettura del corpo in relazione e cioè dei segnali non verbali che emette e riceve. I segnali, pur corrispondenti a stati d’animo del qui ed ora, possono essere emessi per inerzia e cioè per abitudini non consapevoli acquisite nella cultura d’appartenenza, oppure possono essere stati stimolati inconsapevolmente da evocazioni riguardanti esperienze passate. 

 

Contesto   

Il contesto(12) riguarda l’influenza dell’ambiente, dell’educazione, delle esperienze, che hanno contribuito ad uno sviluppo non armonico del soggetto. Difficilmente si può cogliere immediatamente il contesto perché deriva dalla narrazione di sé del soggetto; possiamo invece prestare attenzione ai simboli che l’individuo porta con sé e ad alcuni atteggiamenti non verbali che utilizza tipo la prossemica e la postura.

 

 

 

 

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 (11)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 25.

(12)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 26.

La struttura-superficie del corpo è fondamentalmente costituita dall’aspetto esteriore che possiamo osservare, elemento centrale della cosiddetta prima impressione che si ha quando incontriamo una persona: altezza, volume, angoli e curve, colori, pelle, vestiti, calore, odore e sapore.

ll viso probabilmente è uno dei più importanti fattori che determinano il formarsi della prima impressione: non si sa se questa prima impressione sia realmente più importante di quelle successive, ma uno dei pregiudizi della nostra cultura è quello di credere che sia così. Le prime impressioni, i primi approcci, le prime interazioni vengono considerate più importanti di quelle successive; sicuramente hanno un certo valore, nel senso che orientano le interazioni seguenti.(13)

 

Vorrei introdurre un breve studio sul carattere partendo dalle costituzioni fisiche avvalendomi, oltre all’aiuto di classificazioni  scientifiche attendibili, anche di strumenti di analisi e comprensione dell’uomo che sono verificabili nelle relazioni, ad esempio la fisiognomica, intesa come pseudoscienza che studia i significati morfologici correlati ai tratti di personalità dell’individuo nella sua movenza statica e strutturale  (ciò che si ripete). E’ doveroso precisare che le costituzioni fisiche sono elementi diagnostici legati all’analisi di personalità e non al modo di comunicare perché ciò che  è connesso alla comunicazione e all’espressività della persona sono il volto, la postura del corpo e la prossemica, analizzati più avanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 (13)Berry, D.S. (1988). The visual perception of people. Journal for the Theory of Social Behaviour, 18, n. 3, 345-354.

2 – LO STUDIO DEL CARATTERE

 

MODELLO  “PREPOS”  “Prevenire è Possibile”

 

Per riuscire a dare un senso pratico ed incisivo alla mia tesi, mi sembra opportuno a questo punto introdurre una spiegazione esauriente dei tipi di personalità a cui la scuola di counseling dove mi sono formata fa riferimento, in modo tale che successivamente ogni nuovo elemento introdotto e preso in considerazione possa venire confrontato per intercettare caratteristiche simili o comunque utili a tracciare una linea generica d’identificazione caratteriale da verificare e da utilizzare come base di partenza per l’avvio di una possibile relazione d’aiuto.

 

Il modello dell’artigianato educativo si basa sull’identificazione di  sette tipologie caratteriali o idealtipi  formatisi dall’utilizzo ricorrente di emozioni di base corrispondenti.

Le emozioni di base selezionate sono le seguenti: paura, rabbia, distacco, piacere, quiete, vergogna, attaccamento.

Interessante è notare la corrispondenza con i sette vizi capitali che sono: avarizia, ira, superbia, lussuria, accidia, invidia, gola.

Lo scopo è quello di identificare i valori su qui far leva per uscire dai copioni di comportamento, in modo da trasformare le emozioni ricorrenti che formano un copione in sentimenti stabili e complessi;  questo perché un’emozione di base è anche portatrice di valori e cioè non esiste solo come eccezione negativa, bensì, se adeguatamente stimolata, porta sviluppo e stabilità alla persona. Ad esempio la paura può essere trasformata in responsabilità, la rabbia in impegno, il distacco in libertà, il piacere in generosità, la quiete in calma, la vergogna in umiltà e sensibilità, l’attaccamento in affettività e fedeltà. 

 

Le sette emozioni di base (14) prescelte corrispondo alle emozioni che un bambino sperimenta nel primo anno di vita; esse dipendono essenzialmente dalla capacità affettiva della madre nel dare una adeguata risposta alla sequenza interattiva della domanda di relazione e di emozione che il proprio figlio richiede (madre – bambino e bambino – madre). Se la madre non è in grado di soddisfare  una sola delle emozioni  in esame, quell’ultima sarà destinata a manifestarsi in seguito come area problematica da sviluppare in un copione che si ripete.

 

Paura

La paura deriva dall’aver provato dolore. Il primo dolore che un bambino prova è quello intestinale, la perdita delle feci e la sensazione di vulnerabilità che ne deriva determinano la formazione della paura.

E’ la paura innescata dalla percezione di un pericolo che ha in sé la possibilità potenziale di nuocere. Si avvia così una modalità comportamentale di attenzione, di stato di allerta, di controllo sull’esterno, di valutazione del pericolo per decidere come muoversi, di studio delle distanze relazionali e di calcolo.   

 

Rabbia

È il processo di caricamento di energie interne per esprimere il risentimento di non aver esaudito un bisogno (necessità di attenzione affettiva o di nutrimento).

L’attivazione  bioenergetica derivante dalla carica interiore di motivazione si esprime nella rabbia ed in comportamenti aggressivi dove tale carica non riesce ad esprimersi ed a raggiungere un obiettivo cioè dove non riesce a trasformarsi in azione.  

 

 

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(14)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 49-55.

Distacco

E’ il riconoscimento della distanza tra sé e l’altro: accorgersi per esempio che qualcosa non c’è più,  la sorpresa dello sbattere di una porta. Si può manifestare anche come trasalimento, sorpresa, intuizione o disgusto; infatti la sorpresa e l’intuizione sono emozioni che scaturiscono dal distanziamento, movimento che permette di cogliere la verità della realtà attraverso appunto la distanza.

 

Piacere 

Il piacere è inteso come desiderio di piacere e tensione al piacere: è la sensazione del bambino che si sente tutt’uno con la madre, questa assoluta fusionalità con l’altro. Si esprime nel sorriso, nella gioia, nell’esultanza e nel giubilo del bambino.

Il piacere si trova nelle qualità delle cose che danno piacere e nella loro condivisione, sono dunque tutte quelle tensioni atte ad avvicinarsi od ad allontanarsi dal piacere che creano il desiderio di provare piacere.

 

Quiete

E’ l’assenza di emozioni percepite che diventa movimento teso a spegnere tutto ciò che disturba la quiete; è da considerarsi un processo attivo che cerca lo spegnimento allo scopo di non sentire emozioni come la paura, la rabbia, il distacco; la quiete è la rinuncia della tensione al piacere attraverso la rassegnazione e lo spegnimento delle emozioni arrivando ad una triste accettazione.

 

Vergogna

E’ connessa con la sensazione di essere “gettato nel mondo”; è la disposizione a percepire questo incontro con molta sensibilità; questo implica una forte esposizione da cui si sente la necessità di ritirarsi,  nascondersi, scomparire e fuggire. Si configura come un movimento di ritiro, di ripiegamento su se stessi di fronte al dolore, un assorbimento del dolore all’interno di se stessi. 

 

Attaccamento

E’ la prima e più semplice forma di affettività, quando il bambino si sente riconosciuto ed amato nel momento in cui allatta dal seno, sente il sapore della madre che lo riporta ai nove mesi di gestazione: l’attenzione che percepisce è “voglia di essere oggetto di attenzione” dunque bisogno di attenzione e di nutrimento.

L’attaccamento è dunque il bisogno di avere qualcuno accanto per colmare il proprio bisogno affettivo, per essere preso in considerazione e riconosciuto e per superare quella sensazione di solitudine e di separatezza che lo caratterizza.

 

I sistemi attraverso cui l’organismo prende atto dei segnali interni ed esterni, che altro non sono che le emozioni, si chiamano controlli valutativi degli stimoli(15) (CVS) e sono: controlli circa le novità dello stimolo, controlli sulla piacevolezza dello stimolo, controlli sull’attivazione di risposta allo stimolo. Quest’ultimo è quello che maggiormente ci interessa in questa analisi  perché ci permette di identificare  il temperamento di un individuo cioè le sue caratteristiche in termini di suscettibilità allo stimolo emotivo, la sua forza abituale, la velocità della risposta, il suo stato d’animo prevalente ed i suoi minimi cambiamenti in quanto anche dipendenti da una origine ereditaria. La risposta allo stimolo, dunque, ci permette di poter distinguere temperamenti più disponibili a vissuti emotivi carichi di attività e di energia (fasi toniche di risposta), altri più inclini alla sensibilità (onde fasiche, arousal) ed altri ancora più dotati di controllo, autocontrollo ed inibizione.

 

 

 

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(15)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 44.

Attivazione, arousal e controllo sono modi di risposta allo stimolo che diversamente bilanciati in ogni temperamento dispongono verso certe emozioni e sensazioni, piuttosto che verso altre.   

Aurosal sono le sensazioni secondarie che un individuo percepisce, sono quei riflessi corporei che precedono ed accompagnano l’emozione vera e propria, per esempio: il battito del cuore, il cuore in gola, la sensazione di un pugno nello stomaco, il sussulto.

Premesso che ogni persona utilizza tutte le emozioni anche se in modi e quantità differenti, si è attribuito, ad ogni emozione di base descritta, un tipo ideale che finalmente possiamo rivelare:      

 

 

Paura              --->      controllo puro                                                AVARO        

Rabbia             --->      attivazione pura                                             RUMINANTE

Distacco          --->      attivazione + controllo                                   DELIRANTE

Piacere                        --->      arousal puro                                                   SBALLONE

Quiete             --->      bassi arousal + attivazione + controllo          APATICO

Vergogna        --->      arousal + controllo                                         INVISIBILE

Attaccamento             --->      arousal + attivazione                                      ADESIVO    

                                                                        

Avaro

Con il termine avaro(16) si identifica una persona che si è costruita difese atte a proteggersi dall’esterno in modo che nulla possa penetrare ferendola. In questo modo cerca di respingere, controllare e gestire la paura che deriva dall’aver provato dolore che  non può essere cancellato ma gestito e trasformato in modo che non possa più fare male.

L’avaro è un conservatore e tende a non cambiare i suoi comportamenti. E chiuso in se stesso per controllare ogni fonte di pericolo, per fare questo dispone di una grande lucidità mentale e determinazione, ma è un atteggiamento che porta sempre a più controllo per difendersi anche dalle incertezze e dubbi, un atteggiamento che porta al logoramento interiore e può diventare inquietudine, ansia, insicurezza, tensione, agitazione, irrigidimento, pregiudizio, diffidenza, stress, ossessione, mania.

Se questa emozione invece si evolve, si trasforma in cura, controllo, responsabilità, affidabilità, coerenza, metodo, autocontrollo, organizzazione, equilibrio, saggezza, stabilità.

L’avaro si presenta come una persona ordinata e precisa con molta cura di se, il suo modo di vestire sarà molto curato e preciso, tutto sarà scelto con cura ed attenzione e sarà estremamente impeccabile ed adatto all’occasione, ben pettinato. Nel caso fosse donna presterà molta attenzione al trucco e all’utilizzo degli accessori. La sua postura sarà  ben dritta e ferma ed il suo modo di muoversi nello spazio sarà circospetto ed attento e tenderà a mantenere una certa distanza dagli altri e dalle cose.

 

Ruminante   

Con il termine ruminante(17) si identifica una persona che continua a caricarsi interiormente facendo crescere sempre maggiore energia dentro di se utile per il raggiungimento degli obiettivi. Questa carica si trasforma in rabbia quando ci sono degli ostacoli che non si riescono a superare e che impediscono di raggiungere lo scopo: in questo caso possono apparire comportamenti di sdegno, reattività, irritazione, collera, rabbia, ira, violenza, aggressività.

Se l’emozione della rabbia si evolve in senso positivo, tutta la carica energetica si indirizza verso impegni costruttivi, questa persona diventa un trascinatore perché grande è la motivazione che trasmette e grandi i valori di impegno e giustizia, entusiasmo, determinazione e tenacia.

 

 

 

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(16)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 62-67.

(17)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 69-73.

Il ruminante si presenta come  una persona molto energica ed attiva, non riesce stare fermo, deve trovare sempre qualche cosa da fare: stare fermi è per lui tempo perso. Si riconosce per la sua capacità di accendersi e di rimanere acceso, utilizza sovente movimenti  repentini e bruschi, è impulsivo e di conseguenza appare impaziente e frettoloso. Il suo aspetto e la sua postura non appariranno controllati come quelli dell’avaro e grande sarà l’energia e la sensazione di movimento che porterà con sé. La postura apparirà meno rigida e lo spazio fra sé, gli altri e le cose meno distante, l’abbigliamento molto più pratico ed informale. 

 

Delirante           

Il delirante(18)  vive dei suoi pensieri e delle loro connessioni da cui trae un’immensa soddisfazione. E’ una persona che non si capisce facilmente, è molto mentale a scapito di praticità e concretezza. Risulta anche molto presuntuoso in forza della sua pronta intelligenza e della capacità di vedere e comprendere: egli infatti è in grado di prendere le distanze dalle cose e di vederle nella giusta prospettiva anche se poi difetta nell’analisi dei particolari. Inoltre la superiorità che lui percepisce lo porta ad una solitudine in quanto ha paura di non essere capito ed a volte appare confuso ed insicuro.    

L’emozione del distacco se sviluppata in positivo porta con sé libertà e creatività, infatti il delirante è una persona molto creativa, ingegnosa ed intuitiva.

Si presenta come una persona “con la testa sulle nuvole”, sempre immersa nei suoi pensieri. I suoi ragionamenti appaiono illogici a volte, difficile è capirli, sovente salta delle parole anche chiave probabilmente perché per lui sono scontate e logiche. Il suo modo di vestire non sarà curato e preciso, quello che indossa non lo rappresenta, sono invece i ragionamenti la parte più importante ed interessante per lui, appare anche disordinato e maldestro in quanto non è una persona pratica. 

 

Sballone

Lo sballone(19) è quella persona capace di lasciarsi andare ai piaceri della vita, egli è molto attratto verso il piacere che sa anche gustare molto bene, cerca di gustarsi al massimo tutto ciò che la vita gli può offrire. Appare come una persona senza controllo (infatti meno è il controllo maggiore è il piacere). Superficiale e con poco senso di responsabilità: è una persona molto spontanea, piacevole e divertente.

Al positivo l’emozione del piacere si trasforma prima di tutto in generosità. Sicuramente lo sballone è una persona che sa generosamente regalare emozioni, che sa coinvolgere e divertire e che ti riempie la vita con gusto.

Questa persona si presenta in modo molto colorato in tutto ciò che lo rappresenta, parole gesti e movimenti. Tutto sarà esagerato, grande è il piacere che trae nel farsi ammirare, si vestirà dunque in modo che venga notato e con gusto. La sua postura sarà elegante e ricercata  e la distanza fra sé e gli altri sarà ravvicinata vista la mancanza di controllo e la sua generosità.

 

Apatico

L’apatico(20) è una persona che appare senza sostanza e senza forma, è inattivo, senza motivazioni e desideri. Raramente esprime giudizi di sorta neanche quando sollecitato, tende in queste occasioni a rimanere sul vago. Sembra tranquillo, umile, in realtà è una persona rigida che si ostina a non rispondere ai richiami, cerca di diventare insensibile agli stimoli ed alle sensazioni per non doversi coinvolgere, diventa pigro nel suo dolce far niente.

 

 

 

 

 

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(18)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 76-82.

(19)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 86-90.

(20)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 92-97.

L’apatico se riesce ad evolvere diventa portatore di calma e di pace, di quiete e rilassamento. Il suo rapporto con il mondo diventa ottimista ed amorevole, è la persona saggia che sa mediare nelle situazioni e riportare la pace.

Si presenta come una persona spenta e superficiale, senza grande entusiasmo ed energia, come indifferente. Il suo abbigliamento sarà conforme alle occasioni, la cura sarà essenziale e ridotta al minimo impegno possibile. La postura sarà molle e sgonfia priva di energia e tenderà a mantenere le giuste distante per paura di essere coinvolto in qualche attività.

 

Invisibile

L’invisibile(21) è una persona che non ha stima di sé e prova una grande sfiducia in sé stesso. Non si sente mai all’altezza e pensa che gli altri siano sempre migliori di lei, si sente inferiore, inadeguata, incapace e costantemente in imbarazzo, ed alla fine crede pure di meritarselo. Appare come una persona chiusa ed insicura, attenta a non far vedere nulla di sé per paura di essere giudicata e scoperta; per questo motivo tende a ritirarsi dalle relazioni subendo una solitudine che non ama. Può diventare invidiosa e gelosa dei successi altrui e per difesa può diventare falsa ed istigatrice.

La vergogna può trasformarsi in umiltà e sensibilità. L’invisibile ha una grande capacità di percepire i vissuti altrui e la può utilizzare nell’aiutare gli altri, la sua sensibilità si può quindi aprire verso l’esterno, con la sua mira e la sua praticità può intervenire nel modo e nel momento giusto per sollevare una sofferenza o dare aiuto. Grande è la sua capacità di ascolto e di osservazione, che utilizza anche senza essere visto e con grande umiltà riesce a riutilizzarla in modo utile.

L’invisibile tendenzialmente non appare, non si fa vedere, non cura molto il suo aspetto fisico cercando in questo atteggiamento di passare inosservato. Il suo modo di vestire sarà sobrio, poco colorato ed  impersonale senza nulla di particolare che lo possa identificare. La sua postura sarà abbastanza rigida e ricurva per la sofferenza che porta con sé e cercherà di mantenere una certa distanza fra sé e gli altri  per la paura di risultare inadeguato e di essere giudicato.  

 

Adesivo

L’adesivo(22) è una persona che è sempre alla ricerca di riempire il suo bisogno di affetto. La forma più nota di questo atteggiamento sono i problemi di alimentazione che si manifestano nella ricerca di cibo in sostituzione della mancanza di affetto che non riesce a colmare. E’ comunque una persona che tende a richiamare l’attenzione degli altri su di sé, a mettersi in mostra. E’ dipendente e non riescono a stare sola, è capace di dare molto ma pretende altrettanto in cambio. Il suo bisogno di affetto si nota anche nel circondarsi di oggetti  (tipo pupazzi, fotografie).

L’adesivo è un buon amico perché ha bisogno di amici, diventa a tale scopo servizievole e sottomesso, tende ad imitare le persone che gli stanno vicino. 

Al positivo questo attaccamento può diventare affettività positiva e fedeltà. Quando il suo bisogno d’affetto viene saziato l’adesivo diventerà una persona affettuosa, sensibile, affezionata, premurosa e fedele. E’ una persona che ha grandi capacità di creare gruppi e relazioni, è sempre presente e sa consolare.

Questo tipo di persona si fa notare, senti la sua presenza perché è in definitiva una richiesta d’affetto. Tenderà ad eccedere nel vestire e lo farà con calore e colore, potrebbe anche portare con se qualche oggetto che ha per lui un particolare valore affettivo. La postura sarà rigida e le distanze ridotte perché sempre proteso nel dare e nel cercare.

 

 

 

 

 

 

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 (21)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 86-90.

(22)Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 92-97.

 

DAGLI ANTICHI AD OGGI

 

Secondo l’antica medicina greca, poi estesa al mondo romano e all’Occidente fino al Medioevo (Da Ippocrate a Galeno), il corpo umano è la sede di quattro umori vitali:(23) il sangue, la bile nera, la bile gialla ed il flegma (l’umore freddo proveniente dal cervello). L’esistenza dei vari tipi umani si spiegava con la diversa mescolanza di questi quattro elementi. Secondo la prevalenza di uno di essi, si potevano avere i seguenti temperamenti:

il sanguigno, in cui l’umore dominante era il sangue;

il collerico, in cui predominava la bile gialla;

il malinconico, in cui predominava la bile nera;

il flemmatico, in cui l’umore fondamentale era il flegma.

Nel dettaglio:

 

Il sanguigno: si riconosce una persona dal temperamento sanguigno  perché è vivace, attiva, allegra e con voglia di vivere. Cammina in modo disinvolto, i suoi muscoli sono sciolti. Il suo modo di parlare è vivace e caldo, lo sguardo è aperto. Frivolo per natura è esuberante, coraggioso ed anche risoluto.

 

Il collerico: è una persona brusca, energica, irritabile, che non apprezza tutto ciò che è delicato e sensibile. Anche il suo portamento è energico ed i muscoli sono molto tirati, il viso è teso, lo sguardo piuttosto fisso e le labbra sono chiuse. Il suo modo di parlare è veloce, sintetico ed il tono di voce è generalmente alto. E’ una persona che privilegia il movimento ai sentimenti. Il collerico è d’umore litigioso, si fa facilmente vincere dall’ira, è spesso scontento di se stesso e degli altri, è nervoso ed irritabile.

 

Il malinconico: Il malinconico, al contrario, preferisce talmente restare immerso nei sentimenti, da reprimere quasi completamente il movimento. E’ un sofisticato, un sognatore pensieroso che non trova gioia nella vita e che quindi tende a cercare la solitudine. Il suo camminare è lento e trascinato, così come è monotono il suo modo di parlare. I muscoli non hanno tensione come la pelle del volto non ha colore, la bocca è costantemente atteggiata in una smorfia amara e lo sguardo è triste.

 

Il flemmatico: Come il malinconico, anche una persona dal temperamento flemmatico è lenta, pesante e sovente maldestra, ma si differenzia per la sua passività. Il suo sguardo è senza espressione ed il suo modo di parlare è lento ed incerto. La persona è lenta sia negli affetti che nei movimenti: potremmo dire che è calma ed indifferente, è quindi difficile smuoverla o farle prendere delle decisioni, senza che prima ci abbia pensato a lungo.

 

Un aspetto interessante da evidenziare è che gli antichi avevano anche studiato che cosa accade se si forma una coppia di persone dello stesso temperamento; avevano concluso che essendo molto simili, avrebbero finito inconsciamente col respingersi ed una vera e propria attrazione non ci sarebbe mai stata.

In questo senso la coppia ideale è quella nella quale agiscono un’alternanza di temperamenti, così, quando in uno dei due entra in azione un temperamento attivo, la passività dell’altro può neutralizzarlo.

 

 

 

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 (23)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag.55-58.

     Salus Mater Accademia Internazionale di Studi Olistici, L'analisi costituzionale come studio della individualità

     Umana, http://www.salusmater.org/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=21&Itemid=16

In tempi molto più moderni, si  arrivò a definire quattro temperamenti: linfatico, sanguigno, nervoso, bilioso. 

In questa suddivisione, rimanendo inalterati bilioso (collerico) e sanguigno, il linfatico si sostituiva al flemmatico e il nervoso al melanconico.

Périot e Sheldon(24), riprendendo i concetti temperamentali ippocratici, li arricchirono di nuovi contenuti associandovi le funzioni base dell’essere umano: nutrizione, riproduzione, reattività e recettività. Tutte le funzioni sono presenti in ogni individuo, ma, proprio come accade per i temperamenti, una di esse tenderà ad essere prevalente e sarà quella che si associa al temperamento ippocratico che prevale in quel determinato soggetto secondo lo schema seguente nel quale si uniscono temperamenti e funzioni.(25)

 

Sanguigno in cui prevale la funzione riproduttiva. In questa tipologia riscontriamo motricità potente, intensa e continua, derivante da impulso endogeno a fare ed affrontare. Tale motricità diventa anche rapida, dinamica e impulsiva (dinamismo ed espansione) con accentuata rapidità di riflessi quando al fattore sanguigno si aggiunge una buona presenza di nervoso.

 

Bilioso in cui prevale la funzione reattiva. In questa tipologia riscontriamo motricità forte e intensa, ma contenuta e misurata. Attività riflessa, coordinata e costante (il Bilioso riflette, programma e organizza sempre l'azione); movimenti forti e decisi, col dominio di sé e delle cose, senza essere impulsivo. Tratta scioltamente le cose solo quando ne é divenuto padrone, perché all'inizio ha bisogno di adattarsi a ciò che é nuovo. Utilizza gesti sobri e misurati, però fermi e decisi (come semplifica le cose, così semplifica i gesti); nell'attività è forte, tenace, regolare e preciso. Non si accontenta mai dei successi immediati, ma tende a guardare sempre in prospettiva perché, riflessivo e ponderato, non ama i cambiamenti . Va in fondo alle cose e lo fa con spirito di sacrificio, per questo offre un alto rendimento professionale.

   

Nervoso in cui prevale la funzione recettiva. Questa tipologia tratta con facilità e destrezza le cose adattandosi subito a maneggiare cose nuove e fare attività diverse e variate. Non sopporta la monotonia; utilizza gesti ampi, rapidi, poco o affatto contenuti. Alto è il bisogno di movimento e di successi immediati (non è il tipo fatto per attività a lunga prospettiva). Se vi si aggiunge un alto livello di fattore nervoso si ha il tipo che, mancando del giusto potere di concentrazione, diventa iperattivo, bisognoso di fare molte cose variando di attività che però porta a termine.

 

Linfatico in cui prevale la funzione nutritiva. In questa tipologia riscontriamo motricità lenta e morbida, spesso monotona e pigra, con lentezza di riflessi, non spreca davvero energie. Si adatta lentamente alle cose e fa fatica a distaccarsi dall'appreso. Sa molto bene maneggiare le cose dopo l'apprendimento, ma come automatizzando i gesti. Si riscontra un’ applicazione continua fedele ed esatta. Tipo adatto per numerare, giustapporre ed eseguire ripetitivamente e anche meccanicamente senza sentirne disagio. Fortemente metodico con gesti e movimenti lenti e delicati, non ampi e rotondi.

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Ippocrate/Galeno

Bilioso

linfatico

Nervoso

sanguigno

Nervoso

Nervoso

linfatico

Linfatico

Linfatico

Bilioso

sanguigno

 

 

 

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 (24) Salus Mater Accademia Internazionale di Studi Olistici, L'analisi costituzionale come studio della individualità

     Umana, http://www.salusmater.org/cms/index.php?option=com_content&task=view&id=21&Itemid=16

     Vincenzo Masini, Dalle emozioni ai sentimenti, Audax, 2001, pag. 61.

(25)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 9-15.

C.G.JUNG

 

Mi sembra doveroso a questo punto spendere due parole sulla psicologia dei tipi di C.G. Jung, (1875-1961) padre fondatore della psicologia analitica.

Secondo Jung, la mente umana lavora contemporaneamente a livello di intenzione cosciente e su base inconscio-istintuale; la parte cosciente di ogni essere umano è caratterizzata da due fattori che sono:

 

§  l’atteggiamento introverso o estroverso;

§  le funzioni che si dividono a loro volta in due coppie: pensiero e sentimento (giudicanti  -razionali) o sensazione ed intuizione (percettive – irrazionali).

 

Atteggiamento

 

Si definisce estroverso l’atteggiamento di chi abbia un rapporto spontaneo con l’oggetto, riesca ad adeguarsi alle circostanze, accetti, conformandosi senza conflitti, i valori dominanti della società.

Si definisce introverso l’atteggiamento di chi conferisce un ruolo preponderante ai valori soggettivi, svalutando la realtà esteriore.

 

In entrambi i casi l’atteggiamento è sempre bilanciato e compensato(27)  da una attività inconscia di segno contrario, in quanto l’atteggiamento generale deve la propria esistenza ad una base inconscia ed istintuale che ha antecedenti biologici.

 

Funzioni

Per quanto riguarda invece le funzioni si definisce:

 

Pensiero – chi si orienta nel mondo usando il pensiero tende a stabilire il significato  logico di un evento o di una cosa;

Sentimento –   chi si fonda sul sentimento giudica il valore positivo o negativo di ciò che si trova dinanzi;

Sensazione –  chi si affida alla sensazione percepisce la realtà, prescindendo dal senso e dal valore di questa;

Intuizione –  chi ricorre all’intuizione coglie, soprattutto inconsciamente, le possibilità latenti di una situazione, senza tenere conto del presente e mirando principalmente agli sviluppi futuri.

 

In ogni persona si può riconoscere una funzione dominante, la più esercitata, e una ausiliaria, meno sviluppata rispetto alla prima, ma più differenziata rispetto alle altre due inferiori, che operano nell’inconscio. In sintesi:

           

 

INTROVERSO       ------------           ESTROVERSO

 

            PENSIERO             ------------           SENTIMENTO          (giudizio)

           

            SENSAZIONE       ------------           INTUIZIONE                       (percezione)

 

 

 

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 (26)C.G.Jung, Tipi psicologici, Newton Compton editori s.r.l, Roma 1993.

 

 

Tipi giudicanti                      Pensiero          --------  Introverso  / Estroverso

                                                Sentimento     --------  Introverso  / Estroverso  

 

Tipi percettivi                       Sensazione      --------  Introverso  / Estroverso

                                                Intuizione       --------  Introverso  / Estroverso                               

 

 

Nell’introduzione(27) del libro “Tipi psicologici” C.Jung scrive:

 

 “Quando noi esaminiamo il corso della vita umana, notiamo che il destino di alcuni è determinato per lo più dagli oggetti dei loro interessi, mentre quello degli altri è determinato in larga misura dal loro essere interiore, dalla loro soggettività. Giacchè noi tutti propendiamo più o meno verso l’una o l’altra caratteristica, abbiamo una tendenza a vedere tutto secondo il nostro tipo.”

 

Secondo C. Jung non si possono classificare gli individui solo in base ad una distinzione generale tra estroversi ed introversi, ma anche secondo ciascuna delle funzioni psicologiche fondamentali. Infatti se gli avvenimenti esterni, come pure la distinzione interiore, causano nell’individuo il predominio dell’estroversione o dell’introversione, essi favoriscono nella stessa misura il predominio di una delle funzioni fondamentali: il pensiero, il sentimento, la sensazione e l’intuizione. Il predominio abituale di una di esse causa l’apparire del tipo corrispondente. Si distingue così: il tipo logico, quello sentimentale, quello sensoriale e quello intuitivo. Ciascuno di essi, inoltre, può essere introverso od estroverso secondo il suo atteggiamento di fronte all’oggetto.

 

 

 

 

 

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Yung

Pensiero

estroverso

Pensiero

introverso

Intuizioni

estroverso

Sensazione estroverso

Sentimento

estroverso

 

Sentimento

Introverso

Sensazione

Introverso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 (27)C.G.Jung, Tipi psicologici, Newton Compton editori s.r.l, Roma 1993, pag. 15-18.

BIOENERGETICA

 

Il corpo parla anche se non si muove. Wilhelm Reich, il padre di tutte le terapie basate sul corpo, diceva: “Ogni tensione muscolare contiene la storia ed il significato della sua origine”(28); la terapia organica di Reich esclude il linguaggio parlato ed invita ad esprimersi biologicamente: racchiude sia l’analisi del carattere che l’attenzione al corpo  e comprende il lavoro analitico sull’apparato psichico e fisico come una cosa unica. I termini che  usa sono “armatura caratteriale” e “armatura muscolare” che dovranno essere sciolte per poter esprimere le emozioni.

Ad ogni frustrazione, ad ogni pulsione repressa dall’infanzia in poi, corrisponde nel corpo un irrigidimento, questi sono i blocchi energetici che con gli anni, quando il bambino diverrà adulto, formeranno la cosiddetta corazza caratteriale: una specie di armatura che limita i nostri sentimenti, la nostra libera espressione. Cresciuta addosso a noi anno dopo anno, la corazza non si lascia eliminare così facilmente, anzi spesso non ci si accorge neppure di averla.

Discepolo di Freud, Reich scoprì che l’energia vitale, da lui  chiamata orgonica, può bloccarsi in alcune parti del corpo che diventano sedi di tensioni e di conflitti emotivi, i quali possono essere responsabili delle nostre malattie. L’inconscio è nello stesso tempo corporeo e psichico: il sintomo fisico è l’espressione immediata dell’inconscio.

La maggior parte degli esseri umani ha un corpo disarmonico con molte zone morte, dove cioè l’energia non fluisce, dove non c’è equilibrio fra carico e scarico di energia vitale. Significa che ci si blocca, ci  si corazza e ci si trattiene diventando sempre più insensibili ai piacere della vita. L’energia di cui parla Reich è presente in ogni parte dell’universo: anche il nostro corpo ne è immerso. Quando l’energia fluisce dentro di noi, il nostro corpo è caldo, pulsante, forte e vitale; quando è bloccata o trattenuta diventa distruttiva e può provocare disfunzioni nel nostro organismo.

A partire dall’infanzia, l’individuo cresce e si sviluppa sia a livello fisico che emotivo, formando un proprio carattere individuale che, a livello psicologico, si struttura in base alle esperienze di vita, nella relazione emotiva con l’ambiente circostante (genitori, famiglia e società). Nel contempo il carattere si struttura a livello fisico, nello sviluppo scheletrico muscolare. Questa unità funzionale psicosomatica è stata analizzata per la prima volta da Reich nei primi decenni del novecento, egli individuò sette segmenti corporei, in cui l’energia ristagna e si blocca:

 

blocco oculare – che impedisce il flusso dell’energia dando al nostro sguardo un’espressione spenda e dubbiosa, diffidente o cinica;

blocco orale – che comprende tutta la muscolatura del mento, della bocca e gola;

blocco cervicale – che coinvolge la bassa muscolatura del collo, dove tendiamo a soffocare il pianto, le grida, la rabbia e l’ira;

blocco toracico – attraverso il quale tratteniamo la respirazione e con essa il flusso delle nostre emozioni;

blocco diaframmatico – che include il diaframma e gli organi sottostanti, è una sorta di valico che divide il corpo in due parti, superiore ed inferiore; esso impedisce il movimento delle energie del corpo verso l’alto, dallo stomaco verso la bocca;

blocco addominale – dove tratteniamo le emozioni più profonde, quelle viscerali; è da queste zone che prorompono il piacere ed il riso più empatico;

blocco pelvico – che si manifesta quando il bacino è contratto e rigido ed impedisce il fluire delle energie sessuali, di solito si accompagna a tutte le più comuni patologie psicosessuali.               

 

 

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 (28)RIZA Istituto di medicina psicosomatica, Dispense corso di Naturopatia, Il massaggio bioenergetico.

     Padrizi F., Riza Scienze, Eros e Bioenergetica, Milano, 1993.

     Padrini F., Riza Scienze, Le corazze emotive, Milano, 1991.

     Padrini F., Riza Scienze, Il corpo rivela chi siamo, Milano, 1995.

Proprio per aiutare chi vuole liberarsi dal peso della corazza muscolare e caratteriale, far fluire l’energia e riconquistare se stesso, Reich prima ed i suoi discepoli dopo, hanno messo a punto quella che A. Lowen chiama “analisi bioenergetica”: essa comprende una classificazione caratteriale riassumibile in sette tipologie.

Ogni tipologia presenta degli ingorghi energetici a diversi livelli del corpo, somatizzati sotto forma di tensioni croniche i cosiddetti “blocchi energetici”.  Vediamole nel dettaglio.

 

Carattere schizoide(29) - Tipologia cerebrale

Il celebrale possiede un senso ridotto della realtà, il suo pensiero tende a dissociarsi dal suo comportamento. La sua muscolatura è contratta e tesa a tenere insieme il corpo per paura che cada a pezzi, l’energia viene trattenuta e non fluisce verso la periferia del corpo ed è bloccata alla base del capo, alle spalle, alle pelvi. Il celebrare non ha contatto con il proprio corpo (che appare dalla mancata connessione fra il capo ed il resto del corpo) e presenta un blocco profondo, un vero e proprio raggelamento delle emozioni. Ciò avviene perché il soggetto, nella prima infanzia, ha avuto l’impressione che il suo diritto di esistere venisse negato; egli ha sviluppato quindi un’ansia particolarmente forte di venire accettato, di essere riconosciuto. Si tratta molto spesso di individui razionali ed intuitivi al tempo stesso molto sensibili e sospettosi.

Il problema del carattere schizoide sta, a livello bioenergetico, nella debolezza del sistema muscolare. Egli ha una grande forza a livello muscolare ma è interrotta alle articolazioni e dunque manca di grazia e coordinamento.

Frequentemente il corpo di questo tipo è magro e contratto, ma in alcuni casi la figura può essere più piena ed atletica; la faccia può assomigliare ad una maschera rigida e lo sguardo poco brillante, se non totalmente assente, risulta vuoto e scarsamente espressivo; l’atteggiamento è di distacco.

La respirazione presenta un disturbo caratteristico: la scarsa inspirazione d’aria.

La sua personalità tende ad essere molto debole e questa debolezza riduce la resistenza agli attacchi esterni e spinge il soggetto ad essere sempre in posizione difensiva.

 

Il carattere orale(30) - La tipologia dipendente

Il tipo dipendente ha paura dell’isolamento e di essere abbandonato, di conseguenza tende ad avere un’inestinguibile sete di considerazione da parte degli altri. Dal punto di vista fisico, questo tipo si presenta magro e muscolarmente poco sviluppato, il suo corpo è generalmente allungato, le sue gambe lunghe e sottili possono dare l’impressione di sostenere a malapena il corpo, l’intera struttura corporea ha la tendenza a curvarsi in avanti per la debolezza del sistema muscolare. Spesso in lui ci sono anche chiari segni di immaturità fisica: un bacino più stretto del normale, scarsità di peluria, il tipico corpo da ragazzino.

Il tipo dipendente non sa reggersi sui propri piedi, sia letteralmente che in senso metaforico; tende ad appoggiarsi agli altri, non sa cavarsela da solo, presenta un bisogno esagerato di contatto con gli altri, da cui richiede calore ed aiuto. Può soffrire di un senso interiore di vuoto, come il bambino che non è stato sufficientemente soddisfatto nel suo bisogno di cibo; questo senso di vuoto equivale alla sensazione di una lunga attesa frustrata che, se espressa, si risolverebbe con un pianto profondo ed una respirazione più ampia.

 

 

 

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(29)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 22.

     Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag. 313 – 332.

     RIZA Istituto di medicina psicosomatica, Dispense corso di Naturopatia, Il massaggio bioenergetico.

(30)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 20.

     Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag.141 – 167.

     RIZA Istituto di medicina psicosomatica, Dispense corso di Naturopatia, Il massaggio bioenergetico.

Il senso di privazione che caratterizza il tipo dipendente può essere dovuto alla mancanza di contatto con una figura materna sufficientemente affettuosa o protettiva, per assenza o per problematiche della stessa madre.

Il carattere orale è una personalità dipendente con disturbi d’umore che potrebbe arrivare anche alla depressione, connessa con la paura del rifiuto, a stadi oscillanti fra esaltazione e depressione. E’ afflitto da vuoto interiore  e sarà impegnato in azione continua per appagare il suo desiderio di parlare e piacere ed il suo bisogno interiore di essere curato.

  

Il carattere masochista(31) - La tipologia sottomessa

Il tipo sottomesso ha un atteggiamento muscolare di rinuncia all’affermazione dei propri diritti e necessità (è stato un bambino profondamente umiliato), la sua tendenza principale è la remissività.

Si tratta di una persona che soffre e si lamenta ma, essendo incapace di cambiare la situazione, rimane remissiva. Se questo è l’aspetto più appariscente, vi sono però anche delle tendenze nascoste a un livello più profondo: alla sottomissione corrispondono dei sentimenti di astio, ostilità e superiorità, ma il sottomesso ha paura di esternare questi sentimenti, la sua collera profonda è così violenta che potrebbe manifestarsi soltanto mediante uno scoppio di aggressività, dagli effetti dirompenti.

Questo è il motivo per cui si costruisce inconsciamente una struttura muscolare potente, atta ad ingabbiare la rabbia e l’aggressività fino a perderne il contatto: affinchè queste non appaiano all’esterno egli deve murarle in se stesso grazie ad una muscolatura super sviluppata, che si organizza in una struttura corporea brevilinea e pesante. Per permettergli di affrontare liberamente la vita, bisogna prima di tutto rimuovere queste emozioni trattenute.

Il tipo sottomesso può svilupparsi in una famiglia che lo ha investito con troppo amore, la figura della madre può essere soffocante e per questo sente di non essere mai stato libero di lasciarsi andare.

L’impressione generale della tipologia sottomessa è quella di un corpo compresso, con collo e testa tozzi e brevi, fusi con le spalle, il tronco è corto e grosso, la parte inferiore del corpo è pesante e soda, presenta un eccessivo sviluppo dei muscoli del polpaccio e dei muscoli frontali della coscia

Il masochista ha un super io molto severo, ha bisogno di trarre piacere dalle situazioni spiacevoli. Il trattamento è molto difficile per la sua sfiducia verso il mondo ma grande ruolo hanno gli occhi e la possibilità di insegnare a vedere.

 

Il carattere psicopatico(32) - La tipologia dominante  

La personalità dominante è caratterizzata da un atteggiamento muscolare atto a respingere la paura del fallimento, tale atteggiamento viene espresso rimanendo cronicamente in ispirazione, con il petto alzato. Ha un marcato spostamento dell’energia nella parte superiore del corpo, con una diminuzione di carica nella parte sottostante che è più stretta, il capo è sovraccarico di energia, gli occhi guardinghi e diffidenti.

Un dominante sente il bisogno di essere superiore a tutti, in tutte le situazioni. L’essenza della sua attitudine è la negazione dei sentimenti e delle emozioni: egli si fonda sull’immagine che egli è in grado di offrire al mondo esterno ed investe in essa una grande quantità di energia.

 

 

 

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(31)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 20.

     Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag.168 – 205.

     RIZA Istituto di medicina psicosomatica, Dispense corso di Naturopatia, Il massaggio bioenergetico.

(32)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 21.

     RIZA Istituto di medicina psicosomatica, Dispense corso di Naturopatia, Il massaggio bioenergetico.

Un altro aspetto essenziale di questo carattere è il bisogno di dominare e controllare, di sentire che gli altri sono in suo potere.

Il dominio sugli altri può essere raggiunto mediante la prepotenza e la sopraffazione o attraverso un processo deduttivo.

Questo tipo mostra generalmente uno sproporzionato sviluppo della parte superiore del corpo, la sua testa è pesante e rigida sul collo, la parte inferiore invece è più magra e debole.

 

Il carattere rigido –  La tipologia rigida

Il tipo rigido(33) sente il bisogno di controllare le proprie emozioni, di non lasciarsi coinvolgere in rapporto con gli altri, infatti nell’infanzia di queste persone si trova spesso l’inibizione a chiedere amore ed ad esprimere l’aggressività. Per questo motivo ha dovuto corazzare il petto e la schiena, fasciandoli in un cilindro di rigidità. Sono i tipi che danno l’impressione di essere tutti d’un pezzo, con la testa sempre in posizione eretta e la schiena dritta, il loro collo è particolarmente duro e hanno il busto pieno e stretto, la struttura corporea ben proporzionata ed armonica. Possono avere anche occhi pieni di luce ed una carnagione dal colorito vivo ed è come se fossero animati da un orgoglio troppo rigido per piegarsi. Il problema di questo carattere è infatti la paura di cadere, di doversi sottomettere e di solito sono tipi ambiziosi ed attivi, vedono nella passività soltanto la possibilità di essere feriti.

La rigidità di questa tipologia può essere una difesa contro la tendenza al masochismo, che si sforza di nascondere.

 

Il carattere isterico(34) –  La tipologia rigida

Rientra nella tipologia rigida ed è prettamente femminile. E’ contraddistinto da scarsa ansietà, da un blocco affettivo più o meno forte ed è incline a sessualizzare qualsiasi rapporto non sessuale. La femmina isterica usa la rigidità per chiudersi in difesa contro la sua stessa sessualità  a causa di conflitti tra le pulsioni sessuali intense e represse e la paura della sessualità stessa.

La base di questa struttura caratteriale si determina per una fissazione nella fase genitale dello sviluppo infantile che viene determinata dal legame incestuoso. Finché essa non viene risolta, l’amore si divide in due emozioni: tenerezza e sensualità che il carattere isterico non riesce a combinare, quanto meno in modo rilevante, in un sentimento unitario verso un’unica persona. 

Una componente del comportamento è un atteggiamento sessuale evidente. E’ accompagnato da un tipo specifico di agilità corporea con una spiccata sfumatura sessuale esplicitato nel modo di camminare, di guardare e di parlare.

Il carattere isterico è determinato da irrigidimenti e ipertensioni genitali che consentono solo la scarica di una modesta quantità di energia; ogni sensibile diminuzione di energia produce angoscia, l’atto isterico è pertanto un fenomeno esplosivo.

L’orgoglio del carattere isterico è inflessibile e determinato perché creato dall’offesa e dalla sofferenza causata da un rifiuto del suo amore a livello genitale. In queste strutture caratteriali si osserva sempre un profondo senso di offesa che si manifesta nella rigidità del collo e nella durezza delle mascelle.

 

 

 

 

 

 

 

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(33)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 21.

     RIZA Istituto di medicina psicosomatica, Dispense corso di Naturopatia, Il massaggio bioenergetico.

(34)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 21.

     Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag. 206 -244, pag. 217, 230,231.

Una struttura caratteriale isterica si può sviluppare in ragazze cresciute senza padre vicino. Altri fattori derivano dall’atteggiamento negativo della sessualità della nostra cultura: frustrazione della masturbazione infantile, restrizione dei giochi sessuali dei bambini, negazione della curiosità sessuale infantile. Crescendo il bambino affronta il fatto che la realtà della vita sociale è in antagonismo con la sua pulsione sessuale; la bambina reagisce a questa situazione come se la frustrazione della pulsione sessuale derivasse dal padre, il rifiuto è sentito come rifiuto d’amore e spiega il profondo senso di offesa ed userà l’orgoglio come resistenza.

Il carattere isterico infine ha paura di cedere all’amore, ha paura di qualsiasi cedimento e questa paura si manifesta nella rigidità delle gambe.

 

Carattere fallico -  narcisista  –  La tipologia rigida

Il carattere fallico narcisista(35) è la variante maschile della forma isterica.

Il problema “genitale” è differente fra maschio o femmina: mentre il disturbo fondamentale causato dalla rigidità colpisce in modo simile le funzioni nei due sessi (blocco affettivo più o meno forte), il modello manifesto di comportamento è diverso a seconda del sesso.

L’uomo di questo tipo si presenta sicuro di sé, a volte arrogante, elastico, vigoroso, a volte imponente. Agisce come se fosse sessualmente molto potente, ma il suo soddisfacimento non è mai completo e lascia posto alla mancata soddisfazione che ricercherà continuamente in altri rapporti. E’ caratterizzato dalla sua pulsione cioè dalla sua aggressività che è esagerata per compensare una sua debolezza costituzionale che è la paura del fallimento o della perdita.

Poiché la rigidità rappresenta la repressione dell’espressione emozionale, questi individui sono caratterizzati da un blocco affettivo, la loro vita affettiva è congelata nella struttura.

Il maschio fallico si identifica con il padre e nella sua autorità che rappresentava la forza più frustrante nella fase genitale dello sviluppo del bambino e la paura inconscia della punizione per l’attività genitale è la chiave della nevrosi.

 

Il carattere passivo femminile –  La tipologia rigida

Il maschio passivo femminile(36) è un individuo in cui sono così evidenti certi tratti femminili che essi determinano un aspetto della personalità. La più importante caratteristica fisica è la voce dolce ed effemminata (priva di risonanze profonde ed aspre), l’espressione del volto tende anch’essa ad essere dolce e plastica, i movimenti non sono mai bruschi o arroganti, la corporatura può essere arrotondata, con spalle piuttosto strette, o ampie con fianchi stretti, le mani sono morbide e deboli.

Nel maschio passivo femminile esistono gravi tensioni nei muscoli profondi, mentre quelli superficiali sono relativamente morbidi, ciò spiega i movimenti aggraziati di questi uomini.

Lo sviluppo di una struttura di questo genere è determinato dalla privazione orale in tenera età e dalla successiva frustrazione genitale che paralizza l’aggressività, che a sua volta interferisce con il normale sviluppo della muscolatura maschile a meno che non si tratti di un fenomeno secondario e compensatorio. Ci sono dunque due fattori che giustificano le tendenze femminili: il fallimento del normale sviluppo maschile a cui si sovrappone una successiva identificazione con la donna. In superficie il conflitto si accentra attorno all’atteggiamento verso la donna. Dal disturbo orale deriva un profondo bisogno di contatto, e questo si pone in conflitto col desiderio di scarica e di soddisfacimento.

 

 

 

 

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(35)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 21.

     Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag. 245 -265, pag. 245, 260.

 (36)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 21.

     Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag. 266 -288.

La struttura caratteriale femminile(37) corrispondente al tipo maschile passivo femminile non è la stessa (si chiama infatti aggressivo - maschile), poiché ogni disturbo della personalità femminile tende a sminuire le sue naturali qualità di donna e ciò che è significativo è la presenza di certi tratti maschili, tra i quali i più comuni sono la peluria sul viso (lungo le mascelle), forte crescita di peli sulle gambe. Alcune di queste donne hanno la muscolatura sviluppata come un maschio e  sviluppano fortissimi sentimenti di orgoglio. Il conflitto dominante è con il padre e viene in seguito trasferito sugli uomini in generale come comportamento aggressivo tendente alla competizione. Anche in questo caso sono due i fattori che giustificano le tendenze mascoline: uno è la perdita di femminilità che di per sé permette la comparsa di tratti mascolini, l’altro è l’ampiezza dell’identificazione con il maschio.

L’energia viene ritirata verso l’alto, nel torace e nella testa, e si sviluppa una grave rigidità in tale regione immobilizzando i sentimenti teneri, mentre sono favorite l’aggressività e la determinazione, questo si manifesta nella struttura corporea: la metà superiore del corpo è molto caricata, rigida ed aggressiva, la metà inferiore è debole e passiva.    

 

 

 

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Bioenergetica/Lowen

Rigido

Psicopatico (dominante)

Psicopatico

(Dominante)

 

 

Rigido

Schizoide

(Celebrare)

Rigido

(isterico, fallico, narcisista)

Rigido (passivo)

Rigido

Sottomesso

(masochista)

Dipendente(orale)

Sottomesso (masochista)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 (37)Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag. 280 -288.

3 – I CANALI NON VERBALI DELLA COMUNICAZIONE

 

SISTEMA PROSSEMICO

 

Tutti noi intorno al nostro corpo abbiamo uno spazio, una distanza che ci avvolge, ci separa e ci protegge dal resto del mondo. In ogni iterazione il rapporto che si crea è anche definito da come il corpo occupa questo spazio.

La distanza che sussiste tra noi e gli altri non è neutra. Se infatti una persona si avvicina troppo a noi, cominciamo a sperimentare particolari stati psico-fisici o variazioni emotive come ad esempio fastidio o imbarazzo e reagiamo di conseguenza ripristinando le giuste distanze, così come se si allontana troppo da noi. Il più delle volte comunichiamo, agiamo e reagiamo, mettiamo e ripristiniamo distanze, senza esserne consapevoli.

Lo spazio che ci separa dagli altri è uno spazio mentale chiamato “spazio prossemico” o “bolla prossemica” perché si sviluppa tutta intorno a noi. Se ad esempio chiamate una persona e questa per rispondervi vi si avvicina, si fermerà da voi ad una particolare distanza, questa distanza è il suo spazio prossemico, ossia quella particolare distanza mentale e relazionale che desidera avere da voi. Se provate ad avvicinarvi ancora, ad invadere cioè il suo spazio, questa probabilmente farà passi indietro ripristinando la distanza che desidera, inconsciamente senza esserne cioè consapevole. Se, al contrario, vi allontanate, abbandonate cioè il suo spazio relazionale, si avvicinerà ripristinando la distanza. Se poi questa persona, per qualche ragione, non riesce a ripristinare il proprio spazio relazionale, sperimenterà consapevolmente particolari stati psicofisici come il fastidio e cercherà di sottrarsi in qualche modo alla distanza e quindi al rapporto.

Dunque  la prossemica , da proximus  = vicinissimo, prossimo(38),  si occupa del modo in cui l’uomo usa lo spazio intorno a sé, di come reagisce ad esso e di come, usandolo, può comunicare certi messaggi in linguaggio non verbale e ci offre gli strumenti per una conoscenza più chiara della nostra situazione (Edward t.Hall)(39).

E.T.Hall può essere considerato uno dei primi studiosi ad aver scoperto che lo spazio attorno all’uomo non è vuoto, ma diviso in precise zone, invisibili e concentriche, entro le quali l’uomo si muove e nelle quali fa penetrare gli altri con un preciso rapporto: più aumenta l’intimità, più diminuisce la superficie dello spazio occupata.

L’uso che si fa dello spazio circostante  va visto in termini di:

 

- spazio personale;

- distanza (vicino/lontano);

- orientamento;

 

Spazio personale

Allo spazio che occupa la volumetria della struttura-superficie del corpo si aggiunge un’area non visibile occupata da ognuno di noi nella relazione con l’altro, detta per questo spazio personale. Quest’area varia da persona a persona nelle diverse circostanze comunicative, influenza gli altri e stabilisce il tipo di rapporto.

 

 

 

 

 

 

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 (38)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag.55-58.

 (39)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 115.

      Hall Edwardt T., The Hidden Dimension; Tr.it. La Dimensione Nascosta di Massimo Bonfantini, Bompiani,

      Milano 1968.

Hall definisce la distanza individuale una specie di recinzione psichica o di bolla protettiva che ogni persona si porta dietro come proprio territorio mobile: un’ area con confini invisibili che circonda il corpo della persona ed entro il quale gli intrusi non hanno il permesso di entrare.

Il riconoscimento dell’esistenza di bolle personali oltre a venirci dall’esperienza quotidiana, dove possiamo incontrare persone che non sopportano che qualcuno si avvicini troppo a loro, è stato favorito dal concetto più ampio di territorio e territorialità proveniente dall’etologia attraverso gli studi dei comportamenti animali. Il territorio è l’area di difesa di uno o più animali contro intrusioni altrui (tana o nido); la territorialità è la condotta di difesa che regola la densità di un territorio ed obbliga gli animali a segnalare la loro presenza. Esiste però anche negli animali un’area più ristretta, dai confini invisibili, che è la distanza che gli animali mantengono tra loro.

Nella società umana, esistono tre tipi di territori umani (40): il territorio tribale (area abitata), il territorio familiare (casa) e lo spazio personale.

Se prendiamo come presupposto che lo spazio intorno al nostro corpo non è vuoto, come vividamente appare, ma è invece psicologicamente occupato dallo spazio personale, possiamo dire che la sua formazione dipende da fattori:

 

-          Culturali (modelli culturali  e norme dei vari gruppi di appartenenza o razza);

-          Ambientali (ambiente dove abbiamo vissuto);

-          Sociali (classe sociale di appartenenza);

-          Emotivi (accumuli emotivi formatisi);

 

L’ambiente in cui si è cresciuti può influenzare il nostro comportamento in termini di bisogno di spazio; infatti le persone cresciute in città in piccoli appartamenti, abituate ad andare al lavoro stipate nei mezzi pubblici, hanno man mano ridotto il loro spazio personale e quindi si potrebbero sentire a loro agio anche relativamente vicini alle altre persone; tendono invece a mantenere una distanza maggiore le une dalle altre le persone cresciute in montagna o in campagna, dove gli spazi sono ampi e dove spesso fra una casa e l’altra ci sono parecchi chilometri.

Anche la diversa classe sociale può generare distinzioni: spazio significa potere”(41) quindi, più spazio dispongo intorno a me, e più sono potente. Le case dei ricchi sono infatti grandi, hanno un gran terreno attorno ed una recinzione che tiene lontano gli estranei; una persona potente o ricca ad esempio si sposta in un’automobile molto grande  e tutta per sé, una famiglia meno abbiente in un’utilitaria trasporta, figli, zia e eventuali animali domestici.

I modelli culturali variano a seconda della razza di appartenenza dell’individuo. I giapponesi, ad esempio, hanno imparato a vivere in uno spazio personale molto ristretto, a causa della sovrappopolazione delle loro città. Essi vivono lo spazio come una realtà palpabile, così anche se stanno molto vicini gli uni agli altri, riescono a mantenere nei contatti ravvicinati dei confini molto precisi. Anche gli arabi si mantengono in pubblico ad una distanza molto esigua e nei luoghi affollati non hanno problemi se i loro corpi si sfiorano, si toccano o si urtano; invece le loro case sono ampie e con molti spazi vuoti.  Per l’arabo non esistono confini fisici, il confine è interno, se vuole chiudersi in se stesso lo fa semplicemente abbassando gli occhi e non guardando più gli altri; questo è il suo modo per esprimere il bisogno di privacy e nessuno lo disturberà, anche se lo toccherà fisicamente.

 

 

 

 

 

 

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(40)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 116.

      Desmond Morris, Il nostro corpo, anatomia, evoluzione, linguaggio, Mondadori, Milano 1986.

(41)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 11-14.

Noi europei abbiamo un senso più ampio dello spazio vitale rispetto ad altre popolazioni: per noi è sgradevole essere toccati quando si è in mezzo alla gente e nelle conversazioni manteniamo sempre una certa distanza; se abbiamo bisogno di privacy, ci rintaniamo in una stanza e chiudiamo la porta.  

Sintetizzando alcune popolazioni come quelle europee settentrionali, quelle asiatiche ed indiane sono caratterizzate da una cultura della distanza: in esse la distanza interpersonale è grande, mantengono un’angolazione obliqua ed ogni riduzione spaziale è percepita come invasione. Per contro, altre popolazioni, come quelle arabe, quelle sudamericane e latine sono caratterizzate da una cultura della vicinanza, poiché in esse la distanza interpersonale è ridotta, mantengono un’angolazione diretta è la distanza è valutata come freddezza ed ostilità.  

I modelli culturali, dunque, sono formati dalle norme che l’ambiente in cui viviamo continuamente ci passa, la cui immagine viene paragonata ad un reticolo la cui funzione è duplice: da una parte costituisce una difesa dagli assalti e dalle invasioni comunicative, dall’altra può rappresentare una prigione che può impedire l’incontro profondo con l’altro.

 

I non risolti sono accumuli emotivi(42) creatisi per non aver soddisfatto sia bisogni personali che bisogni comuni  a tutti gli esseri umani.

Il flusso spontaneo degli accumuli emotivi, dei non risolti, è quello di andare dal nostro interno verso l’esterno, ma se le norme sociali da noi interiorizzate in modo rigido ce lo impediscono, viene trattenuto e porta ad un aumento dello spazio personale. In altre parole se l’ambiente in cui viviamo ci è ostile e non riusciamo a soddisfare i nostri bisogni aumenterà il nostro spazio vitale per difesa.

La regola per le misure spaziali nei rapporti è che tanto più vi è distanza, maggiore è il livello di convenzione e di difesa dei ruoli sociali, familiari. La distanza fra i corpi si restringe via via che il grado di intimità aumenta ed i ruoli si pareggiano, al contrario la distanza aumenta nella misura in cui l’intimità diminuisce ed i ruoli si diversificano.

L’avvicinarsi dei corpi richiede la riduzione dello spazio occupato dalle norme, dalle convenzioni, dalla rigidità dei ruoli.    

Il non risolto si manifesta con due diverse modalità: quella trattenuta di chi mantiene le distanze e quella espansiva di chi invade lo spazio personale dell’altro.

Chi trattiene investe le sue energie nella difesa dei conflitti non risolti per non trasgredire la norma sociale che invita a trattenere l’emotività, ma questo sforzo di trattenere porta poi il soggetto ad avere un bisogno maggiore di spazio personale per tenere a bada le emozioni ed evitare il contatto diretto che potrebbe essere coinvolgente e dare luogo a reazioni che non possono essere controllate.

Chi mette in atto la modalità espansiva riduce il suo spazio personale per entrare in contatto con l’altro per sintonia con la situazione oppure per esprimere liberamente e con naturalezza le proprie emozioni; questa libera espressione di emozioni può essere vissuta con disagio, e quindi come una invasione, da chi la riceve oppure con piacere se viene accolta.

La modalità trattenuta si manifesta in chi mantiene le distanze, la modalità espressiva si manifesta in chi invade lo spazio personale dell’altro. L’invasione o libera espressione delle emozioni possono a loro volta essere vissute con disagio da chi non le desidera o le desidera ma non le può accettare (per ragioni culturali o di norme sociali o convenzioni). In alternativa possono essere vissute con piacere se l’altro l’accoglie.

Spazio personale           

!_______________!   !___________________!

                         Modelli culturali            Accumuli emotivi

                                                !________________! ! !__________________!

                          Modalità trattenuta              Modalità espansiva

                                               !___________________! ! !_____________________!

                                                 Contatto con piacere                           Invasione con disagio       

 

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 (42)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 118-120.

Distanza (vicino/lontano)

Ogni ambiente ed ogni cultura hanno le proprie misure spaziali che regolano i rapporti meno profondi; secondo Hall sono quattro le categorie principali di tipi di relazione possibili attraverso la distanza(43) :

 

§   INTIMA. La zona intima si estende all’incirca da 0 a 45 cm, distanza fino alla quale possiamo arrivare con le mani, se si tengono i gomiti vicino al corpo. E’ la distanza che si  mantiene con le persone con le quali si è in confidenza, gli amici più cari, i nostri familiari. Siamo così vicini che è possibile l’abbraccio o il contatto fisico, dell’altra persona non solo si sentono le parole, che saranno pronunciate anche con un tono di voce più basso, ma è possibile sentirne l’odore ed osservare le variazioni del respiro o del colore della pelle (impallidire ed arrossire). I volti sono così vicini che si può cogliere ogni minima espressione ed emozione. Ci sono persone che per loro natura, avendo di base un grande bisogno d’affetto o di attenzione, cercano sempre e con chiunque di spostare il rapporto in questo spazio intimo.

 

§  PERSONALE. La zona personale si estende dai 45 fino a circa 120 cm, cioè lo spazio corrispondente al nostro braccio disteso, fino al limite di ciò che possiamo afferrare o toccare. Si fanno rientrare in questa zona, infatti, le persone con i quali abbiamo rapporti di conoscenza, con le quali ci stringiamo la mano e avviamo conversazioni di cortesia, ad una festa o ad una riunione per esempio dove si discute di argomenti personali senza troppo coinvolgimento e senza contatto fisico. A questa distanza il tono della voce è sempre moderato, si colgono ancora le variazioni del respiro ed i cambiamenti del colorito della pelle, mentre le espressioni del viso assumono molta importanza. Questa è la zona nella quale non si avvertono più gli odori personali o i profumi.

 

§  SOCIALE. La zona sociale si estende da m. 1,20 a m. 3,5 circa dove si riesce ad inquadrare l’intera figura e si discute di affari impersonali. Stiamo a questa distanza dagli estranei e dalle persone che non conosciamo bene (dal negoziante che ci vende qualche cosa, dal tecnico che ci sta riparando un elettrodomestico in casa, da un impiegato di un ufficio pubblico a cui ci rivolgiamo). Questa è la zona della neutralità affettiva ed emozionale e genericamente dei rapporti di lavoro. A questa distanza non è più possibile toccarsi, cogliere il profumo o l’odore dell’altra persona; per farsi sentire la voce ha un tono più elevato ed i gesti e le espressioni sono più evidenti e costituiscono la modalità di comunicazione prescelta, lo sguardo infatti ha molta importanza perché il contatto è  solo di natura visiva.

 

§  PUBBLICA. La zona pubblica si estende da m. 3,5 a m. 8 circa, generalmente oltre a questa distanza non è più possibile un rapporto fra le persone. Questa distanza può essere assunta da chi fugge, si difende da una minaccia oppure è  tipica di chi sta attorno ad un personaggio di spicco o di riguardo. Qui si colloca chi decide di parlare ad un gruppo, per esempio: il professore che parla agli studenti, l’attore rivolto al pubblico o il politico che tiene un discorso. In questa zona la comunicazione verbale, essendo grande la distanza fra chi parla e chi ascolta, assume un’ enorme importanza ed il tono della voce deve essere sensibilmente aumentato. Anche i gesti devono farsi più ampi e le espressioni più marcate e riconoscibili per poter essere visti e rinforzare il contenuto verbale. Questa distanza infatti non ci permette di cogliere i particolari in quanto la testa ci appare di dimensioni inferiori e non è osservabile.

 

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 (42)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 121.

     Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag.14-22.

     Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 25.

Questo fattore culturale di suddivisione delle spazio in zone, messo in evidenza dalla prossemica, dovrà congiungersi all’altro fattore degli accumuli emotivi, sopra esposto, per poter essere considerati fattori osservabili e trasmettere  un preciso significato.

Questi due fattori concorrono a formare la distanza, misurabile in vicinanza e lontananza dei corpi nel processo comunicativo.

La vicinanza(43) diminuisce le convenzioni sociali ed aumenta la possibilità di coinvolgimento emotivo.

La lontananza permette il distacco emotivo e la difesa e segnala le varie posizioni sociali.

Per esempio si ha vicinanza quando si cammina a braccetto con un amico , quando fra colleghi ci si dà una manata sulla spalla, al contrario si ha lontananza quando si allunga il più possibile la mano per tenere la distanza l’altro, quando una persona si avvicina troppo e l’altra indietreggia e viceversa. 

Più vi è distanza , maggiore è il livello di convenzione, di formalità e di difesa nei ruoli soprattutto gerarchici. Se invece aumenta il grado di intimità, perché ad esempio i ruoli non sono più a livelli gerarchici così diversi, la distanza diminuisce, come accade tra amici, colleghi ed in tutti i rapporti affettivi più stretti.

La distanza funge da barriera sia che si lasci uno spazio vuoto, in modo che l’altro non si avvicini più del necessario, sia che si usino barriere del tipo scrivanie, tavoli, poltrone e sedie, e sarebbe considerata un invasione superarle. Le barriere non si ergono solo a difesa dei ruoli ma anche a difesa dei non risolti, degli accumuli emotivi, del bisogno di stabilire un rapporto profondo.

 

Abbiamo visto, fin ora, che sono molteplici i fattori che influenzano il modo di utilizzare lo spazio e la distanza che una persona mette fra sé e gli altri: ci sono fattori caratteriali, di temperamento, fattori culturali e norme sociali da rispettare, fattori ambientali, classe sociale di appartenenza, accumuli emotivi non risolti.

Quando incontriamo una persona per la prima volta di lei conosciamo molto poco se non quasi nulla: dove, con chi e in quale ambiente sociale è vissuta fino ad ora, quale tipo di lavoro svolge, in che modo affronta i suoi problemi. Siamo noi che dobbiamo cercare di capire, dal modo in cui la persona utilizza lo spazio e la distanza, chi abbiamo di fronte e quali sono le sue caratteristiche: se si difende oppure se è invadente,  se è introversa od estroversa, se mette distanza fra le cose oppure se  ha poco controllo, se non si sa difendere e si avvicina troppo per chiedere conferme o attenzione.

Per arrivare a questo scopo cerchiamo di crearci un metodo. Stabiliamo, per prima cosa, quale potrebbe essere la giusta distanza che due persone dovrebbero mantenere in un primo colloquio di counseling. Possiamo affermare che il corretto punto d’incontro dovrebbe essere la zona personale, visto il tipo di intervento e di richiesta. E’ vero che non ci si conosce e non si sa quasi nulla l’uno dell’altro, ma è anche vero che la richiesta di incontro è partita da un bisogno personale ed è quindi auspicabile almeno una “distanza personale”.

Partendo da questo presupposto, prestiamo allora molta attenzione a quando la persona entra nel nostro territorio o noi entriamo nel suo. Se siamo noi a riceverla controlliamo bene a quale distanza lei si ferma da noi prestando noi molta attenzione a non muoverci. Se è lei a riceverci controlliamo a quale distanza ci permette di avanzare prestando attenzione, per esempio, se in un particolare momento si ritrae o mette delle barriere (indietreggia oppure si mette dietro un tavolo o si siede da qualche parte).

Successivamente, quando la distanza è stata stabilita, controlliamo di quale distanza si tratta, domandiamoci se è più o meno una di tipo ”personale”, se è maggiore  probabilmente sta cercando di difendersi o quanto meno è una persona timorosa o timida, forse controlla la situazione.

Se la distanza è inferiore è una persona più spontanea e che forse ha bisogno di contatto e quindi di ricevere.

 

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 (43)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 122 -123.

Se, infine, la distanza appare corretta, dopo aver valutato se è più vicina o più lontana dai parametri definiti (da cm 45  a cm 120) cerchiamo di valutare altri fattori ad esempio l’orientamento o la postura che  la persona utilizza per mettersi in contatto con noi.

Un’altra cosa molto importante da non sottovalutare, anche se non riferibile direttamente al sistema prossemico ma piuttosto a quello cinesico, è prestare attenzione anche al modo in cui una persona entra nello spazio adibito al colloquio.

 

Ricordiamoci infatti che da come ci comportiamo entrando in una stanza che non ci appartiene si può stabilire il nostro grado di autorità perché possiamo(44):

 

§  bussare con moderazione  ed attendere pazientemente di essere invitati ad entrare;

§  bussare energicamente più volte nel caso l’invito ad entrare tardi ad arrivare;

§  non bussare ed entrare direttamente, che mostra indiscutibilmente poca sensibilità e rispetto.

 

Una volta che la porta è stata aperta, come abbiamo visto, la nostra maggiore o minore autorità si misura da quanto spazio invadiamo del territorio altrui e dunque possiamo:

 

§  fermarci esitanti sulla porta o avanzare lentamente in modo incerto;

§  possiamo avanzare più o meno decisi fino al centro della stanza;

§  possiamo avanzare e dirigerci con passo deciso direttamente vicino alla persona che è in nostra attesa.

 

Più veloce è l’entrata nella stanza , cioè quanto meno si impiega ad entrare, maggiore è il grado di autorità che ci si attribuisce.

 

Dobbiamo tenere presente che nei pochi istanti che intercorrono tra il momento dell’ingresso della persona a quello nel quale ci stringerà la mano o ci saluterà, possiamo osservare attentamente e cercare di capire già molte cose: carattere, propensioni, il suo stile di vita, il suo umore, se fidarci o meno. Osserviamo per prima cosa la sua corporatura: se massiccia o atletica, se alto o basso, se ha le spalle dritte o curve. Prestiamo attenzione al suo portamento: a come si avvicina mentre cammina, se a passo spedito e deciso o a passo lento e calmo. Quando si avvicina possiamo: distinguere i gesti delle braccia e delle mani, riconoscere la forma del volto e l’espressione che assume. Quando infine è vicino a noi e ci saluta notiamo il tono della voce, l’espressione degli occhi, l’odore ed il profumo.

Rispetto al modo di camminare possiamo distinguere in(45):

 

§  portamento diritto, testa alta, piedi ben piantati per terra appartenente ad una persona concreta, sicura, ben cosciente dei suoi mezzi (avaro, ruminante);   

§  schiena ricurva e spalle piegate, da eterno sconfitto o nei propri pensieri (invisibile, delirante);

§  i piedi avanzano, ma la testa, la parte pesante, rimane indietro come a voler arrivare sul posto il più tardi possibile, manifestando a livello non verbale di fare le cose contro voglia (apatico);

§  contraria alla precedente, testa protesa in avanti rispetto al corpo; qui è la testa che, senza riflettere, si protende in avanti perché curiosa di arrivare subito per sapere, è l’andatura di una persona molto attiva, decisa, che spesso agisce ancor prima di riflettere (ruminante, sballone, adesivo). 

 

 

 

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 (44)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag. 39-41.

(45 )Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag. 91-93.

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Prossemica

Spazio personale

Modalità trattenuta

Modalità

Espansiva

Modalità

trattenuta

Modalità

espansiva

Modalità

trattenuta

Modalità

Trattenuta

Modalità

Espansiva

Andatura

Rigida e  portamento diritto

Veloce,energica portamento diritto o proteso in avanti

Sciolta e insicura, portamento dondolante

Plateale e rumorosa portamento proteso in avanti

Lenta e calma portamento testa indietro  

Circospetta e leggera portamento ricurvo

Rumorosa e curiosa portamento proteso in avanti

 

Orientamento

Un altro aspetto dello spazio riguarda l’orientamento definibile come l’angolazione secondo la quale le persone si sistemano nello spazio l’una rispetto all’altra. Tale angolazione, secondo lo psicologo inglese Michael Argyle(46), definisce il tipo di rapporto che si stabilisce fra le persone. Le posizioni di orientamento del corpo sono: 

 

§  FRONTALE  quando gli interlocutori sono uno di fronte all’altro. Questo orientamento permette di controllare direttamente le espressioni dell’altro e nel contempo l’altro può controllare le nostre. Riflette comunque un tipo di rapporto impegnativo per competere, per confrontarsi, per affermarsi; indica rigidità nell’espressione dei ruoli, nel senso che l’affermazione di uno è prevalente sull’altro.

 

§  LATERALE  riflette un tipo di rapporto con tendenze collaborative in quanto in questa posizione non si controllano visivamente le espressioni dell’altro e si è più liberi dal controllo. Un esempio può essere quando due persone camminano per strada fianco a fianco fino a quando non insorge un disaccordo, cambiano posizione, si mettono di fronte, discutono e poi si mettono a camminare come prima.

 

§  ANGOLARE  riflette un rapporto più fluido e morbido che non sfocia mai in disinteresse perché è molto più facile rivolgersi a chi sta a destra o a sinistra della nostra persona.    

 

Cerchiamo di osservare, oltre all’orientamento, anche la posizione relazione(47) che la persona assume, che può essere:

 

§  SIMMETRICA/ASIMMETRICA. In cui la parte destra e sinistra del corpo sono speculari o diverse rispetto all’altra (braccia, mani, gambe e piedi). Mentre la postura simmetrica richiede in genere un maggior controllo dei muscoli corporei e quindi un maggior controllo della situazione; la postura asimmetrica esprime un maggior grado di libertà espressiva e segnala sicurezza.

 

§  INCLINATA/ERETTA. Le posizioni inclinata di fianco o eretta (schiena, spalle e testa) dovrebbero potersi alternare per il bisogno che hanno i muscoli di tendersi. La posizione inclinata di fianco anche della testa segnala accordo, pacificazione. La posizione inclinata in avanti è intesa come posizione di accettazione, obbedienza ed anche sottomissione quando è eccessiva. . La posizione eretta segnala competizione o affermazioni.

 

 

 

 

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(46)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 123.

     Michael Argyle, Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli, Bologna 1978.

(47)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 127-129.

§  ASCOLTO/NON ASCOLTO. L’ascolto dell’altro, oltre che il silenzio verbale, necessita di utilizzare la posizione “di ascolto”: sguardo rivolto alla persona, orientamento del nostro corpo verso il suo e l’immobilità.       

 

Indipendentemente dal setting che abbiamo costruito o in cui ci troviamo: (due sedie una di fronte all’altra, una panchina dove la posizione assunta sarebbe per forza laterale o angolare, in piedi per lo scambio dei saluti) prestiamo attenzione al modo in cui la persona che incontriamo si siede o ci si mette vicino. Se ci appare dritta, rigida e ben frontale rispetto a noi oppure se è leggermente spostata a sinistra o a destra con un atteggiamento più rilassato. Osservare quali sono in prevalenza gli orientamenti assunti può essere utile soprattutto per evidenziare eventuali posizionamenti rigidi. Una persona che è combattiva o energica o che cerca sempre di controllare le situazioni o che sempre le affronta con determinazione, avrà come orientamento prevalentemente quello frontale. Una persona più  tranquilla e rilassata, meno controllante, più affettuosa oppure insicura cercherà di posizionarsi in modo magari laterale o angolare in quanto più collaborativo e meno impegnativo.

 

 

SISTEMA CINESICO

  

Postura

Un’ altro aspetto dell’uso dello spazio riguarda le posture. Esse possono essere definite come le posizioni(48) che ciascuno assume con il corpo e che vengono mantenute per un certo periodo di tempo dopo il quale si ha la necessità di assumerne un’altra. Si indica anche il modo in cui le persone stanno in piedi, sedute, ferme, accoccolate, inginocchiate o come sistemano il loro corpo.

I cambi moderati di postura segnalano il bisogno naturale di distendere i muscoli che per troppo tempo hanno tenuto la stessa posizione. I cambi continui riflettono a volte la tensione che la persona sta vivendo nella situazione, nelle relazioni o in quel momento della sua vita. Cambi repentini di posizioni possono anticipare espressioni verbali, infatti, spesso si anticipa il proprio intervento verbale con un cambio di postura.

Si rimane fermi a lungo nella stessa posizione quando: si riflette, si pensa, si studia, si ascolta l’altro o ci si ascolta e per questo non si asseconda il bisogno di muoversi che il corpo ha.

Le posture trasmettono stati d’animo ed atteggiamenti. Dipende dall’ambiente in cui siamo cresciuti e dalle vicende subite nella nostra vita il costituirsi di certi meccanismi che vengono poi a fissarsi nel corpo generando specifiche contrazioni dei muscoli, che danno luogo a determinate posizioni fisse o posture.

Indipendentemente dal fatto di essere di costituzione snella o muscolosa, se il nostro corpo ha imparato a dissociarsi dai sentimenti o a negarli o a controllarli, noteremo che questo può essere riconoscibile da una caratteristica divisione tra la parte superiore del corpo e quella inferiore, o da un netto ingrossamento della parte alta del tronco (avaro). Se, invece, ci portiamo dentro un continuo bisogno d’affetto o non crediamo in noi stessi il nostro corpo si ricurva (adesivo, invisibile). Si ingrossa e si abbassa se tratteniamo tanta rabbia e ostilità (ruminante), oppure si irrigidisce per paura di cedere (avaro).  

In ogni caso la postura è legata allo stato di contrattura dei muscoli interessati secondo la polarità tesa/rilassata. Cogliamo lo stato emozionale in cui si trova l’altro in funzione dello stato tensione/rilassamento della sua muscolatura.

 

 

 

 

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(48)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 126.

(49)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag. 64-71.

Secondo Lowen e la bioenergetica si dice che una persona è “fissata”, cioè bloccata, quando è impigliata in un conflitto emotivo che la  immobilizza e impedisce qualsiasi azione efficace per cambiare la situazione. Tutte le fissazioni diventano strutture nel corpo(50) sotto forma di tensioni muscolari croniche che bloccano il corpo in maniera particolare e che si possono riconoscere osservando la postura della metà superiore del corpo.

 

Le fissità corporee di Lowen(51)

Il capestro

Associata al carattere schizoide -  La tipologia cerebrale.

La struttura assomiglia a quella di un impiccato: il capo pende da un lato come se la connessione con il resto del corpo fosse interrotta, l’individuo è sospeso per il collo. Le dimensioni interne prevalenti sono i processi dinamici e simbolici.

 

Il piedistallo

Associata al carattere orale - La tipologia dipendente.

La persona sembra sollevata da terra e presenta gambe strutturate, rigide ed immobili che servono di base alla parte superiore del corpo. Le gambe sono strutturate per affrontare lo stress, non per venirne a capo ma per reagirvi e questa capacità è una funzione del ginocchio, la cui azione da flessibilità al corpo. Chi assume la posizione delle ginocchia flesse non ha paura di cadere e, dunque, neanche di mollare. Quando la pressione diventa insopportabile il tipo “orale” lascia che crolli il rapporto prima che sia il suo corpo a crollare e abbandona la situazione. E’ questa una caratteristica della risposta agli stimoli dell’aurosal e dunque corrisponde a processi interni di tipo prevalentemente narrativo.

  

La gobba

Associata al carattere psicopatico - La tipologia dominante. 

La gobba é una massa di tessuto che si accumula appena sotto la settima vertebra nell’articolazione che collega collo, spalle e tronco. In questo punto scorrerebbero i sentimenti di collera diretti fuori verso le braccia e in alto nella testa che invece sono trattenuti e controllati fino a raggiungere appunto la forma della gobba. L’attivazione è il fulcro di questo modello e caratterizzato da processi interni di tipo narrativo o dinamico.  

 

L’appeso

Associata al carattere rigido - La tipologia rigida.  

Il tipo rigido appare con spalle sollevate, petto che si gonfia con respirazione affannosa, capo portato in avanti come per affrontare una minaccia, avanzamento con passi leggeri, sollevati da terra, piedi rigidi,  pancia in dentro, collo corto, pelvi inclinata in avanti e contratta. L’individuo con questa fissità prova una profonda tristezza e l’ansia di stare in piedi da solo per questo tende ad aggrapparsi ad un rapporto distruggendone il valore. Presenta tratti caratteristici della paura ed il controllo è il perno di questa personalità che si attiva quasi esclusivamente con processi simbolici. 

 

 

 

 

 

 

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 (50) Alexander Lowen, Il linguaggio del corpo, Feltrinelli, gennaio 2007, pag. 18:

      “Il carattere dell’individuo, quale si manifesta nel suo modello tipico di comportamento, si configura anche a livello

       somatico con la forma ed il movimento del corpo”.

(51)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 18, 19.

Integrazione modello “Prepos”  “Prevenire è Possibile”(52)

Il giogo

Associata al carattere masochista - La tipologia sottomessa.

Appare visibilmente compresso e schiacciato da un peso, leggermente incurvato in avanti e con i muscoli contratti. Il volto è solitamente contratto e corrucciato e contemporaneamente sottomesso ed accomodante verso la sua oppressione. Il bacino è rigido e contratto.

 

Il sinuoso

Il carattere isterico e fallico narcista - La tipologia rigida.

Sia il tipo isterico che quello fallico narcisista appaiono seduttivi, sono armonici ed eleganti nei movimenti, apparentemente passivi in realtà intenzionali ed opportunisti. La loro postura è abbastanza corretta ed hanno una muscolatura equilibrata, longilinea e sviluppata omogeneamente, con le spalle aperte ed il collo eretto e fiero. Camminano con piedi leggeri e quasi sollevati da terra.

 

La mollica

Associata al carattere passivo femminile  - La tipologia rigida.

Appare muscolarmente scarico. Il bacino è buttato in avanti e le spalle sono aperte, quasi appese. Le gambe ben sviluppate ed i movimenti lenti e controllati. E’ avvolgente affettivamente tanto da essere manipolante ed invischiante anche se passivo. Dà la sensazione di essere proteso verso il basso e legato a fili impiastricciati.

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Fissità Lowen

Prepos

Appeso (L)

Gobba  (L)

Gobba (L)

 

Appeso (L)

Capestro (L)

Sinuoso (P)

Mollica (P)

Appeso (L)

Giogo (P)

Piedistallo(L)

Giogo (P)

                                                                                                       P=Prepos  L=Lowen

Mimica facciale

Le espressioni facciali(53) servono per manifestare determinati stati mentali ed emotivi dell’individuo: le esperienze, le intenzioni, gli atteggiamenti interpersonali. Come meccanismo automatico o volontario la mimica facciale riveste un valore emotivo e una funzione comunicativa:

 

§  valore emotivo – in quanto può rappresentare la manifestazione immediata, spontanea ed involontaria delle emozioni, assumendo così un significato oggettivo indipendente dal contesto (espressioni di gioia o di dolore universalmente accettato);

§  funzione comunicativa – in quanto manifestazione più o meno controllata e volontaria delle emozioni, delle intenzioni, degli atteggiamenti e degli obiettivi dell’individuo; pertanto ogni espressione ha un significato variabile e dunque soggettivo in funzione del contesto.

 

La mimica facciale, infine, è intesa come l’espressione del volto che viene percepita con la modalità fisso/mobile e riflette prevalentemente le emozioni del momento. Sia il volto poco mobile che quello mobile segnalano lo stato emozionale: quando il volto è poco mobile nella parte inferiore indica controllo, quando è molto mobile indica immediatezza. Ciò significa che più una persona è estroversa, socievole ed espansiva più sarà espressiva e sul suo volto sarà possibile leggere, oltre le sue emozioni ed i suoi stati d’animo, anche oggettivamente un modo di essere. Al contrario persone più chiuse, introverse e soggette ad autocontrollo  avranno il viso inespressivo e forse sarà più difficile coglierne lo stato d’animo del momento, ma non un modo oggettivo di essere.   

 

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 (52)Prevenire è Possibile, Fisiognomica, dispense: http://www.prepos.it/DISPENSE.htm, pag. 19.

 (53)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 56 – 57.

     Anolli L. (a c.di), Psicologia della comunicazione, Mulino, Bologna 2002, pag. 219-224.

Sorriso

Legato alla manifestazione volontaria o involontaria delle emozioni il sorriso riveste importanti funzioni nell’interazione sociale come: regolatore dei rapporti sociali, promotore dell’affinità relazionale e strumento informativo.

Al sorriso sono state assegnate funzioni psicologiche fra loro differenti. Numerosi studiosi (da Darwin a Frank, Ekman, Friesen) hanno inteso il sorriso come l’espressione universale di un’esperienza di gioia e di felicità. Tuttavia il sorriso non ha un legame così diretto con le emozioni, infatti è strettamente connesso con l’interazione sociale: le persone non necessariamente sorridono anche in situazioni di intensa gioia, mentre sorridono di più quando interagiscono con gli altri. Il sorriso dunque va inteso come promotore di affinità relazionale, in quanto è usato in condizioni di simpatia ed empatia, di rassicurazione e di rappacificazione, al fine di stabilire e di mantenere una relazione amichevole con gli altri. Inoltre, il sorriso è un potente regolatore dei rapporti sociali: la sua frequenza ed intensità sono governate dal potere sociale (le persone in condizione subordinata sono obbligate a sorridere di più rispetto alle persone in condizione di potere) e dal genere (le donne sorridono di più degli uomini per motivi di affiliazione e di compiacenza).

Anche in questo caso, persone più allegre, aperte, spontanee o seduttive e manipolatorie saranno spesso sorridenti. Al contrario persone chiuse, sottomesse ed introverse  non utilizzeranno così spesso questa espressione.

 

Sguardo

Lo sguardo(54) rappresenta una potente modalità comunicativa. Intensità, durata e direzione dello sguardo variano a seconda dei diversi contesti e al grado di intimità, dell’emozione sottostante (gioia, imbarazzo, vergogna, rabbia, disgusto) e del valore sociale in un dato contesto (sfida, sincerità, pericolo, minaccia).

In generale, le persone che guardano di più gli altri sono valutate come estroverse e sincere, socialmente abili ed intraprendenti, sicure di se e dotate di un buon controllo interno, nonché più intelligenti. Per contro, le persone con sofferenza psichica fanno più ricorso all’evitamento dello sguardo. Anche le emozioni sono correlate con lo sguardo, in quanto le emozioni positive (gioia, amore ecc..) comportano un incremento del contatto oculare, mentre le emozioni negative, soprattutto quelle autoconsapevoli (come disgusto, vergogna, colpa, imbarazzo) implicano un’abbassamento ed una distorsione dello sguardo. Esiste inoltre una differenza di genere: in linea di massima le donne tendono a guardare di più e più a lungo degli uomini e sono più pronte allo sguardo reciproco. A questo riguardo è stata avanzata la distinzione fra la “modalità femminile” dello sguardo di natura espressiva e relazionale e la “modalità maschile” di natura informativa e strumentale. 

Esistono inoltre forti differenze culturali nel prolungamento dello sguardo. Nelle culture settentrionali e in quella giapponese le persone sono educate a non fissare gli altri (sarebbe un gesto di maleducazione e di sfida); per contro, le culture araba, latina e sudamericana attribuiscono grande importanza al contatto oculare e al suo prolungamento come segno di sincerità, di fiducia e di sottomissione.

In sintesi, persone dominanti o prepotenti tenderanno a guardare fisso negli occhi. Chi è timido invece tenderà a sfuggire lo sguardo. Chi è schiacciato da un peso tenderà ad abbassarlo. Persone seduttive o manipolatorie avranno lo sguardo vivo, curioso e seducente. Chi è pigro e lento avrà lo sguardo spento o assente.

 

 

 

 

 

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(54)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 71 – 72.

     Anolli L. (a c.di), Psicologia della comunicazione,  Mulino, Bologna 2002, pag. 229-232.

Gesti

Pragmaticamente i gesti sono marcatori dell’atteggiamento del parlante nei confronti di ciò che sta dicendo e, al tempo stesso, manifestano le sue aspettative nei confronti di come il destinatario deve intendere le sue parole. In una qualsiasi conversazione i gesti partecipano attivamente a precisare il significato degli enunciati; infatti, il parlante li produce anche senza vedere l’interlocutore, come succede nelle conversazioni telefoniche.

Se osserviamo bene i gesti sono prodotti con un ritmo fluente del discorso ma non con un ritmo poco fluente e se  il parlante interrompe all’improvviso il proprio discorso, perché si accorge di fare un’ errore, interrompe simultaneamente il gesto che lo accompagna. Di conseguenza, gesto e discorso sono generati dalla medesima rappresentazione di ciò che si comunica, manifestano la stessa intenzione comunicativa.

Gli atti o movimenti compiuti con la parte superiore del corpo, con le braccia e le mani, costituiscono la parte più rilevante della comunicazione(55). Con essi fin dalla nostra nascita siamo abituati ad esprimere le nostre emozioni e ci permettono di sottolineare od alleggerire il significato di quanto stiamo dicendo.

Esistono i gesti-azione(56) che sono quelli compiuti volontariamente per comunicare un’ intenzione: come per esempio indicare o salutare. Ci sono poi gesti compiuti in modo inconscio che si possono definire gesti-atteggiamento che rivelano parti profonde di noi e contenuti che spesso verbalmente non vengono espressi (per esempio come si saluta o si stringe la mano).

È significativo evidenziare che più in alto una persona si trova sulla scala sociale o del potere e più sono ridotti e misurati i suoi gesti(57). Questo può essere spiegato anche con il fatto che ad un certo livello anche il vocabolario è più ricco e si hanno a disposizione più parole per esprimere concetti ed emozioni. Mentre, al contrario, dove è più povero e ristretto il linguaggio, l’uso dei gesti serve a colorire il discorso facendo diventare più ricco ed espressivo il linguaggio del corpo. Inoltre, più si invecchia, più sia la gestualità che la mimica facciale vengono ridotte. Possiamo così dire che potere ed età condizionano e riducono i gesti.

È altrettanto significativo che più le persone sono soggette ad autocontrollo, più anche i loro gesti sono ridotti e misurati. Viceversa persone più dinamiche ed espressive utilizzano gesti in modo più ampio e più libero. Dunque ad un maggior controllo corrisponde una diminuzione della gestualità, mentre un minor controllo l’aumenta.

In termini di puro movimento l’utilizzo delle braccia (le apriamo, le allarghiamo e vanno da noi verso l’altro) é da leggere come un segnale nel dare e dunque di disponibilità e di apertura; infatti è risaputo che le braccia conserte sono indice di un atteggiamento difensivo, mentre le braccia aperte indicano disponibilità.

La cosa importante è non dimenticare di considerare che ogni singolo gesto o movimento non va preso come assoluto attribuendogli un significato preciso e inequivocabile, ma deve, invece, venire interpretato ed inserito nel contesto dell’intero comportamento della persona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 (55)Desmond Morris, Gestures. Tr:It. I gesti. Origini e diffuzione di Paola Campioli, Mondadori, Milano 1983 pag 7:

    “ … i rapporti sociali si basano in larga misura sulle azioni, le posture i movimenti e le espressioni dei corpi “parlanti”

    … arriveremo a dire che l’informazione gestuale è ancora più importante di quella verbale”.

(56) Anolli L. (a c.di), Psicologia della comunicazione,  Mulino, Bologna 2002, pag. 229-232.

(57)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag. 123, 124.

Cercando di dare una scala di priorità(58) dobbiamo ritenere più autentici i gesti eseguiti dalle parti del corpo più lontane dalla nostra testa (es. gambe e piedi). Questo perché siamo abituati, oltre che a gestire come e cosa dire, anche a controllare la nostra espressione del viso. Sappiamo anche che le nostre mani possono parlare a nostra insaputa e magari tradirci e trasmettere emozioni che non vorremmo esprimere.

 

Per riassumere, quello che bisognerebbe tenere presente è:

 

§  contesto della situazione;

§  segnali automatici della pelle;

§  gestualità dei piedi  e delle gambe;

§  posizione di schiena, tronco e spalle,

§  gesti delle braccia e delle mani,

§  espressioni della mimica facciale;

§  voce (tono timbro);

§  comunicazione verbale;

 

In riferimento ai gesti ed alla mimica facciale ciò che è significativo, in questa analisi,  è una valutazione quantitativa della loro presenza. In base al volume di gesti ed espressioni utilizzate non cerchiamo solo di capire quali emozioni la persona esprime o controlla  ma  anche in quale misura è più o meno soggetta a controllo  e di conseguenza più o meno dinamica ed espressiva.

 

 

 

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Postura

Rigida e retta

Pratica in avanti o retta

Ciondolante e rigida

Elegante e retta

Rilassata e morbida

Ricurva e sottomessa

Rigida e dal basso verso l’alto

Mimica facciale

Controllata ed attenta

Naturale ed espressiva

Naturale/distante

Espressiva 

Inespressiva

Corrucciata e triste

Espressiva

Sguardo

Fisso e fermo

Fermo ed intenso

Rivolto in alto e in movimento

Seducente, vivo allego

Spento ed assente

Sfuggente o rivolto in basso

Vivo e curioso

Gesti

Rigidi e controllati

Energici e diretti

Naturali e ciondolanti

Espressivi e coinvolgenti

Lenti e calmi

Lenti e silenziosi

Tesi verso l’altro e le cose

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

_________________________

 (58)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag. 125, 126.

SISTEMA APTICO

 

Con “Aptico” si definisce il sistema di contatto corporeo. Il toccare l’altro influenza la natura e la qualità delle relazione ed esprime diversi atteggiamenti interpersonali.

Il contatto corporeo è la forma più antica di comunicazione sociale, sia nei primati che negli esseri umani. Lo utilizziamo ancora prima di imparare a comunicare con la voce. E’ quello che intercorre tra il neonato e la madre che lo culla tra le sue braccia e lo accarezza dolcemente; inoltre imparare a toccare e a riconoscere gli oggetti tra le mani è una tappa basilare del processo di crescita di un bambino.

Negli esseri umani una vasta parte del cervello ha la funzione di ricevere messaggi dalla superficie del corpo che, a loro volta, sono poi usati per dirigere i movimenti del corpo stesso(59). Le informazioni dal mondo esterno vengo percepite dalla pelle che svolge quattro funzioni fisiologiche:

 

-          difesa del corpo da offese esterne;

-          percezione in quanto organo di senso;

-          regolamentazione della temperatura;

-          traspirazione in quanto organo del metabolismo;

 

Nell’essere umano, la sensazione cutanea non è semplicemente una questione di tatto, pressione, temperatura, è anche messaggio di accettazione o di rifiuto in quanto, attraverso il tatto, si possono comunicare i principali tipi di atteggiamenti interpersonali e gli stati emotivi.

Importanti sono gli studi dell’anatomista e antropologo Ashley Montagu che tratta del modo in cui l’esperienza tattile o la sua mancanza influisce sullo sviluppo del comportamento. La medicina psicosomatica si occupa del fenomeno nella misura in cui quanto succede nella mente può rivelarsi in vari modo sulla pelle. Montagu(60) studia quale tipo di influenza abbiano sullo sviluppo dell’organismo dell’uomo i vari tipi di esperienza cutanea ai quali egli è stato soggetto durante la prima infanzia. Egli considera: grattarsi, dondolarsi, tirare, strofinare, schiacciare, premere, grattare, massaggiare il naso come atti connessi con le esperienze della prima infanzia  quando la pelle non è stata sufficientemente toccata. La carenza del caldo contatto con la mano materna sviluppa nell’adulto un insaziabile desiderio di contatto corporeo e di auto contatto.

Il contatto corporeo svolge un ruolo cruciale  nello sviluppo emotivo di un bambino(61) ed il  presupposto è che quando in famiglia si evita il contatto corporeo, si evita anche il dialogo profondo: cioè quel tipo di comunicazione attraverso il quale uno sente l’altro. La connessione tra contatto corporeo e dialogo profondo si basa sul fatto che il contatto in sé costituisce una prova di verità sul reale legame affettivo che unisce due persone fra loro (assenza di contatto – assenza di dialogo – assenza di accettazione).

Su queste insicurezze di fondo si basano quelle ripetute richieste di accettazione, di affetto, dirette o indirette che ripetutamente vengono fatte a familiari o ad amici per riempire antichi vuoti. Ma non sempre l’uso delle sole mani o braccia permette un vero contatto, infatti, molte persone quando abbracciano formano una curva all’indietro per tenere lontano ventre, gambe, ginocchia e piedi. E’ anche questo un messaggio non verbale per dire con il corpo che non si è disposti a sentimenti profondi.

 

 

 

                       

 

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 (59)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 129-138.

(60)Montagu Ashley, Touching: the Human Significance of the Skin. Tr.It. Il linguaggio della pelle di Aldevano

     Becarelli, Garzanti Editore, 1989, pag. 96.

(61)René Spitz, Il primo anno di vita del bambino, Arrnando, Roma 1983.

Con comportamenti sempre sotto controllo è impossibile manifestare l’immediatezza di un sentimento o di un’emozione. Nel processo comunicativo quanto più il messaggio è imprevedibile quanto è più denso di significato. E’ quindi scontato che in un modello comportamentale in cui si teme il contatto corporeo quale prova di verità dei sentimenti provati, domini la prevedibilità di ogni azione, gesto, parola e non ci sia spazio per l’immediatezza e l’imprevedibilità.    

Tenendo presente che le braccia e le mani fanno parte dell’area del corpo connessa al sentimento, in termini di puro movimento, quando le braccia da noi vanno verso l’altro (che si dia un pugno od una stretta di mano) sono da leggere come un segnale del dare. Al contrario i movimenti dagli altri a noi sono da leggere come segnale del prendere.

Il contatto corporeo serve anche a comunicare una relazione di dominanza e di potere, poiché, di norma, le persone che occupano una posizione sociale dominante hanno la libertà di toccare coloro che sono in posizione con minor potere, e non viceversa. E’ anche vero che la persona che tocca, in generale, è ritenuta cordiale, disponibile ed estroversa e, di solito, suscita simpatia. Sotto questo aspetto il contatto corporeo sembra favorire forme di accondiscendenza e di empatia.

Esistono rilevanti differenze culturali: sono definite “culture del contatto” la cultura araba e latina, sono definite “culture del non contatto” quelle nordiche, quella giapponese e indiana.

   

I movimenti di contatto

Si possono classificare i movimenti di contatto in tre tipi:  

§  toccare gli altri;

§  toccare gli oggetti;

§  toccare se stessi.

 

Toccare gli altri.

Tra le forme di comportamento tattile verso gli altri sono considerati: la stretta di mano, i buffetti sulle guance, il solletico, le sculacciate, i pizzicotti, il gioco della lotta, le carezze(62). Ci sono persone che tendono sempre a toccare gli altri, a mettere loro le mani addosso, ad accarezzarli: questo indica che hanno un forte desiderio di entrare in relazione e di essere accettati.

 

Toccare gli oggetti

Accarezzare e toccare ripetutamente gli oggetti è un segnale che indica che si ha bisogno di essere compresi, di essere capiti ed accettati (esempio giocherellare con una matita o simili).

 

Toccare se stessi

Sono considerate forme di auto contatto: il toccarsi i capelli(63), fregarsi il mento con la mano, stirare il lobo dell’orecchio, lisciarsi le labbra, puntare un dito sotto il mento o sugli incisivi inferiori, fregarsi la guancia o il collo, fregarsi gli occhi, arricciarsi i capelli su un dito, toccarsi il naso.

In generale tutti i gesti con cui accarezziamo noi stessi indicano un bisogno di tenerezza e di rassicurazione e vengono usati a volte per esprimere stati di tensione o di ansia e spesso tendono a diventare ripetitivi e tipici della persona.

Riassumendo maggiore contatto corporeo indica maggiore immediatezza e meno controllo; ma può anche significare maggiore richiesta di affetto e di attenzioni ed anche più insicurezza. Viceversa, minore  è il contatto corporeo è  maggiore è il controllo a discapito della spontaneità.

 

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 (62)Montagu Ashley, Touching: the Human Significance of the Skin. Tr.It. Il linguaggio della pelle di Aldevano

     Becarelli, Garzanti Editore, 1989, pag. 195.

(63)Montagu Ashley, Touching: the Human Significance of the Skin. Tr.It. Il linguaggio della pelle di Aldevano

     Becarelli, Garzanti Editore, 1989, pag. 136:

     “ I  peli  sono un importante  annesso della pelle,  costituendo  la via  attraverso la quale  passa gran  parte  della

     stimolazione cutanea.  Probabilmente  i  peli che verso  la fine degli anni  Sessanta  i giovani hanno  incominciato

     a ostentare sul capo e sul viso rappresentano in certa misura l’espressione di carenze affettive, dovute a insufficienti

     sollecitazioni cutanee nell’infanzia”.

In riferimento al sistema aptico , nei primi minuti di un colloquio di counseling, ciò che è possibile valutare per avere una prima idea di chi entra in relazione con noi è la stretta di mano(64). In un primo incontro, infatti, il movimento verso l’altro finisce quasi sempre in una stretta di mano. Prestiamo particolare attenzione al modo in cui la persona ci tocca. Anche questo può essere  identificativo del suo modo di essere e quando ci da la mano fermiamoci a pensare alla sensazione che ne riceviamo:

 

 

§  stretta FORTE: ci sono persone che stringono la mano con tale forza che sembra vogliano stritolarla. E’subito chiaro che si tratta di una persona decisa, abituata al comando o forse uno sportivo non consapevole della propria forza. Una stretta di mano solida e ferma appartiene ad una persona altrettanto attiva e solida (avaro, ruminante);

 

§  stretta MOLLE: al contrario, una mano molle, scivolosa, fa capire che abbiamo di fronte una persona molto timorosa, insicura e forse anche pigra che tende ad essere molto sognatrice o idealista  (invisibile, apatico);

 

§  stretta SFUGGENTE: chi dà la mano con la punta delle dita o offre una presa sfuggente, ritirando la mano subito nel momento in cui avviene il contatto, dichiara di non aver fiducia in se stesso e, forse, neanche in noi che siamo degli estranei ed usa questo stratagemma per tenerci ad una certa distanza (delirante, invisibile);

 

§  stretta UMIDA: se stringiamo nella nostra una mano paffuta e forse anche un pò sudata o con fossette visibili sul dorso, la persona che incontiamo preferisce i piaceri fisici a quelli spirituali ed è forse anche un po’ golosa (adesivo, sballone);

 

§  stretta che RESPINGE: ci può capitare di sentirci come respingere. Il suo braccio resta infatti rigido e ci impedisce di avvicinarci. E’ una sensazione sgradevole ma in questo modo l’altro ci sta tenendo ad una certa distanza (avaro);

 

§  stretta che AVVICINA: capita anche l’opposto. Chi tira il braccio vicino a sé, in modo da farci avvicinare, è molto insicuro o manipolatorio e vuole spostare il rapporto dal piano relazionale e sociale al piano affettivo e più personale (sballone, adesivo).  

 

 

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Stretta di mano

Forte o che respinge

Forte

Sfuggente

Umida o che avvicina

Molle 

Molle o sfuggente

Umida o che avvicina

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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 (64)Anna Guglielmi, Il linguaggio segreto del corpo, Edizioni Piemme Spa, luglio2007, pag. 159 - 163.

SISTEMA PARALINGUISTICO

 

Formazione della voce

Il filo diretto che esiste fra la voce e lo stato d’animo interiore è tale da orientare il tipo di rapporto che si stabilisce fra le persone. Si dice che il suono della voce parla di più delle parole che si dicono.

Il rapporto tra voce e personalità è stato inizialmente  proposto(65) nel campo degli aspetti non verbali dell’eloquio per spiegare la relazione tra alcuni parametri della voce e il carattere.

Questo meccanismo è stato chiamato “espressione diretta” e teorizza una influenza diretta della personalità sulla voce anche se potrebbe essere solo uno stato d’animo momentaneo. Una personalità depressa, ad esempio, tenderebbe a plasmare la voce abbassandone il tono e rallentandone il ritmo.

La voce(66) può essere inserita fra i segnali corporei in quanto prodotta da un sistema  neuromuscolare complesso ed integrato che coinvolge: le vie respiratorie, il torace, il diaframma ed i muscoli addominali, inoltre, come avviene per gli strumenti vocali, mette in moto il sistema di risonanza della colonna d’aria delle diverse cavità (naso, bocca). Molti altri muscoli sono coinvolti nella produzione di suoni: le labbra, le arcate dentarie, la lingua, la faringe, il palato, la laringe e le corde vocali.

La voce per questo risente degli stati di tensione e di rilassamento cui tutto il sistema muscolare va incontro; per cui le contrazioni muscolari che interessano queste parti del corpo “parlano” della storia relazionale della persona. Dunque voce e corpo sono connessi. Il controllo della voce di solito è anche controllo del movimento del corpo ad esempio: una voce monocorde, senza sbalzi di tono e volume, appartiene quasi sempre a soggetti i cui movimenti sono prevedibili e ripetitivi, mentre una voce che si muove su una vasta gamma di toni e di volumi ed è discontinua nel ritmo spesso si accompagna  a maggiore mobilità del corpo ed è meno prevedibile e controllata.

Correlazioni significative tra alcuni tratti di personalità e tonalità di voce vengono presi in considerazione da diversi studi riportati da Luigi Anolli e Rita Ciceri(67) di cui riassumo brevemente ed a livello generale alcuni concetti:

 

§  la gioia si ritrova nell’eloquio normale e veloce e meno in quello sussurato. E’ caratterizzata da una tonalità molto acuta e da un profilo di intonazione progressivo, da un aumento di intensità e di volume e, a volte, da un’accelerazione del ritmo di articolazione;

§  il disprezzo e la tristezza si trovano nell’eloquio lento e meno in quello veloce. Presentano un volume modesto, la presenza di lunghe pause e un ritmo di articolazione rallentato;

§  la collera e la paura  si trovano nell’eloquio a voce alta e più difficile in quello a voce bassa. Sono caratterizzate da un’ aumento dell’intensità e del volume della voce e dalla presenza di pause molto brevi o anche dalla loro assenza e da un ritmo elevato;

§  la tenerezza, al contrario, si trova nell’eloquio a voce bassa e sussurata. Il ritmo è regolare, la tonalità grave e il profilo di intonazione lineare;

 

ed ancora:

 

§  la voce aspirata viene associata a caratteristiche di giovinezza e femminilità. Nella voce femminile l’aspirazione viene percepita come appartenente ad una donna: effervescente, minuta, graziosa e sensibile. Nella voce maschile indica aspetti di creatività e di omosessualità;

 

 

 

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 (65)Scherer, K.R., Judging personality from voice: a cross- cultural approach to an old issue in inter-personal

      perception. Journal of Personality, 1972, pag. 40, 191-210.

(66)Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 143, 144.

(67)Anolli L – Ciceri R., La voce delle emozioni, Franco Angeli, Milano 1992, pag.150-152, pag. 387, 388.

§  la voce esile  viene associata, nel parlato femminile, a persone immature e dotate di humor e molto sensibili;

§  la voce piatta è legata a tratti mascolini e a lentezza e viene anche attribuita a persone scostanti e fredde;

§  la voce nasale è associata a pigrizia, scarsa intelligenza e noia;

§  la voce tesa viene attribuita ad uomini anziani o con scarsa flessibilità o arrendevolezza. Nelle donne viene associata a giovinezza ed emotività;

§  la voce gutturale è legata allo stereotipo dell’uomo maturo e sofisticato, realista e curato nell’aspetto. Nelle donne viene associata a mascolinità, scarsa intelligenza, sensibilità, rozzezza;

§  la voce altisonante chiara e forte viene considerata propria di un uomo energico, interessante, sofisticato, creativo, orgoglioso, un uomo dunque espressivo, aperto e leader. Nelle donne indica una persona gregaria, boriosa con marcato senso estetico.

 

Fanno parte del sistema paralinguistico(68): la durata, intensità/volume, altezza/tono, accento,  intonazione. In particolare: la durata, intensità ed altezza sono i tre fattori prosodici che sinergicamente determinano il tipo di fenomeno vocale a seconda della prevalenza dell’uno sull’altro.

 

Caratteristiche della voce

La durata

E’ il tempo della tenuta di un fono della catena parlata, quando l’allungamento è intenzionale ha una funzione enfatico - espressiva (es.: beeello!!).

 

L’intonazione

E’ l’andamento melodico del flusso dato dalle variazioni di altezza nel corso del discorso. Ogni lingua presenta una tipologia di intonazione della frase con diversi schemi intonativi (es. discendente, ascendente, sospensivo) legati al tipo di frase prodotta (es. affermativa, imperativa, interrogativa, incompleta). L’intonazione delle frasi é fondamentale per la corretta comprensione delle intenzioni comunicative del mittente.

 

L’intensità/volume

E’ il volume dell’emissione fonica: può andare dal pianissimo al fortissimo e dal punto di vista relazionale esprime diverse intenzioni (es.: l’aumento dovuto ad arrabbiatura, ambiente disturbato, richiamo dell’attenzione, sordità ecc..).

Il volume alto aumenta lo spazio sonoro occupato ed è utilizzato per colmare la distanza tra i corpi degli interlocutori e fare arrivare il messaggio. Se, però, si supera una certa soglia il volume alto è percepito come un’invasione acustica. Il volume  alto, se breve, ha la funzione di sottolineare, dare enfasi ad un concetto o ad un passaggio o parola chiave del discorso e anche dimostrare l’importanza del proprio ruolo o la propria autorità.  

Il volume basso riduce lo spazio sonoro e richiede un maggior avvicinamento dei corpi ma se è troppo basso costringe l’altro a fare lo sforzo di decifrare il messaggio.

L’uso del volume alto o basso può significare:

 

§  se alto, una persona autorevole, decisa, in grado di guidare gli altri o attiva ed energica;

§  se basso, una persona discreta e non aggressiva o insicura e sottomessa.

 

 

 

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(68)Albano Leoni F., Maturi P., Manuale di fonetica, Roma 2002, pag. 23-25, 62-79.

     Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 140-142.

L’accento d’intensità

Ha la funzione di accentuare una sillaba rispetto alle altre tramite la variazione prevalente d’intensità. Ha funzione contrastiva per evidenziare la sillaba tonica, demarcativa per segnalare il confine di una parola, oppositiva per distinguere il significato (es. porto/portò).

 

L’altezza/Tono

E’ la frequenza dell’emissione fonica(69) e determina la sensazione di acutezza della voce su una scala che va dall’acuto al grave. Costituisce il fattore fondamentale di caratterizzazione delle voci maschili, femminili ed infantili ed è correlata al tono ed all’intonazione. Dal punto di vista relazionale la sua variazione è correlata al significato implicito del messaggio.    

Il tono acuto si ritrova maggiormente nelle donne ed il tono grave negli uomini; in ogni caso ciascun tono riflette stati di tensione per aver trattenuto emozioni.

Il tono, infine,  è generato dalla tensione delle corde vocali (più esse sono tese, più il tono è acuto; più sono distese, più il tono è grave).

L’altezza della voce, il suo essere così acuta o grave dipende dai tempi assunti nell’ispirazione e nell’espirazione. L’inspirazione breve porta al tipo di respirazione alta che si associa ai suoni di testa cioè  acuti e ai movimenti del corpo tesi e contratti. Respirando alto è come se si rimanesse in superficie, fuori dalle zone più profonde di sé, ma anche da quelle degli altri e ciò porta ad un tipo di rapporto distaccato e di non coinvolgimento. L’inspirazione più lunga porta invece al tipo di respirazione più bassa che si associa ai suoni ventrali, quindi gravi, ed a movimenti del corpo più rilassati creando maggior coinvolgimento nel rapporto.

  

I fattori che principalmente possono rivelarsi utili, ai fini della mia analisi, sono il volume ed il tono.  Il volume più alto può essere associato a persone che hanno un grado maggiore di controllo o di attività, mentre il volume più basso a persone meno aggressive, più pacate o insicure. Invece, toni più acuti sono identificabili con movimenti del corpo più tesi e contratti e dunque a rapporti più distaccati e meno coinvolgenti; toni più gravi a movimenti del corpo più rilassati ed a più coinvolgimento nei rapporti.

 

 

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Volume della voce

Alto

Alto

Basso

Alto

Basso

Basso

Alto

Tono della voce

Acuto

Grave

Acuto

Grave

Grave

Acuto

Grave

  

 

 

 

 

 

 

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(69)Albano Leoni F., Maturi P., Manuale di fonetica, Roma 2002, pp. 23-25, 62-79.

     “Un fono (dal greco "suono", "voce") è articolatoriamente una classe di suoni simili per modalità di  articolazione e

     acusticamente una serie di suoni che condividono un'onda sonora ben definita”  “I foni sono distinti in due  macro

     classi: quella dei vocoidi (vocali), che comprende tutti quei foni acusticamente definibili come suoni, quindi quei foni

     nella cui fonazione l’aria non incontra alcun ostacolo; e quella dei contoidi (consonanti), che ospita tutti quei foni che

     sono acusticamente dei rumori, perché prodotti quando il flusso d’aria s'imbatte in uno o più ostacoli dopo la   

     laringe”.

     Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 140-142.

SISTEMA CRONEMICO

 

La cronemica interessa il modo con cui gli individui percepiscono ed usano il tempo per organizzare le loro attività e per scandire la propria esistenza. In questo ambito si è soliti dividere fra le culture velici e quelle lente.

Le culture veloci sono caratterizzate da un alto grado di industrializzazione, dal benessere economico, da condizioni climatiche fredde, dall’orientamento all’individualismo e al successo, nonché da una elevata densità della popolazione. Esse hanno una prospettiva orientata al futuro, ad obietti a medio e lungo termine e vi domina una concezione che compara il tempo al denaro, spingendo all’accelerazione dei ritmi di vita, sostenuta da innovazioni tecnologiche sempre più potenti.

Le culture lente, invece,  sono caratterizzate da povertà, da condizioni climatiche calde, da un modesto grado di industrializzazione, dall’orientamento alla collettività ed all’armonia e da una limitata densità di popolazione. Esse hanno una prospettiva temporale orientata al passato ed al presente.

Nelle culture veloci i turni di parola nella conversazione sono rapidi, diretti, efficienti e con poche pause. Per contro, nelle culture lente le conversazioni sono meno leste anzi è considerato offensivo accelerare il ritmo e fra uno scambio e l’altro le persone amano prendersi molto tempo per riflettere e meditare. Ma anche all’interno della medesima cultura individui diversi hanno ritmi differenti, dal ciclo del sonno veglia, alla velocità o lentezza nell’assunzione del cibo, nel camminare, nel leggere, nel parlare; infatti ogni soggetto è portatore, spesso inconsapevole, di uno specifico ritmo personale che dà per scontato sia uguale a quello degli altri, ma non sempre è così.

La cronemica indica la presenza di tempi e di ritmi diversi nell’interazione comunicativa.  

Fa parte del sistema cronemico “ il ritmo” che comprende:  la velocità dell’esecuzione, le pause piene (es. ehm mmh) e le pause vuote (il silenzio). Parte dell’efficacia comunicativa dipende da un uso adeguato di questi elementi durante il colloquio.

 

Ritmo

Il Ritmo è la sequenza di emissione dei suoni. Etimologicamente il termine  viene dal greco e deriva dal verbo scorrere o fluire e con Platone diventa “ordine nel movimento”(70).

Con il termine “ritmo” ci si riferisce ad ogni evento in natura, movimento umano compreso, che suppone un’attività continua e contempla una successione degli eventi in tempi alterni. Così definito si può rintracciare in ogni ciclo cosmico o biologico cioè in tutti i fenomeni periodici, attività umane e relazionali comprese.

Il ritmo ha principalmente la funzione di sostegno nella relazione e le sue caratteristiche sono:

 

§  velocità           ------->             lento/veloce

§  continuità       ------->             continuo/discontinuo

§  pausa              ------->             piena/vuota

 

La velocità nel parlare, indicata dalla durata dell’emissione del suono, può essere lenta o veloce ed è responsabile di un parlato più accurato e scandito, oppure, di uno più informale e trascurato. La gradazione, che va dal più lento al più veloce, è descritta con i termini del movimento musicale: adagio, lento, andante, allegro, presto(71).

In un’unità di tempo definita possono essere dette molte o poche cose e questo ci fa capire se una persona é lenta o veloce nel parlare.

 

 

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(70) Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 152-165.

      Fraisse P., Psicologia del ritmo, Armando Editore, Milano 1983.

(71)Albano Leoni F., Maturi P., Manuale di fonetica, Roma 2002, pag. 23-25, 62-79.

Parlare lento lascia  molti spazi per l’elaborazione del pensiero, fare collegamenti, confronti, riflessioni. Parlare veloce, invece, non lo permette e  costringe chi parla e chi ascolta ad avere un pensiero altrettanto veloce. La lentezza, se da una parte ha effetti calmanti, dall’altra parte non tiene però desta l’attenzione di chi ascolta; all’opposto, la velocità ottiene attenzione  ma può suscitare ribellione in quanto chi ascolta deve mantenere il ritmo imposto dall’altro.

Il parlato più accurato e più lento è associato ai registri formali e colti.

Il parlato più trascurato e più rapido è associato ai registri informali e colloquiali.

 

Pausa

La pausa è la sospensione di un ritmo in favore di un altro: un momento di discontinuità rispetto alla continuità che è stata avviata e che potrebbe essere diventata non più necessaria o utile ai fini della comunicazione in atto.

Si è creativi quando si riesce a cambiare un ritmo e non se ne mantiene uno in modo ossessivo. Il movimento creativo non sta nel compiere sempre la stessa azione ma nel saper interrompere il ritmo, mettere in atto una pausa, cogliere la necessità di un cambiamento e riprendere con un altro ritmo. Se l’elemento pausa viene inserito nella comunicazione senza musicalità, infastidisce e crea ansia.

Nelle conversazioni molto spesso la pausa viene riempita con ripetizioni di parole ed argomenti non necessari perché non la si sa gestire. La funzione della pausa è invece quella di ascolto del clima che si è venuto a creare per rendersi conto se i ritmi di ciascuno sono rispettosi dell’altro. Più è alto l’ascolto più possiamo cogliere il  “qui ed ora “ che il ritmo ci segnala.

La pausa serve per il feedback in termini di risposta di ritorno a quanto abbiamo inviato. Tale risposta spesso si evince, sul piano non verbale, da come l’altro si muove, ci guarda, dall’espressione del volto, dai cenni del capo. Successivamente possiamo decidere se approfondire  un argomento, se aumentare o diminuire la velocità o se ascoltare solamente.

La pausa, infine, può essere vuota o piena ed ha le seguenti funzioni:

 

§  lasciar spazio all’altro;

§  rielaborazione, riordinamento mentale ed emozionale;

§  riordinare le informazioni sia quelle ricevute che quelle da dare;

§  ascoltare l’altro in termini di contenuto;

§  ascoltare l’altro in termini di feedback;

§  cambio di ruoli tra emittente e ricevente.

 

La pausa vuota altro non è che il “silenzio”, che si può definire anche una strategia della comunicazione, in quanto, a volte può essere di natura ambigua e/o variare in relazione al contesto, alla situazione, al tipo di rapporto esistenze tra i partecipanti alla comunicazione, alla cultura di riferimento. Può essere l’indizio di un ottimo rapporto e di una comunicazione intensa oppure il segnale di una pessima relazione e di una conversazione deteriorata. Alcune sue possibili funzioni sono(72): affettiva (può unire due persone o separarle), di valutazione (può segnalare consenso ed approvazione o dissenso e disapprovazione), di rivelazione (può rendere manifesto qualcosa a qualcuno oppure nasconderlo e diventare una barriera), di attivazione (può indicare forte concentrazione o dispersione mentale).

 

 

 

 

 

 

 

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 (72)Anolli L. (a c.di), Psicologia della comunicazione, Mulino, Bologna 2002, pag 207-241.

Il silenzio è governato da un insieme complesso di standard sociali definiti come “regole del silenzio”. Esse indicano dove, quando, come e per cosa usarlo e vengo imparate dal bambino fin da piccolo insieme all’apprendimento del linguaggio. In generale, il silenzio è associato a situazioni sociali in cui la relazione fra i partecipanti è incerta, poco conosciuta, vaga, ambigua. In tali situazione è prudente non esporsi (infatti si nega ai bambini di parlare con gli estranei). Invece, nel caso di diversità di status sociale, l’individuo che occupa la situazione subalterna tende a mantenersi in una situazione di silenzio e di ascolto. Al contrario, chi ha maggiore peso decisionale parla di più.

 

Le pause piene sono i suoni vocali che si producono involontariamente nell’ascolto (anche se si possono emettere mentre si parla) e sono:

 

Gridi di reazione(73)

§  esprimono disagio in uno stato di transizione nel passaggio dal freddo al caldo e viceversa. Sono suoni del tipo: ”AHH!!! HFF!! BRR!!”;

§  rivelano una perdita di controllo ad esempio per avere fatto un errore : “OHH!!!”,

§  svelano il trasalimento da sorpresa o minaccia: “UUH!”;

§  danno il tempo di pensare: “ UMM!!”;

§  dimostrano ribrezzo: “BEEH! IIIH!”;

§  comunicano esclamazioni di dolore: “AHI!”.

 

Raschiamenti di gola

§  schiarire o raschiare la voce - é un suono che comunica più cose per esempio: segnala la nostra presenza, che vogliamo prendere la parola, distrazione quando l’interlocutore non fa pause, disappunto o malore in genere;

§  spasmi - Sono suoni del tipo: tosse breve (disagio fisico o irritazione), starnuti (insopportabilità di una situazione), riso prolungato (richiesta di visibilità), pianto (sofferenza, richiesta di attenzione), gemito (sofferenza, seduzione);

§  battiti - possono essere: i colpetti con le mani, colpetti alle spalle, brevi applausi, che possono essere fatti sia per segnalare piacere o presenza, forme di educazione, affermazione di potere.        

 

Con riferimento ai tratti caratteriali, il  ritmo più veloce può essere associato a persone con caratteristiche più dinamiche, più aperte e  meno riflessive. Al contrario il ritmo più lento può essere riferito a persone con caratteristiche di maggiore controllo o più riflessive, calme e pacate.

 

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Ritmo velocità

Lento

Veloce

Lento

Veloce

Molto lento

Lento

Veloce

Ritmo continuità/pausa

Continuo/senza pause

Incalzante/senza pause

Discontinuo con pause

Continuo con  pause ad effetto

Continuo con lunghe pause

Discontinuo con pause

Continuo senza pause

 

 

 

 

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(73) Goffman Erving, Form of talk.Tr.It. Forme del parlare di Franca Orsetti, Il Mulino, Bologna 1967, pag 27:

     “I suoni vocali … non sembramo mai destinati a restare innocenti”.

     Goffman Erving, Form of talk.Tr.It. Forme del parlare di Franca Orsetti, Il Mulino, Bologna 1967, pag 143:

     “I gridi di reazione non sono parole in senso pieno, Ahi! Ne è un esempio, … non si rivolgono parole ad

      un’altra persona e neppure, sembra, a se stessi ”.

SISTEMA VESTEMICO

 

Ogni cultura attribuisce un valore al modo di vestirsi, al trucco e parrucco, agli oggetti indossati, tale da influenzare le relazioni.

Gli abiti sono una parte importante con cui copriamo il nostro corpo e lungi dal servire solo a coprire hanno assunto la capacità di segnalare i propri gusti e i propri atteggiamenti verso gli altri e verso la vita in generale. Il corpo e l’aspetto sono curati insieme all’abbigliamento con il fine dell’auto-presentazione. Se riusciamo a trasmettere agli altri determinate impressioni con il nostro modo di presentarci è probabile che ci rendano comunicazioni che confermino la nostra auto-presentazione e ci rendano più sicuri e fiduciosi della nostra identità.

Importanti sono anche gli attributi del viso (barba, baffi, occhiali, capigliatura) che costituiscono una cornice al viso stesso e che influiscono la percezione della persona in quanto costituiscono delle guide di osservazione: una persona con la barba o con gli occhiali non è più la stessa di prima perché questi attributi modificano la percezione dei lineamenti del viso nonostante essi rimangano invariati.

 

Riferimenti socio - culturali

Fin dal Paleolitico l’uomo ha cercato di rappresentare la realtà che lo circonda  tramite l’uso di simboli e colori. Naturalmente agli albori l’abito non era molto evidente. A quel tempo la necessità primaria era quella di coprire il corpo per ripararlo dal freddo. I primi indumenti erano pelle e pellicce che solo con il tempo l’uomo imparò a conciare e a lavorare.

Le scoperte fondamentali che diedero inizio alla creazione dell’abito vero e proprio furono: l’invenzione dell’ago, in seguito l’uso di fibre animali (lana) o vegetali (corteccia di gelso o fico) e  più tardi la lavorazione delle fibre tramite la tessitura.

Le popolazioni antiche come Egizi, Assiri, Greci, Romani, hanno sempre utilizzato l’abbigliamento per differenziare le classi sociali. L’abito serviva a comunicare l’appartenenza ad una classe sociale che difficilmente poteva mutare nel tempo.

In Egitto gli appartenenti alle classi inferiori  e gli schiavi spesso erano del tutto nudi o quasi. In un periodo di quasi tremila anni i cambiamenti furono di minima entità(74). I vestiti erano simili per tutti: un pezzo di tessuto portato a perizoma di lino che era portato inamidato dalle classi alte.

In Grecia fino all’epoca di Alessandro Magno il costume  non ebbe particolari innovazioni. Era costituito da rettangoli di stoffa di varie dimensioni (colorati per i ceti meno poveri). Gli abiti erano molto semplici e grande importanza veniva data alla capigliatura (portare i capelli arricciati era indice di ricchezza). Gli Etruschi portavano abiti cuciti e drappeggiati. Dagli Etruschi i Romani ereditarono la toga, indumento indossato solo dalle classi superiori (senatori). Acconciature e gioielli rivestivano grande importanza per la distinzione delle classi sociali .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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(74) Umberto Dante, L’utopia del vero nelle arti visive, Meltemi, Roma, 2002, p.26:

      l’ordine e l’armonia erano il fondamento della società nell’antico Egitto: “Al principio dei tempi esisteva soltanto il

      Nun una massa increata, non organizzata (…). Le invasioni del Nun sono già avvenute in passato rendendo peggiore

      e più precario il mondo. Il sogno della cultura egizia consiste in un ritorno ai giorni della creazione, a un’età positiva

      in cui l’ordine, il Maat, aveva appena costruito il mondo e lo dominava (…). Maat è nella storia dell’umanità la più

      pura e coerente concezione dello stato autoritario e conservatore, totalmente refrattario ai valori dell’innovazione”.  

 

Dal quattordicesimo secolo in occidente assistiamo ad un fenomeno nuovo che è “la moda” (75).  Nel medioevo e primo rinascimento nasce un nuovo apparato, anche commerciale, attorno alla fabbricazione degli abiti ed alcuni mestieri acquisiscono grande importanza (tintori, rivenditori di panni, mercanti di sete, conciatori e cuoiai, calzolai, sarti, merciai). La situazione è invece  differente in molte altre società (es. Cina e Giappone) dove almeno fino al diciottesimo secolo la moda rimane un fenomeno sconosciuto. Società statiche, pietrificate economicamente e divise rigidamente in caste non possono essere contagiate da desiderio di mutamento, da tentazioni di uguaglianza sociale o differenziazione individuale.

Dal medioevo in poi i nobili e le classi borghesi faranno di abiti e suppellettili preziosi i loro segni distintivi escludendo da questo gioco di novità ed opulenza le classi inferiori. L’ambiente delle corti era il luogo primario di sfoggio degli abiti fra il XIV ed il XVI secolo (76). La corte era una vasta scena sulla quale si muovevano molteplici personaggi dove ogni cortigiano, attraverso l’abito e le pietre preziose, partecipava al gioco dell’ostentazione (77) che serviva a sottolineare la potenza della corte. I colori avevano un ruolo fondamentale ed erano usati per rendere evidenti l’inclusione o l’esclusione di un individuo da un gruppo sociale (78). I colori vivaci erano più amati dalla nobiltà e dall’alta borghesia mentre per esempio, prostitute, boia, lebbrosi, vagabondi, falsari, eretici, dovevano usare colori diversi da tutti gli altri membri della società.

Il colore non solo viene usato per distinguere la ricchezza, ma anche l’onestà e l’appartenenza religiosa. E’ il colore a distinguere gli abiti dei frati che indossavano sempre colori scuri come segno visibile di appartenenza alle classi sociali più basse e più povere. I vescovi vestivano più riccamente con colori scarlatti, vermiglio o violetto. Ovviamente i Papi vestivano ancora più sfarzosamente come si confaceva al loro rango appartenente sempre alle classi nobili. Le classi più povere (il lavoro nei campi era sempre quello maggiormente praticato) indossavano i loro abiti quotidiani, di solito di un solo colore, ottenuti con tinture di seconda scelta o dal colore naturale delle fibre o della lana. 

Nel 1700 la corte di Versailles gode di un tale prestigio che permette a tutta la Francia di dominare l’Europa. Per le classi alte la moda elegante è solo quella francese. I tessuti sono sontuosi e splendidi. Con la Rivoluzione Francese il costume aristocratico settecentesco venne spazzato via, i tessuti ricamati vennero sostituiti da sete in tinta unita e da velluti.

L’abbigliamento all’inizio del 1800 abbandona l’austerità e ritorna alla semplicità come dettato dallo stile impero napoleonico e verso la metà del secolo si inizia ad utilizzare un abbigliamento estremamente stratificato con l’utilizzo della crinolina per le donne. Sotto le gonne si iniziano ad utilizzare dei mutandoni orlati di pizzo (segno di appartenenza al ceto signorile).

 

 

 

 

 

 

 

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 (75)Ann Mari Sellerberg, Moda, in Enciclopedia delle Scienze sociali, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1994  

      Vol. 5, pp. 739-746:

      “ La parola moda viene dal, latino modus, cioè modo, foggia, ma anche giusta misura, e, infatti, è sempre stato

      considerato moda ciò che viene percepito come adeguato, giusto e opportuno in un determinato momento e in un

      certo luogo, in situazioni e in epoche differenti”.

(76) Norbert Elias, La società di corte, Il mulino, Bologna, 1980:

     “Nell’etichetta la società di corte si rappresenta per se stessa; ogni singolo individuo si distingue dagli altri e tutti

     insieme si distinguono dagli esclusi”.

(77)Maria Fiuseppina Muzzarelli, Guardaroba Medioevale. Vesti e società dal XVIII al XVI secolo, Il Mulino, Bologna,

     1999, p.268.

(78) Lia Luzzatto, Renata Pompas, I colori del vestire, Hoepli, Milano, 2001.

Verso la fine del 1800, grazie a numerose scoperte scientifiche, la vita pratica delle persone si semplifica ogni giorno e soprattutto  i giovani  vanno a ricercare la libertà. Lo sport soprattutto  influenzerà notevolmente la moda del periodo. In esso sono contenuti i valori di velocità, perfezione, aspirazione al successo, lo spirito competitivo che caratterizzeranno la crescente rivoluzione industriale(79).

La prima guerra mondiale spazzò via l’immagine della donna decorativa e fragile, sempre tenuta al margine delle attività produttive e decisionali e si cominciano ad esaltare i pregi di razionalità e funzionalità per entrambi i sessi.

 

 

Esistono tre tipi di società che utilizzano “la moda” in modo differente.

§  il primo è rappresentato da una società in  cui esistono classi sociali ben definite e gerarchicamente ordinate. In questo primo stadio il fenomeno della moda emerge nella cerchia ristretta della nobiltà;

§  nel secondo stadio le rigide differenze fra la classe dominante e le altre classi si attenuano. La moda elitaria della classe superiore diventa un modello da seguire per le altre classi sociali e quindi l’elite è costretta ad adottare una strategia di cambiamento continuo delle mode per mantenere un proprio status rispetto alle classi inferiori;

§  il terzo è quello delle società democratiche egualitarie (ciò che ha caratterizzato l’occidente durante il 1900 e soprattutto dopo la seconda guerra mondiale)  in cui si sono sviluppate tecnologie industriali. In quest’ultimo tipo di società la moda si diffonde in tempi rapidi raggiungendo i diversi settori sociali sotto forma di prodotti di massa e invadendo man mano tutti campi della vita quotidiana (professioni, atteggiamenti, idee ed interessi, sono tutti soggetti alla dinamica della moda).

 

Abbigliamento

Se le funzioni del coprirsi e difendersi dal freddo e dal caldo potrebbero essere assolte anche da vestiti impersonali dai colori neutri, la trascuratezza dell’uomo moderno non è più sintomo di chi non ha denaro o tempo per curarsi. Oggi l’uomo è ricettivo al richiamo della moda, grazie anche all’utilizzo del colore ed alle varie qualità del tessuto, ed è un fenomeno attualissimo collegato alla società in cui viviamo ed ai suoi continui cambiamenti.

Gli abiti possono dire molto di una persona: assolvono, infatti, una funzione relazionale e possono identificare differenze sociali e culturali.   

L’abbigliamento trasmette, infatti, significati condivisi attraverso stoffe, colori, foggia, elementi legati fortemente al contesto storico, politico e sociale di cui fa parte. Esprime la condizione sociale e culturale delle persone, i loro sentimenti, le loro emozioni ed il loro profilo.

Secondo René Konig (80) sono  quattro i fattori  che permettono di spiegare la presenza della dinamica della moda nella nostra società quali:

 

§  la tendenza dell’uomo ad esibire il proprio ornato e decorato;

§  la curiosità ed il desiderio di esplorare;

§  il bisogno di farsi notare;

§  la ricerca di una conferma e dell’approvazione da parte del proprio contesto sociale.

 

 

 

 

 

 

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 (79) Daniela Calanca, Storia sociale della moda, Bruno Mondadori, Milano, 2002.

(80) Konig René, Il potere della moda, Liguori, Napoli, 1992, p.175.

John Carl Flugel (81) identifica tre motivazioni che stanno alla base dell’abbigliamento e che sono:

 

§  ornamento o decorazione;

§  pudore;

§  protezione.

 

Flugel fa notare che: “ lo scopo essenziale dell’ornamento è quello di rendere l’aspetto del corpo più bello, in modo da attrarre l’ammirazione di altre persone ed aumentare l’autostima; lo scopo essenziale del pudore è, se non il contrario, almeno molto in contrasto e tende a farci nascondere gli eventuali pregi o difetti del corpo e cercare di non attirare l’attenzione degli altri su di noi”(82). L’atteggiamento conflittuale fra queste due motivazioni porta ad un atteggiamento ambiguo nel modo di vestire che si esprime nel mostrare e nel nascondere.

 

Ornamento o decorazione

Gli abbellimenti corporali consistono nella modifica del corpo stesso e sono:

§  gli sfregi         (es. cicatrici);

§  i tatuaggi;

§  le mutilazioni (es. i piedi piccoli delle donne cinesi, i fori nei lobi delle orecchie per gli orecchini);

§  le plastiche estetiche.

Gli ornamenti esterni sono vestiti od oggetti ornamentali che in genere aumentano:

§  l’altezza (tacchi delle scarpe, pettinature);

§  dominio sul sesso opposto (imbottiture delle spalle, decorazioni militari);

§  i movimenti del corpo (penne, piume, nastri, sciarpe, gonne larghe e lunghe);

§  l’attenzione alle forme tonde del corpo (cinture, bracciali, anelli);

§  l’attenzione alle gambe (gonne strette e corte);

§  l’attenzione ai capelli (nastri, fiori);

§  l’attenzione al viso (trucco occhi e labbra);

§  la ricchezza dei vestiti (marche e decorazioni sartoriali).

 

Il pudore

Il senso del pudore ci ordina di astenerci da certe azioni e ci procura una certa inibizione verso certe tendenze che principalmente sono:

 

§  esibizione delle gambe. 

§  esibizione della nudità corporea;

§  impedire l’insorgere negli altri del desiderio sessuale;

§  forme sessuali di inibizione;

 

La protezione

Oltre che ripararsi dal freddo o dal caldo, ci si ripara contro le ostilità del mondo e dalla mancanza d’amore o insicurezza. In questi casi ci ritiriamo sotto la protezione dei nostri abiti.

 

 

 

 

 

 

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 (81) Liliana Paola Pacifico, La comunicazione non verbale, Xenia  S.Vittore Olona (MI) 2008, pag. 37-39.

(82) Johan Carl Flugel, The Psychology of Clothes, Tr.It. Psicologia de l’abbigliamento, Gianni Ribaldi, Francesco

      Angeli Editore, Milano 1978, pag. 54,55.

Capelli,  barba e baffi

Anche capelli, barba e baffi hanno un loro linguaggio: colore, taglio, modo di pettinarli, possono dire molto di una persona. Sono gli attributi del corpo più legati sia agli influssi culturali che all’espressione di forza, potere, libertà o trasgressione. I miti e le leggende ne sono testimonianza: l’abbondante capigliatura è stata indicata come forza spirituale che si realizza in gesti epici, l’ abbondante peluria, barba e baffi compresi, è stata indicata come forza materiale.

La pettinatura arruffata è sintomo di confusione di idee o di mancata chiarezza.

La pettinatura stravagante è portata da giovani donne e uomini per farsi notare.

La pettinatura a spazzola per l’uomo indica un carattere ostinato e testardo.

I capelli pettinati all’indietro nell’uomo indicano una persona ricca di risorse ed aperta.

I capelli pazzi all’apparenza che sembrano un’opera d’arte indicano inacessibilità.

La pettinatura sciolta nelle donne indica apertura, esuberanza, una persona che ama le sfide e le emozioni.

I capelli legati nelle donne sono segno di chiusura, ritegno, disciplina, controllo.

I capelli corti nelle donne indicano rinuncia parziale alla femminilità e una ricerca della praticità.

Barba e baffi non obbediscono solo ai dettami della moda e per alcuni psicologi chi porta barba e baffi ha sempre qualcosa da nascondere oppure li utilizza come ornamento per attirare attenzione. Se folti possono indicare che la persona è più propensa ad attività fisiche, che è robusta, pratica. Se radi la persona tende maggiormente ad attività mentali ed è più delicata.    

 

Oggetti

Prestiamo molta attenzione agli oggetti che la persona porta con sé. Ognuno di essi ha un significato: ombrelli, borse delle donne, occhiali, portachiavi, telefonini, tutto quello che attrae la nostra attenzione e che ci può fornire qualche indicazione utile. Infatti l’aspetto curato o meno ne rivela il  controllo,  mentre la quantità e la grandezza ne rivelano l’aspetto affettivo. Cerchiamo di notare la praticità o l’eleganza, i colori e le forme (per esempio se ci troviamo di fronte una donna con una enorme borsa proviamo a chiederci: “ ma quante cose porta con sé?” “come mai necessita di una borsa così grande?”  “riflette un suo bisogno di riempire?”; significato diverso potrebbe avere una borsa portata a tracolla e di stoffa oppure una molto  piccola o di una marca costosissima).

Se ci troviamo di fronte una persona che porta gli occhiali, teniamo presente che costituiscono sempre una barriera, osserviamoli attentamente. Chi vuole apparire freddo ed autoritario, tecnico o professionale, sceglierà una montatura piccola e metallica; l’effetto contrario si ottiene, per non essere presi troppo sul serio, indossando montature di plastica colorata.          

 

Persone più sicure di sé, disinibite ed estroverse useranno, pertanto, un abbigliamento più colorato, appariscente, con maggiori ornamenti, e porteranno tendenzialmente i capelli più lunghi e sciolti. Persone più insicure e pudiche tenderanno ad utilizzare vestiti meno colorati, più larghi e lunghi, pettinature più corte e meno curate. Infine persone più colte o controllate si vestiranno tendenzialmente con tessuti di maggiore qualità ed anche il taglio dei capelli sarà più attento e curato (corto o trattenuto in code o legati per le donne).      

 

 

Avaro

Ruminante

Delirante

Sballone

Apatico

Invisibile

Adesivo

Abbigliamento

 

Curato e raffinato

Pratico ed informale

Informale e disordinato

Elegante ed dalla moda

Elegante e adeguato

Trascurato e sobrio

Colorato ed eccessivo  

Capigliatura

Curata corti o raccolti

Naturale o pratica

Naurale e disordinata

Alla moda o naturale

Curato

 

Poco curata

Naturale o ricercata

 

 

 

 

 

 

 

RIEPILOGO DELLE TIPOLOGIE

 

Riassumo di seguito per ogni idealtipo, secondo il modello di “Prevenire è Possibile“, le caratteristiche principali in termini di comunicazione non verbale e dei suoi sistemi:

 

Avaro

Il tratto caratterizzante di questo tipo è il controllo. I suoi movimenti sono rigidi e controllati ed a volte anche a scatti. La gestualità è limitata. Gli occhi sono vivi e sempre attenti in un volto controllato e privo di espressione. Solitamente la parte superiore del corpo è ben sviluppata: spalle e  petto sollevati, dorso solido ed impettito  e la pancia indentro. Se viene  invitato a sedersi tiene una postura  composta ed educata ma rigida; si tiene ben ritto sulla schiena ed in posizione di attento ascolto. E’ una persona che tendenzialmente ha molta cura di sè e dà una sensazione di ordine e precisione, infatti,  nulla sarà mai fuori posto (abbigliamento compreso che potrebbe apparire molto curato e con stile). La postura è differente fra uomo e donna: l’uomo tende a tenere la testa alta, spalle indietro, petto in fuori: si nota quindi un inarcamento, anche lieve, della schiena all’indietro, i glutei sono contratti e le gambe e  le ginocchia tese. Questa postura lascerebbe però la donna scoperta ed indifesa che quindi tende a spostare in avanti le spalle per proteggersi e di conseguenza anche la testa risulta meno alta di quella dell’uomo. La voce ha il volume alto ed il tono acuto. L’eloquio é lento ma continuo.    

 

Ruminante

Il tratto caratterizzante di questo tipo è l’attivazione. E’ una persona sempre in movimento, energica, pratica e muscolosa. I suoi movimenti sono veloci e potenti. La gestualità è necessaria per scaricare energia in eccesso. Le spalle e il petto sono sviluppati e protesi in avanti verso le cose. Se viene invitata a sedersi difficilmente riesce a stare ferma e troverà il modo di muoversi, anche solo impercettibilmente. E’ impulsiva e la sua postura non è composta ma molto pratica e pronta all’azione. Anche il modo di vestire è pratico e naturale, a volte sportivo. La mimica facciale riflette il suo modo di essere: è una persona impulsiva, energica e diretta. Non ha il tempo di controllarsi ed anche il volto evidenzia questo aspetto e quello che lei prova apparirà anche dalle sue espressioni in quanto non le controlla.

Il Ruminante si pone in atteggiamento d’azione: le spalle sono aperte con dorsali e trapezio ben sviluppati (busto solido e compatto), il corpo proteso in avanti. Se uomo i piedi e le gambe non sono vicini ma uno davanti rispetto all’altro; le spalle sono in avanti e cariche, la testa  in avanti in una posizione poco difensiva. Se donna assume la postura della donna avara: spalle in avanti (per proteggersi), testa e corpo ben dritti e fermi. La sua voce é tuonante ed energica come quella dell’avaro solo più grave. L’eloquio è veloce e continuo (è una persona d’azione la lentezza e la riflessione non gli si addicono).       

 

Delirante  

I tratti caratterizzante di questo tipo sono l’attivazione ed il controllo (è un andare verso per poi distaccarsi e viceversa). Appare come una persona distante o distaccata. Possiamo paragonarlo a quelle persone che di solito vengono definite “sempre con la testa fra le nuvole” come se fossero “sospesi per aria”. I suoi movimenti appaiono ciondolanti dando la sensazione che il corpo e la mente siano separati e i movimenti corporei non siano in qualche modo controllati (il corpo da una parte e la mente da un’altra).

 

 

 

 

 

E’ un tipo mentale e molta più importanza riveste la mente rispetto al corpo. Può apparire anche come una persona disordinata nei gesti e nel modo di vestire (o quanto meno non concreta dando la sensazione di dover essere riportata sulla terra ferma con i così detti “piedi per terra”). Se invitata a sedersi potrebbe assumere una postura ciondolante o comunque disordinata in quanto per lei è irrilevante il modo di stare seduta. Molto importante allora è osservare i suoi gesti e la mimica facciale che potrebbero rivelare molto di lei perché dando più importanza alla mente potrebbe  lasciar passare, attraverso il corpo, delle informazioni molto utili. Il suo modo di vestire spesso non segue la moda e gli abiti sono indossati con imprecisione (camice non abbottonate, colori non coordinati e così via). La voce è bassa ed acuta. Il ritmo nel parlare è lento e discontinuo (ricordiamoci che è immersa sempre nei suoi pensieri e non li esplicita chiaramente e fino in fondo pensando che essendo logici per lei lo debbano essere anche per gli altri).   

L’individuo di questo tipo appare dinoccolato e, solitamente, ha le spalle e  le braccia magre e il quadrate ed il  torace incassato. Le gambe fanno da perno per la parte superiore del corpo che appare rigida ma dondolante. La donna presenta la stessa struttura ma appare più delicata ed eterea ed  il suo modo di camminare assomiglia molto a quello di una ballerina “in punta di piedi”.  

 

Sballone 

Il tratto caratterizzante di questo tipo è l’arousal. Appare come una persona coinvolgente, allegra, espressiva e solare. In alcune occasioni i suoi comportamenti possono sembrare passivi e superficiali anche se in realtà sono opportunisti ed intenzionali. I suoi movimenti sono leggeri, armoniosi ed eleganti. La sua postura è abbastanza corretta, longilinea ed armoniosa con una muscolatura equilibrata e più sviluppata negli arti a discapito del busto, del torace e del bacino; le spalle sono aperte ed il corpo eretto e fiero. Se invitata a sedersi utilizza una postura sciolta ed elegante e molto spesso assumerà l’orientamento a ¾ delle persone da palcoscenico. Il suo abbigliamento è ricercato, colorato, raffinato ed elegante. La mimica facciale e gestualità sono molto espressive: essa infatti tende a nascondere le proprie emozioni con un affascinante sorriso così mentre parla sarebbe saggio controllare se, per esempio, avvicina le mani al volto, in quanto, secondo la comunicazione non verbale, è indice di menzogna. Il volume della voce è alto ed il tono grave. L’eloquio continuo e veloce con utilizzo di pause ad effetto (cerca sempre di far ricadere l’attenzione su di sé e cerca sempre un pubblico per raccontare e raccontarsi). 

 

Apatico    

I tratti caratterizzante di questo tipo sono: bassi l’arousal, l’attivazione e il controllo. Appare nelle eccezioni positive come una persona quieta e calma  oppure amorfa (senza forma),  apatica e spenta in quelle negative. Questo tipo di persona cerca di raggiungere il massimo con il minimo sforzo: è come se lavorasse sempre a risparmio energetico cercando di fare il minimo indispensabile. I suoi movimenti non sono mai eccessivi o veloci ma, al contrario,  lenti, calmi e poco rumorosi. Se è invitato a sedersi prende forma: la sua postura é rilassata e la gestualità ridotta al minimo. La mimica facciale è inespressiva (in questo caso anche un minimo movimento potrebbe nascondere tantissimo). In generale il suo modo di porsi non desta particolare attenzione come se fosse, appunto, impersonale. Per la sua proprietà di adattamento, il suo modo di vestire è appropriato a tutte le situazioni e  di solito non è quasi mai trascurato.

Fisicamente ha una muscolatura scarsa e morbida, con gambe però solide; pare come appoggiato sulle sue ossa, morbido  e molle, senza tensioni e con i piedi ben appoggiati per terra. La sua voce é bassa e grave. L’eloquio é lento e monotono con pause molto lunghe, infatti tende a mantenere lo stesso tono e ritmo per tutta la conversazione a costo di sembrare senza espressione e noioso.     

   

 

 

 

 

Invisibile