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Da molti anni l'attività di Prevenire è Possibile è legata al lavoro di formazione dei responsabili della Comunità Incontro nei confronti della quale è stata anche organizzata la rielaborazione della sua storia raccontata nel volume

 

I VOLTI I NOMI E LA STORIA DELLA COMUNITA' INCONTRO

 

 

 

La Comunità Incontro, scuola di vita e proposta di vita,

 

come risposta ad un'infanzia

 

e ad un'adolescenza negata e bruciata

 

 

 di Don Pierino Gelmini

 

 

1.  Il disagio: linguaggio di chi parla senza voce

 

E' storicamente e strutturalmente impensabile un approccio del sottoscritto al mondo della pedagogia diverso da quello raggiunto attraverso un percorso che va dall'esperienza personale alla scienza e, dunque, un approccio che, sempre in crescita nelle sue scoperte, però non rinuncia ad alcuni capisaldi: atteggiamento, questo, che - del resto - credo corretto anche da un punto di vista scientifico. E il caposaldo fondamentale è la convinzione (o l'assunto) che la persona umana nella sua realtà profonda sia la stessa sotto ogni latitudine, razza, condizione sociale, religiosa e culturale.

 

 Da questa convinzione deriva la scelta di privilegiare l'attenzione alla persona umana rispetto alle condizioni strutturali in cui questa si trova a vivere, e di porre l'uomo come soggetto determinante sia delle dinamiche relative alla propria crescita personale sia dei meccanismi che producono l'evoluzione o l'involuzione della società.

 

L'esperienza centrale, che ha fatto da cerniera tra queste convinzioni di fondo e la loro realizzazione concreta nella storia ultratrentennale della Comunità Incontro, è stata quella dell'incontro tra il sottoscritto e Alfredo Nunzi a Roma, in piazza Navona, il 13 febbraio 1963. La sua domanda di diciottenne abbandonato sulle scale della  chiesa di S. Agnese dopo l'ennesima nottata di sballo fisico e mentale, e soprattutto di giovane solo e sfruttato  ma totalmente lasciato a se stesso da un punto di vista affettivo, educativo, di determinazione del suo presente e di costruzione del suo futuro, è stata "A zi' prete, damme 'na mano". Questo poteva significare di tutto, e infatti ho provato ad offrirgli del denaro o di portarlo all'ospedale.

 

Solo l'assunto di fondo della centralità della persona (che nella pedagogia cristiana si riassume nel concetto di carità, intesa come virtù: amore universale), di fronte ai dinieghi di Alfredo mi ha fatto andare oltre, fino a portarlo a casa mia. E' questa centralità che pone la persona prima della struttura e delle sue capacità (o incapacità) di relazione all'interno di essa: capacità di parola, di farsi valere, di utilizzare determinati strumenti scientifici, economici o di potere politico. E allora l'attenzione a chi parla senza voce non è più un mero atteggiamento caritativistico di un certo mondo cattolico, ma un principio fondamentale per costruire l'unica società possibile: quella a misura d'uomo.

 

a) Vivere un disagio significa anche essere incapaci ad esprimerlo

 

Il disagio, in questa ottica, non è più un incidente di percorso individuale, il limite soggettivo di qualcuno, ma la cartina di tornasole di un'anomalia sociale alla quale si può rimediare anche a livello strutturale ma solo avendo prestato orecchio e dato voce a chi ne porta maggiormente il peso e paga il prezzo più salato. E la domanda di aiuto di Alfredo, se nella sua formulazione era generica, a saperla ascoltare senza schemi preconcetti e senza difese o preclusioni personali esprimeva il vero disagio e il bisogno della persona.

 

Questa incapacità ad esprimere il proprio bisogno e a non saperlo proporre con la giusta forza (mancando il bersaglio per eccesso con la prepotenza, o per difetto con l'insicurezza, la timidezza, l'ignoranza o mancanza di introspezione) è tipico dei bambini, degli adolescenti e, in genere, di chi non ha vissuta un'infanzia o un'adolescenza serena ed armonica. Bisogna, allora, saper leggere nella loro stessa vita, ed ascoltare camminando insieme con loro. Tante volte, invece, quando parliamo di queste persone le trattiamo come delle categorie sociali intorno alle quali discettiamo intellettualmente, passando al di sopra delle loro teste, delle loro vite e delle loro capacità di comprensione e di espressione. Mai, o quasi mai accettiamo di porci al loro stesso livello, finendo col convalidare l'idea che l'uomo e la società siano costituiti da effettivi ed essenziali livelli diversi di dignità, di capacità e, dunque, di possibilità reali.

 

Molte volte, allora, la comunicazione sociale finisce col toccare queste persone non come soggetti, ma come categorie, e dunque solo per riflesso, attraverso una intermediazione di genitori, scuola, aggregazioni sociali di base, molto approssimativa. Il padre e la madre, infatti, spesso sono frettolosi con i figli perché ritengono che il loro impegno economico e finanziario per la famiglia debba avere la prevalenza su quello educativo, che spetterebbe piuttosto alla scuola o ad altre cosiddette "agenzie". La scuola poi, con la sua pretesa di astrazione, finisce con l'insegnare mancando però ad un suo obiettivo primario e antecedente che è quello di educare. La scuola infatti non può essere una realtà astratta, ma si esprime nei suoi docenti. E se un docente insegna astraendo da quello che deve essere un suo impegno reale, personale e morale, la sua prestazione finisce con l'essere quella di un robot o di un computer malriuscito.

 

b) Le categorie mentali come fonte di disagio sociale

 

 

Un'altra conseguenza sperimentale di questo approccio alla persona messo in atto in diversi Paesi con culture diversissime (vedi, ad esempio, Thailandia e Bolivia) è stata il veder andare in frantumi alcune categorie mentali date per scientifiche (da un punto di vista sociologico!) ma, probabilmente, utili piuttosto al sistema della produzione e del potere. In realtà, infatti, noi non sappiamo quanto dura l'infanzia e dove inizia l'adolescenza. Dove termina l'adolescenza e comincia la giovinezza. E finiamo con l'attribuire la funzione di segnare questi confini a dei comportamenti esterni, in gran parte frutto di condizionamenti o di atteggiamenti di stereotipi (una specie di moderna "iniziazione") o - addirittura -, quando questi mancano, alla semplice evoluzione biologica della persona. Chi può realisticamente  stabilire la precisa consistenza di queste fasi della vita e i confini che le determinano? Basti osservare che anni fa abbiamo abbassato la soglia della maggiore età dai 21 ai 18 anni. Oggi ci troviamo di fronte una proposta di legge che vorrebbe considerare la persona umana come "bambino" fino all'età di 18 anni!

 

L'unico modo, allora, per uscire dallo stereotipo è recuperare la persona come individualità, prestando attenzione alle sue specifiche domande e camminando insieme con lei per coglierle allo stato nascente, nella loro concretezza, rinunciando così alla necessità di determinare a tavolino delle fasi che non aggiungono nulla alla comprensione dell'esistenza reale e concreta dell'individuo.

 

 

 


2.  La Comunità come organismo vivente, che nasce, cresce e si sviluppa.

 

Per capire come la Comunità Incontro - generalmente nota per la sua attività nell'area del recupero dalla tossicodipendenza - possa ritenersi ed operare come proposta valida anche nell'ambito dell'infanzia e dell'adolescenza abbandonata, sfruttata e violentata, è necessario - dunque - tenere sempre presente la sua origine e la sua storia. Infatti, il suo tipo di intervento che, piuttosto che una tecnica o un progetto (astrattamente descrivibile e riproducibile), può essere considerato come una proposta concreta (trasmissibile da chi l'ha personalmente vissuta o condivisa, sia nel versante del disagio che del recupero), non è nato né si è sviluppato attraverso un progetto ritagliato attorno ad uno specifico problema, ma come un insieme di incontri che - prendendo la forma della stabilità, della solidarietà, della trasmissibilità naturale in tutto ciò che è valore umano - si sono moltiplicati e riprodotti a cerchi geograficamente sempre più ampli. Questa modalità tutta particolare ha dato luogo ad una fortunata coincidenza tra lo sviluppo, la crescita e la presa di coscienza del progetto comunitario, e lo sviluppo, la crescita e la presa di coscienza personale dei suoi membri componenti il primo nucleo. Una coincidenza che rispecchia quello che dovrebbe essere il processo naturale attraverso il quale una realtà sociale (famiglia, gruppo di aggregazione, scuola, chiesa, altre forme istituzionali) cresce e si sviluppa di pari passo con i suoi componenti, prevedendo nel proprio ambito dei momenti "fisiologici" di recupero, di partenza, di rinnovamento.

 

Il mio "primo incontro" - infatti - risalente al 13 febbraio del 1963, ha dato luogo, come un concepimento, ad una gestazione durata sei-sette anni, attraverso momenti di famiglia tra il sottoscritto, Alfredo, ed altri amici che Alfredo portava in casa raccogliendoli dalle strade e dalle piazze della città. La nascita della Comunità si può poi intravedere nel momento in cui alla periferia di Roma ho preso in affitto una villetta per vivere in maniera stabile con un gruppo di questi ragazzi, facendo loro da padre, e cercando di ricucire i rapporti con le loro famiglie d'origine.

 

Il passaggio - diciamo così - alla fase adolescenziale, quando l'individuo prende coscienza di una propria specifica identità e delle proprie dimensioni personali, si può vedere a partire dal 27 settembre del 1979, quando - con il trasferimento in un vecchio casolare di campagna, in Umbria (la Regione di San Francesco) - i ragazzi che vivevano con me hanno cominciato ad assumersi personalmente compiti e responsabilità, dimostrando così di essere capaci di rispondere alla mia proposta di far famiglia con la disponibilità a parteciparvi e ad affrontarne le difficoltà e gli oneri in un processo che li vedeva crescere e risolvere i loro problemi umani in maniera naturale, senza bisogno di artificiosi marchingegni.

 

Questo passaggio, o crescita, ha portato la Comunità al rigoglio della giovinezza, quando le energie giovanili hanno dimostrato di sapersi "specializzare" e amministrare nello svolgimento di differenti compiti e funzioni: conduzione dei Centri, accoglienza, orientamento, formazione degli operatori, ecc., e di essere così capaci di riprodursi velocemente. E dunque, con il contributo di collaboratori via via sempre più qualificati nei diversi settori (amministrativo, formativo, organizzativo), ma facendo leva sulle risorse stesse dei giovani che si erano affidati alle mie cure, diventati persone capaci di accogliere altri e di condurli attraverso un percorso comunitario, le sedi della Comunità si sono potute riprodurre velocissimamente fino a diventare, nel giro di quindici anni, ben 150 soltanto in Italia.

 

Questa esperienza e questa presenza massiccia ci ha permesso di poter far fronte con risposte adeguate ai gravi problemi che la tossicodipendenza andava scatenando in maniera violenta in un paese che, come il nostro, alla cultura e ai valori tradizionali della vita e della famiglia preferiva sempre più quelli fittizi della sub-cultura del consumismo, dello spreco, dello sballo, incentivando così i meccanismi latenti della solitudine dell'individuo immerso in una massa indistinta ed indifferente.

 

 

3. L'"età adulta". Dalla tossicodipendenza alle radici della vita negata

 

La nostra apertura all'estero, anche questa non progettata, ma venuta quasi in forma spontanea e naturale, la paragonerei all'apertura del giovane all'incontro con l'altra parte, la compagna della sua vita, che lo porta ad uscire da sé per meglio verificare la forza reale delle proprie potenzialità e a sviluppare progetti comuni con la partner vista e accolta nella sua realtà e diversità. E infatti, il nostro andare in Spagna, ma soprattutto in Bolivia, Thailandia -  tradizionalmente considerati come paesi produttori per eccellenza della droga - e, ancora, il far venire giovani di quei paesi nelle nostre sedi italiane per "recuperarli" e formarli al nostro metodo comunitario in maniera adeguata, agli inizi risentiva ancora dell'idea di dover lavorare in un mondo di persone già prese dalla droga o comunque emarginate in maniera, socialmente e culturalmente, ben distinguibile e definibile rispetto ad un contesto generale di "normalità".

 

Al contrario, l'incontro reale con questi paesi (e più di recente con Francia e Slovenia, Costa Rica e Brasile, e in un prossimo futuro Zaire, Polonia e Kazakistan) ci ha ulteriormente aperto gli occhi e confermato nel fatto che i problemi umani e culturali di fondo sono comuni a tutte le latitudini, anche se poi questi si esprimono con manifestazioni molto diverse dalle quali bisogna saper partire mettendosi al loro ascolto per dare risposte diversificate ma incentrate attorno a valori comuni, senza confondere le une con gli altri. Questa scoperta ma, ma soprattutto, la capacità di adeguare le nostre risposte alla realtà è stata resa possibile da due elementi strettamente collegati:

 

1. non partivamo da un progetto né da un nucleo di collaboratori costruiti attorno ad un problema da risolvere, ma dalla volontà di andare oltre i diversi modi con cui la sofferenza umana può manifestarsi (tipo di sostanze usate, modelli di evasione tipici di un certo ambiente, ecc.) per incontrare la persona concreta per cercare, insieme con lei, offrendo uno spazio ed una esperienza comunitaria collaudata, le risposte ai suoi problemi reali. E questo, non cercando e cavillando sulle cause, ma proponendo subito un modo concreto di vivere in forma positiva, stimolando la collaborazione e lo scambio delle risorse, così che il dare e il ricevere non sono momenti distinti né, tanto meno, appannaggio di persone distinte (operatori, volontari, da una parte; utenti, poveri, dall'altra).

 

2. la trasmissione, nel quotidiano, di questa esperienza in quei paesi non viene affidata a tecnici guidati da particolari motivazioni e "letture" culturali o ideologiche, ma a persone che, opportunamente formate ed assistite dai formatori e dai responsabili del coordinamento comunitario, avendo sofferto il disagio e l'emarginazione ed avendo trovato in una mano tesa e in un preciso gesto d'amore la risposta al loro problema, hanno imparato che l'unica risposta valida è quella che partendo dall'ascolto e da una reale intesa e comprensione, diventa condivisione di cose concrete fatte insieme, giorno dopo giorno, senza fini precostituiti, consapevoli che la vera finalità è già presente nello sforzo quotidiano di spezzare la solitudine "reciproca" facendo insieme comunità.

 

 


4.  Al vaglio della realtà  latinoamericana (Bolivia, Costa Rica, Brasile)

 

In pratica, coordinando il lavoro delle mie Comunità (mentre decine e decine di ragazzi e ragazze italiani partivano per la Thailandia e per la Bolivia, ed altrettanti loro compagni venivano in Italia per imparare a "fare comunità"), attraverso l'osservazione dell'ambiente (slums, favelas, barrios), gli incontri con le autorità politiche ed ecclesiali, ed il colloquio con chi si rivolgeva a noi per chiedere aiuto, sempre più mi sono reso conto che in quei paesi l'emarginazione ha confini sottili, impalpabili nelle loro radici, ma ben definiti dalle condizioni economiche e di vita, e storicamente stratificati (a fronte di una classe dirigente che si colloca ad altri livelli ben distinti e precisamente definiti). E, dunque, il disagio, la sofferenza e la miseria, accompagnate da uno svilimento dei valori fondamentali del vivere umano e da una incapacità "culturale" a reagire che non sia quella della violenza [cioè una domanda, tanto inadeguatamente espressa  quanto sistematica, di punti di riferimento e di strumenti di partecipazione] sono pane quotidiano per molta gente negata nel suo diritto a vivere fin dalla più tenera infanzia: abbandono dei bambini, sfruttamento degli adolescenti, repressione e uccisione delle bande giovanili e adolescenziali che creano turbativa e destabilizzazione.

 

Quanto nei paesi del "benessere" è ancora allo stato latente (per cui da noi si parla tanto di prevenzione ma solo per fare dell'accademia o per qualche intervento estemporaneo, magari da contrapporre semplicemente al cosiddetto lavoro di "recupero") nella realtà centro e sudamericana emerge invece in maniera diretta, con i "niños de la calle", i "meninos de rua", "los adolescientes" in giro per le strade alla ricerca di espedienti per sopravvivere, che costituiscono già un problema così grave da dover intervenire senza aspettare che la loro condizione sfoci nella criminalità. Un'azione, dunque, di recupero dalla droga vista nelle sue radici culturali (la violenza, l'individuo come solitudine e come legge a sé e agli altri) sulla quale orientare decisamente le nostre risorse proponendoci come "scuola di vita" a bambini, ad adolescenti, a bambine-madri senza famiglia né altri punti di riferimento.

 

E' con questo spirito che le ragazze della Comunità si dedicano allora ai neonati e ai bambini raccolti per strada ancora in fasce e alle adolescenti, già rese madri, che devono essere aiutate a far fronte e a dare un senso a questa loro condizione. E così i volontari gestiscono Centri di accoglienza per offrire - sempre attraverso una presenza umana che costruisca la possibilità di un incontro - aiuto (assistenza sanitaria, da mangiare, da vestirsi, da lavarsi e da dormire) a chiunque non abbia altra casa che la strada. Centri nei quali la persona può restare per tutto il tempo che vuole, fintanto che non abbia maturato le condizioni per una collocazione dignitosa in cui poter decidere della propria vita. Allo stesso modo, nel villaggio "Corazon nuevo" in Bolivia, o nella grande fazenda brasiliana di "Barity Vermelho", i giovani della Comunità insegnano agli adolescenti, raccolti dalla strada o affidati a loro dal servizio sociale o dal carcere, a vivere insieme, a essere responsabili della propria casa, a formarsi un'istruzione, a svolgere una professione lavorativa. Un altro servizio, data la totale assenza di strutture di questo genere in Bolivia, è, ad esempio, quello offerto - sempre dai volontari e da un'équipe medica assunta dalla Comunità - di un ospedale per le malattie infettive che accolga chiunque ne abbia bisogno. E questo in un contesto in cui, nell'ospedale pubblico, chi si ricovera o viene operato si deve portare tutto da casa: dal cibo al filo per la ricucitura postoperatoria.

 

La prima cosa da fare è sempre quella di offrire, innanzitutto, una accoglienza adeguata e attenta: perché un adolescente abituato, per natura sua, a vivere per la strada non potrà accettare all'improvviso di vivere fisso in un posto. Ancora lo avvolge l'idea di essere "re della strada, re della foresta". Se chi lo vuole aiutare usa metodi restrittivi e condizionanti se lo vedrà allora sfuggire di mano. E' necessario perciò mettere a fuoco diversi "punti di passaggio" che portino la persona verso una completa maturazione che non si limita ad allontanarlo dalla strada ma ad inserirlo positivamente in un contesto sociale. E' per questo che a San Carlos abbiamo la scuola interna, le officine meccaniche, così che, dopo l'accoglienza, ognuno possa essere orientato verso la risposta più adeguata: scuola "basica", scuola superiore o formazione professionale, assistenza specifica per chi non ha alcun supporto familiare o parentale ed è privo di qualsiasi legame per dargli un saldo legame se non con una famiglia almeno con un preciso contesto territoriale.

 

 

5.  Per una cultura della famiglia, della casa, del lavoro

 

Stiamo realizzando, per questo, anche dei "pueblos" con delle "casitas" dove, se è possibile, ricomporre una famiglia disgregata, recuperando i componenti che si riesce a rintracciare, in modo che un ragazzo, dopo aver fatto un certo percorso, possa farsi una cultura della casa (particolarmente carente in quel contesto), una cultura della famiglia ed una cultura del lavoro, che stanno alla base di un armonico vivere personale e sociale. Ed anche le famiglie che hanno fatto un percorso comunitario possono disporre di una casa e di un lotto di terra da lavorare per le proprie necessità partecipando, inoltre, alla produzione comunitaria, organizzata sia a livello tecnologico che di distribuzione del prodotto. In questo modo alla velleitaria "conversione delle colture" in cui, dopo la consegna dei fondi e la distruzione dei raccolti, il rappresentante istituzionale scompare e i campesinos, non trovando nuovi mercati, tornano alla coltivazione della coca, si sostituisce un "impegno comunitario quotidiano" per trasmettere progressivamente al personale del posto le acquisizione comunitarie, strutturali e produttive via via consolidate.

 

Oltre ai vantaggi qui sinteticamente presentati, questo sistema ha rivelato anche un altro grosso punto a suo favore. Le autorità, politiche e di polizia, non sentono questo tipo di intervento - che non si muove secondo schemi o proclami ideologici o condanne di principio, ma attraverso realizzazioni concrete che, piuttosto che condannare chi reprime, elimina le motivazioni alla repressione - come pericoloso per la stabilità del paese e sono più disponibili a collaborare, a verificare i risultati, a valutare se le relative proposte sociali non tornino piuttosto utili ad una crescita del paese, senza eccessive contrapposizioni o scompensi.

 

Proprio su questa linea, ad esempio, è nata la collaborazione tra la Comunità Incontro e lo Stato boliviano, attraverso un intenso dibattito con i rappresentanti del Parlamento del paese, per la realizzazione delle "ciudades de los niños" che si dovranno realizzare su delle grosse estensioni di territorio in quattro punti diversi della Bolivia. In queste "ciudades" i "bambini della strada" devono poter trovare tanti focolari domestici, scuole di formazione culturale e professionale, che li aiutino a dare al loro futuro delle serie prospettive di vita. L'educazione alla famiglia, infatti, oltre a togliere questi adolescenti dalle strade, ha anche lo scopo di formali al senso comunitario del nucleo familiare che contrasti con la mentalità boliviana in cui il maschio normalmente può ingravidare una ragazzina, una giovane donna, e poi andarsene da un'altra parte, senza farsi alcun carico né della sua compagna né degli eventuali figli.

 

Naturalmente questo è possibile soltanto con il coinvolgimento delle amministrazioni territoriali, istituzionali ed ecclesiali, e cioè di tutte le realtà che hanno delle responsabilità riguardo al libero sviluppo della persona e alla sua partecipazione al sociale. Ed è quanto si sta facendo anche nei progetti brasiliani in via di realizzazione. Mentre un aspetto significativo di questa metodologia è che ora la stiamo applicando anche ad un intervento in una borgata di Roma, Torbellamonaca, in cui si sta per dare il via - con la collaborazione del Comune e della Chiesa locale - ad un progetto di centro polivalente, "Porte aperte", che - sulla falsariga delle esperienze latinoamericane - offrirà alle persone disagiate un punto di riferimento, di ristoro, di assistenza sanitaria, di orientamento sociale, di scolarizzazione. Questo centro partirà sempre dall'ascolto dei "segnali deboli", e cioè delle domande mal espresse o silenziose che gli operatori dovranno saper cogliere attraverso un ascolto e una lettura attenta dei bisogni.

 

 

6.  La pedagogia comunitaria come risposta "originale"

 

Se guardiamo, dunque, alle realizzazioni comunitarie (che, non a caso, hanno trovato nel nostro Paese terreno fertile) nell'ottica non di una presunta "terapia" ma di una precisa funzione educativa e propositiva ("scuole di vita" e "proposte di vita"), allora ci rendiamo conto che, ben lungi dall'avere esaurito il loro compito (col declinare del fenomeno eroina in concomitanza col quale molte di queste sono sorte), esse assumono oggi un ruolo forte, una volta chiarita la loro reale funzione. Dopo aver svolto un ottimo lavoro di emergenza sulle tossicodipendenze, le comunità che da questa esperienza abbiano colto che l'attenzione non va posta sui propri meccanismi strutturali (quasi un recinto sacro dalle potenzialità taumaturgiche) ma sulla persona e sui suoi bisogni, vedono il loro compito di educazione ancor più valorizzato in questo momento storico. Un momento, cioè, in cui anche la distinzione tra "meninos de rua" (adolescenti nati e cresciuti sulla strada) e "meninos en la rua" (adolescenti che, pur avendo dei genitori, vengono mandati o lasciati - abbandonati di fatto - per la strada perché fa comodo a livello utilitaristico, economico o di praticità) si fa sempre più vaga.

 

Oggi, anche il ragazzo definito "per bene" vive la maggior parte della sua vita per la strada: va a scuola, va in palestra, frequenta ambienti sportivi o di passatempo, va al concerto, in discoteca, ecc. Ma accettare passivamente questa realtà significa accettare il degrado sociale. Di fronte alla complessità non basta  protestare o pretendere di tornare al passato, ma tantomeno serve abdicare ai ruoli e alle funzioni educative e ripristinare la "legge della giungla", quella cioè del più forte o della selezione naturale. Si devono, dunque, trovare soluzioni adeguate, e dove prima bastava il buon senso e l'iniziativa individuale, occorrono oggi risposte strutturali con obiettivi chiari e contorni precisi. Allo stesso modo che non si può far fronte al crollo della famiglia patriarcale semplicemente eliminando ogni definizione dello spazio famigliare.

 

Per fare un esempio, di fronte al traffico intenso delle città si sono trovate soluzioni per i pedoni, con corsie apposite che ne garantiscano l'incolumità, il diritto allo spostamento, la possibilità di arrivare a destinazione. Questa soluzione che in passato non avrebbe avuto alcun senso oggi non ci scandalizza, ma la riteniamo una conquista. Non solo, ma gli amministratori si stanno adoperando, col potenziamento di queste iniziative, a riportare il cittadino dalla frenesia della macchina ad un ritmo di maggiore vivibilità, così che quello che oggi si è ridotto ad essere il sintomo di debolezza della vecchietta che ha bisogno delle strisce e del semaforo per attraversare la strada, ritorni in certa misura ad essere un segno di vivibilità anche per una metropoli.

 

Uscendo, ma non troppo, di metafora la proposta comunitaria per i soggetti deboli non è allora da vedersi come una specie di corsia preferenziale (corsia preferenziale deve invece essere l'attenzione permanente della società nei confronti delle esigenze della persona umana), ma piuttosto come una piazzola d'emergenza, un punto di sosta e di assistenza nel cammino di una persona. E in questa piazzola ci deve essere posto per tutti: per il bambino insieme al genitore in difficoltà; per l'adolescente che attraversando sbadatamente "la strada della vita" è rimasto travolto da qualcosa di più forte di lui; dal "pirata della strada" a cui viene tolta la patente per rivedere il suo modo di correre nella vita.

 

Non è, allora la comunità, intesa come "scuola di vita", un luogo o una corsia preferenziale, ma piuttosto un centro, un luogo di assistenza e di aiuto per riprendere il cammino. E' invece compito della società realizzare passaggi protetti, percorsi agevolati per chi è più debole e non può essere lasciato da solo sulla strada. Se la società non fa questo da se stessa vuol dire che chi sta bene ritiene che chi è debole può vivere ai margini, in mezzo alla strada, e che quindi quella è la sua vita e che così deve vivere, senza alcuna protezione.

 

In una società che alla filosofia della formica preferisce quella della cicala, e cioè del "tutto e subito", predomina la tecnica del canguro: quella del salto, e non più del cammino. Molte volte dei ragazzi passano così, forzatamente, dall'infanzia ad una giovinezza che non ha più nulla di incantato e di magico. Ma non tutti sono adatti a fare i salti. C'è chi lo può fare, perché è fisicamente e psicologicamente preparato. Altrimenti, neppure tutto il supporto psicologico od economico della famiglia può evitargli di trovarsi all'improvviso in una realtà estranea e avversa.

 

La comunità si colloca, allora, secondo la mia esperienza, come il traliccio di un grande ponte mobile su cui si congiungono i due spezzoni: quello del pianeta giovani e quello del pianeta vita. C'è chi (quelli che noi chiamiamo i "normali") aspetta, o può aspettare, che il ponte congiunga naturalmente le due sponde e allora passa tranquillamente da una parte all'altra. Spesso però per il giovane d'oggi questo traliccio viene a mancare. E allora il passaggio tra queste due realtà viene tentato in molte maniere: c'è chi non aspetta che il ponte si congiunga e cerca di attraversare a nuoto rischiando di essere travolto; c'è chi, pur a nuoto, arriva bene all'altra sponda; c'è chi non ce la fa.

 

Il traliccio viene a mancare ogni volta che non si pone attenzione all'uomo nella sua integralità e si pensa di supplire a delle carenze in un campo sovrabbondando in altri, riempiendo di cose quanto viene sottratto allo spirito, trasformando in regali quanto viene tolto in affetti. Ma come ad una pianta non basta, per sopravvivere, mantenere le proprie radici, ma è necessario anche uno specifico humus ed un preciso habitat, così la persona necessita di tutto un contesto di relazioni e di attenzioni. Al di fuori di questo ambiente ogni fatica per vivere perde di significato, perché non è vissuta nell'ambito delle relazioni e degli affetti,  e quella che dovrebbe essere un'adeguata formazione al sacrificio che tempra e dà le energie per le conquiste adulte si trasforma in un rito consolatorio col quale il mondo adulto cerca di farsi perdonare le proprie responsabilità non assolte.

 

E sono tanti i modi con cui un bambino viene sradicato dalla propria famiglia e dal proprio contesto. La famiglia, infatti, non è solamente il padre e la madre, ma molte volte anche i nonni. Penso, ad esempio, ai paesi dell'america-latina e dell'Oriente in cui ho scoperto che il ruolo dei nonni (da noi spesso nascosto o camuffato da baby-sitter) ha una funzione educativa enorme; soprattutto quello della nonna. Un matriarcato che svolge un ruolo importantissimo, come mi testimoniano molti ragazzi thai spesso abbandonati dalle loro mamme dopo essere stati messi al mondo.

 

Una comunità autentica deve saper cogliere tutte queste dimensioni e misurare la sua apertura non tanto dai confini fisici, ma dagli spazi interiori e dalle possibilità di legami che offre. Una realtà comunitaria, infatti, non è fuori dal mondo, ma non per questo rinuncia a dei propri confini. Nella nostra comunità - ad esempio - si tengono convegni medici, incontri formativi, confronti sportivi con altre squadre. Ma mantenere dei confini, avere delle porte che si aprono e si chiudono, non significa allora alienarsi dalla società ma proteggersi dal degrado e dal qualunquismo. Ciò che ha valore viene più protetto, non per escluderlo dal sociale ma per una educazione ed una partecipazione più qualificata alla vita. Il problema di oggi, in realtà, non sono le comunità troppo chiuse ma le famiglie troppo aperte che non costituiscono più un luogo di incontro, di confronto, di solidarietà, di crescita e di partecipazione. Perché, al contrario, l'urgenza di oggi  è difendere, preservare e valorizzare ciò che ha un valore dall'assalto sconsiderato e dalla logica dell'"usa e getta" che è diventata regola in molte relazioni sociali nelle quali il bisogno inascoltato si è trasformato da "domanda per avere" in "diritto a prendere".

 

 

7.   Più che le grandi teorie servono le risposte concrete

 

Questa nostra esperienza e le osservazioni sul mondo giovanile e adolescenziale da essa maturate ci confermano nell'urgenza di dare linee per la realizzazione di progetti e di risposte concrete ed immediate, dignitose ma a basso costo economico (nel senso che ciò che viene investito deve andare tutto al progetto senza perdersi tra ricercatori, progettisti, studiosi, esperti e mediatori) e ad alto costo umano (nel senso che, per essere efficace, deve partire anche da poche persone ma altamente motivate e fortemente sostenute dalla comunità cristiana e dalla società civile).

 

In genere, nel nostro Paese, come anche nei paesi latino-americani non mancano certo le opere assistenziali, i gruppi e le associazioni che offrono pasti caldi e buone parole, ma mancano luoghi alternativi alla strada in cui gli adolescenti - da sempre abbandonati e ogni volta ri-abbandonati dopo ogni gesto assistenzialistico - possano restarvi come a casa loro costruendovi il proprio futuro e insieme allargando gli spazi per il futuro dei loro presenti e futuri "coetanei".

 

 

In Italia qualcosa di simile è sorto a Nomadelfia per offrire a bambini e adolescenti, che hanno perso o non hanno mai avuto una famiglia del sangue, una famiglia del cuore. Ridare radici ad una pianta significa farla rivivere, lo stesso vale per una vita umana che senza le radici della famiglia ma soprattutto senza la linfa che sgorga dalla cultura della casa, intesa come mondo dei legami, degli affetti e delle relazioni primarie, intristisce e muore o vive allo stato puramente vegetativo. E' questa, dunque, la riposta che noi vorremmo poter dare attraverso l'azione di un volontariato, sia locale che proveniente da altri paesi del mondo, che non conosca altri confini se non quelli dell'amore e della solidarietà.

 

 

 

 

                                       Mons. Pietro Gelmini

 

 

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